Trento. Il Muse, museo di scienze di Trento, lancia una sfida aperta a tutti: catturare i “fossili urbani” con l’obbiettivo di una macchina fotografica o di un semplice smartphone, sino al 28 febbraio i migliori scatti selezionati affiancheranno la mostra “Fossili urbani” nata dal  progetto fotografico di Francesca Cirilli, esposta al Muse.

La mostra raccoglie trentuno fotografie che ritraggono semplici detriti e piccoli oggetti incastonati nel cemento: sono vecchi cellulari, monete scivolate da tasche distratte, oggetti che hanno perso la loro forma e funzione originaria che ogni giorno incontriamo e lasciamo nelle nostre strade e che la sensibilità dell’artista rende molto simili a sognanti paesaggi lunari.muse

Ora tocca all’occhio selettivo di tutti coloro che vorranno partecipare alla caccia fotografica. La sfida è di individuare e fotografare questi fossili, nelle strade, nelle pareti, negli interstizi di città e paesi. Fossili Urbani sono certamente le ammoniti che abbondano nelle pavimentazione calcaree, ma anche monete, tappi, impronte di pneumatici e altri strani oggetti che troviamo “fossilizzati” dentro gli strati di cemento e asfalto.

Partecipare al concorso è facile: basta scattare le immagini armati di macchina fotografica professionale, o con un semplice smartphone, e postarle su Instagram associandole all’hashtag: #fossiliurbaniLe foto raccolte faranno parte di una sezione speciale della mostra Fossili Urbani, in evoluzione e in continuo aggiornamento, che sarà ospitata al Muse sino al 28 febbraio 2016. . I prescelti riceveranno inoltre una tessera membership «My Muse» che consentirà di entrare gratuitamente al Muse per un anno e di godere di molti altri vantaggi.

Nell’Enciclopedia Treccani alla voce “fossile” si legge: “ogni resto o traccia di organismo animale o vegetale conservato negli strati della crosta terrestre, vissuto in epoca anteriore a quella attuale. Sono fossili anche le tracce e impronte lasciate in sedimenti non ancora consolidati, nonché i fori dovuti all’azione di animali perforanti”. Per Fossili Urbani, invece, si intendono non solo i resti di organismi che troviamo incastonati nelle pietre da costruzione utilizzate in città, come le ammoniti che possiamo osservare passeggiando nei principali centri urbani, ma anche tutti i prodotti delle attività dell’uomo che rimangono intrappolati nell’asfalto o nel cemento, il “suolo” delle città.01_Catellino_Alessandro_Pesce_Preistorico_440x216

L’esposizione Fossili Urbani nasce dalla curiosità di una fotografa torinese, Francesca Cirilli, e dai dialoghi intavolati con i paleontologi, Massimo Delfino e Francesca Lozar, dell’Università di Torino, che per la stesura del catalogo della mostra hanno coinvolto Massimo Bernardi, paleontologo del Muse e curatore della tappa trentina di Fossili Urbani.

La mostra è arricchita dalle opere di alcuni fotografi amatoriali e, nella tappa in apertura al Muse, da un allestimento dinamico che andrà a costruirsi attorno alle immagini inviate dai partecipanti. Due grandi monitor consentiranno alle fotografie inviate dai partecipanti al concorso di entrare in diretta a far parte della mostra.

Soffermarsi su questi “reperti” diventa un’occasione per aprire una riflessione semi-seria sui processi di fossilizzazione e per provare a rispondere ad una domanda cruciale e complessa: che cosa rimarrà di noi tra un milione o cento milioni di anni?Fossili urbani

Ogni anno vengono prodotte 1.600 milioni di tonnellate di asfalto, 3.400 miliardi di tonnellate di cemento e vengono movimentati sedimenti pari a 3 volte quelli trasportati naturalmente da fiumi e torrenti. Strade e palazzi, integri o ridotti a macerie, costituiranno quindi con tutta probabilità una delle più durevoli evidenze geologiche dell’antropocene, l’epoca che ora stiamo vivendo.

La mostra è un semplice invito a considerare i fossili come dati, archivi di informazioni, indipendentemente dalla loro bellezza. Per questo nel gioco di fossili urbani un tappo incastrato nell’asfalto è prezioso quanto un dinosauro. Per un paleontologo del futuro, a qualsiasi specie appartenga e da qualsiasi pianeta provenga, quel tappo permetterà di raccontare la storia di chi lo ha prodotto: l’uomo. Sta a noi decidere quali resti siano i migliori testimoni della nostra epoca, l’antropocene.

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.