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Pizzighettone (Cremona) – La testa coronata, sconfitta in una battaglia esacerbata da una violenza dissennata, era finita prigioniera in una fortificata torre merlata che, nel territorio separato dal luogo della sconfitta da lui incassata, si ergeva, come oggi, in una robusta mole a pianta quadrata.

Essendo in prossimità del passaggio sul fiume Adda, il nome di quest’architettura difensiva, a quel tempo, propaggine di una diversificata struttura complessiva, aveva ispirato l’appellativo di “Torre del Guado”, mentre il monarca in questione era il re di Francia, Francesco I (1494 – 1547), fatto prigioniero, a seguito della sconfitta patita dal suo esercito a Pavia, il 24 febbraio 1525.

Per tre mesi, il re francese che aveva affrontato sul campo le truppe imperiali, spagnole e tedesche, rivendicando il predominio sul Ducato di Milano, si era trovato costretto ad un soggiorno vigilato in questa sede turrita, contraddistinguente Pizzighettone in qualità di estemporanea località tenutaria di una famosa personalità perseguita, negli alterni avvicendamenti degli allora maggiori eserciti confliggenti, secondo una strategica imposizione coercitiva.

torre del guado
Torre del Guado

La nota cattività di questo re francese, circostanziata in terra cremonese, è stata, nel tempo, ripresa anche dalla stampa locale, in tale contesto, rappresentata, ad esempio, dal periodico “Cremona” del marzo 1937, mediante un peculiare contributo di lettura, proposto sul versante di quella storica reminiscenza annunciata già dal titolo di “Aneddoti sulla prigionia di Francesco I re di Francia in Pizzighettone”.

Saverio Pollaroli interveniva, attraverso questo suo interessante scritto, a rinverdire quell’indimenticato ed evanescente trimestre, per la località posta al centro dell’attenzione, quando la stessa pareva essere assurta ad improvvisata reggia combinata a rovescio, rispetto all’effettivo vertice del potere interpretato, a motivo delle sorti avverse dell’illustre inquilino capitatole tra le grinfie.

Lungi dall’essere luogo di barbare sevizie e di una punitiva detenzione, comminata in una umiliante oppressione, per il monarca, pare che la patita deprivazione della libertà fosse contestuale ad un certo qual tenore, rispettoso dello spessore interpretato dalla sua carica ancora considerata, pure nella sorte mutata, come meritevole di onore.

Si legge, infatti, nell’articolo accennato cheFrancesco I aveva libero accesso ad ogni parte della rocca, sempre però in compagnia del cap. Alarcone che gli era stato dato come custode, dal Conte di Lannoy, vicerè di Napoli, Luogotenente di Carlo V. La rigorosa sorveglianza alla quale il Re era sottomesso non impediva pertanto che egli venisse trattato con tutti i riguardi e coi segni più manifesti del maggior rispetto”.

Tale sistemazione acquisiva un ulteriore esplicito ritratto nella misura con la quale il medesimo autore specificava pure, nel prosieguo del suo diffuso intervento storiografico, che “Gli avevano concesso la compagnia di venti gentiluomini ed ufficiali della sua Casa da lui prescelti e come lui prigionieri alla Battaglia di Pavia e scampati all’eccidio, compresi il Gran Maestro della Corte. Egli si alzava tardo e “giocava ogni giorno a vari giochi et massime al ballono et alla pillotta coi capitani cesarei e coi suoi gentiluomini”, parafrasando, in quest’ultima asserzione, una citazione del contemporaneo Antonio Grumello, desunta dalla sua “Cronaca”, al capitolo ventunesimo del libro ottavo in cui era trattata questa parentesi cremonese del re francese.

san bassano
Chiesa di San Bassano in Pizzighettone

Parentesi che, dalla fine di febbraio alla seconda metà di maggio del 1525, sembra che abbia anche comportato un qualche intreccio, non privo di tracce del suo seguito, fra tale occasionale innesto di una continua presenza regale con la sperimentata realtà locale, principiando proprio da chi, allora, aveva pure, sul posto, l’apprezzato dono di un bel parlare.

E’ dato sapere che, come attesta l’articolo documentato nel mensile accennato, Francesco I abbia qui preso a tenere in considerazione chi non aveva mancato di rivolgerglisi in una riuscita missione funzionale a recagli ulteriore opportunità di conversazione, distinguendosi, a quanto pare, anche per una a lui congeniale affabulazione, svelando il rovescio scarno di contenuti e di relazioni nell’ambito della sua pur ovattata e mitigata prigione: “La sua melanconica solitudine pertanto ebbe il conforto dell’amicizia del rev. Gian Giacomo Cipello, parroco del luogo, uomo di mente superiore e di singolare dottrina, il quale portatosi il giorno dopo il suo arrivo a visitarlo, ebbe dal re un’accoglienza improntata alla maggiore cordialità”.

Di quei settantanove giorni di detenzione a Pizzighettone, la storia tramanda, fra l’altro, che una volta, già da tempo, tornato a guida del proprio regno, Francesco I aveva chiamato questo colto ecclesiastico alla propria “corte col grado di elemosiniere privato”, mentre quanto era di pertinenza dello stesso sacerdote era già stato, nel frattempo, oggetto dell’onorifica dinamica descritta nei termini della avvenuta “erezione in Collegiata della chiesa di san Bassano in Pizzighettone con diritto al preposto di porpora, mitra gemmata e pastorale ed altre prerogative come risultano dall’analoga bolla di Clemente VII del 2 febbraio 1529”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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