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Nel 1857, si stimava fossero ben 70 milioni i sigari “Virginia” consumati, in un anno, in Lombardia, ai quali dovevano assommarsi quelli inseriti nella disponibilità degli stessi fumatori da non meglio quantificabili quantitativi di tabacco da vie di contrabbando.

Tale dato di consumo emergeva in una diffusa disamina sul tabagismo, sviluppata sulla “Gazzetta Medica Italiana”, nell’edizione per la Lombardia, del 31 agosto 1857, nella quale, molto tempo prima di quando si esprimono, ancor oggi, certe considerazioni nel merito del vizio del fumo, già allora, si precisava che “(…) L’uomo spinto, fin dalla sua prima giovinezza, ad usare del tabacco per quello spirito d’imitazione, che lo trascina a ripetere le azioni che vede operate dai suoi simili, onde non sembrare da meno di essi, supera a poco a poco la nausea, il vomito, i deliqui che sono inevitabile conseguenza dei primi tentativi di fumare ed arriva finalmente a provare quella specie di voluttà, di ebbrezza e di torpida calma che il tabacco induce nei suoi sensi. Contratta una volta l’abitudine, prova allora un imperioso bisogno di rinnovare la stessa impressione (…)”.

Questo studio, sull’impatto, nelle conseguenze più ricorrenti, dell’uso del tabacco, nei confronti della salute dell’uomo, era promosso dal dottore Antonio Quaglino (1817 – 1894) affrontando i più disparati aspetti scientifici disponibili in un’epoca nella quale, fra l’altro, nel merito del notevole seguito dimostrato in società del ricorso al fumo “La Gazzetta Privilegiata di Brescia” del 14 ottobre 1851 pubblicava un annuncio illuminante, relativo alla portata del prodotto spinto in commercio anche nella variante di una proposta pure allusiva dei termini significativi di un dato contesto storico, quando, fra altre notizie, ai lettori di quei giorni lontani, si avvisava pure che “(…) Essendosi negli ultimi tempi verificate, nei Domini Italiani della Corona, frequenti ricerche della qualità di tabacco da fumo che nei Domini Tedeschi si trova in vendita, sotto la denominazione di Genuino Ungherese, l’Amministrazione dello Stato ha stabilito d’introdurre anche in queste province la vendita di detta qualità di tabacco da fumo, in pacchetti da once 1 ½ ed al prezzo di centesimi 98 al pacchetto, sotto la denominazione di Vero Ungherese. La vendita di questa specie di tabacco incomincerà col primo novembre prossimo venturo. Il che si deduce a pubblica notizia, in seguito a rispettato dispaccio dell’Eccelso Imperial Regio Ministero delle Finanze del 23 settembre ultimo scorso n. 31507-1874. Milano, il 4 ottobre 1851. L’Imperial Regio Luogotenente, Strasoldo”.

Lo stesso giornale bresciano, attribuiva al tabacco, una delle possibili concause per le morti improvvise, nella fattispecie di casi estremi di apoplessia, come il 5 dicembre 1856, ne associava il verificarsi ad un insieme di motivi, nei quali, una valutazione del dottor Giuseppe Ferrario (1802 – 1870), si ritrovavano anche “l’uso abituale di vitto lauto, delle bevande spiritose, del fumar tabacco, della venere (…), al punto da procedere con il consigliare, nella natura di rimedi suggeriti a riscontro dell’avvertire sintomi vari, come (…) vibrate pulsazioni nelle arterie del collo e del capo, sussurro nelle orecchie, difficoltà di muover la lingua nel parlare, formicolio alle mani ed alle braccia od alle estremità inferiori, debolezza o vacillamento delle gambe (…), le cure di uno specifico piano d’intervento, nel tentativo di scongiurare il peggio“.

Secondo questo medico e statistico milanese, autore del contributo di lettura apparso sulla menzionata stampa bresciana, fatte le suddette premesse, era il caso di poter stabilire che “Ad impedire, quindi, un sì temuto eccesso, giovare potrà, negli istantanei casi, l’uso pronto d’un caldo maniluvio e pediluvio, e delle sanguisughe (8 o 10) all’ano, alle narici, alle tempie, dietro le orecchie, ai lati del collo, od ai malleoli; ovvero, un salasso, una coppetta incisa alla nuca, un purgante, un emetico, all’uopo secondo il giudizio del medico, sollecitamente invocandolo”.

Il fumo, implicato in tali problematiche salutistiche, era descritto come molto diffuso nei vari livelli della società, costituendo una sorta di minimo comune denominatore fra le classi più agiate e quelle più popolari, precisando, tale risvolto sociale, nella stima dettagliata nella “Gazzetta Medica Italiana” accennata, pronunciandosi, tale edizione, nel merito di questo particolare, affermando che “(…) L’uso del fumar tabacco è talmente generalizzato fra li uomini di tutte le condizioni, da potersi chiamare vece eccezioni alla regola quelli che se ne astengono. Il cattivo alito che lascia e il timore di rovinare o di annerire i denti ha, fin’ora, preservato il gentil sesso dall’imitare il forte in questo vizio; buon numero, però, delle signore dal bon – ton emulano già, almeno, nel ricinto delle domestiche pareti, i più strenui fumatori (…)”.

Al netto di una serie di considerazioni, una conclusione, comunque, con alcune riserve, chiudeva la disamina sugli effetti derivanti dall’uso del tabacco, con lo stabilire che: “(…) il tabacco ed il suo alcaloide, la nicotina, a dosi considerevoli, esercitano un’azione indubbiamente velenosa, su la sfera nervosa spinale. Che il tabacco, applicato all’organismo a piccole dosi, come si usa dai masticatori e dai fumatori, non è atto, per sé solo, a produrre gravi inconvenienti, se non in casi eccezionali, quando cioè o concorrono con esso altre potenze capaci di esercitare un’influenza nociva sul sistema nervoso spinale, o l’organismo trovavasi già in uno stato anormale, per speciali condizioni morbose dei visceri. Che non esistano, finora, abbastanza casi constatati, i quali dimostrino che il tabacco possa, per sé solo, indurre una speciale forma di ambliopia o di amaurosi”.

La perdita della vista o l’indebolirsi della stessa, alla quale i due termini medici alludevano, coincideva con un punto nevralgico di confronto empirico che risultava atto a confutare il campo d’analisi aperto alle ripercussioni del fumare, accompagnandosi anche allo stabilire, secondo un ulteriore aspetto di una certa qual tolleranza verso il fumo, a seconda, cioè, della modalità con lo quale era praticato, con lo specificare che “(…) i fumatori di zigari possono realmente subire una specie di lento avvelenamento, a preferenza di coloro che fumano il tabacco preparato con la pipa, perché quest’ultimo perde, con la sua preparazione, una gran parte del principio suo attivo, la nicotina (…)”.

In altri termini, il fumo della pipa, si riteneva facesse meno male, dal momento che, relativamente ai sigari, l’andare a focalizzare un delicato ambito di ricaduta nociva, risultava svelato con il descrivere, piuttosto che a carico di altri organi vitali, il fatto che “(…) l’affezione indotta dal fumo degli zigari sarebbe una specie di nevrosi assai pertinace che prende il decorso di un’irritazione spinale, e produce a seconda del punto prevalentemente affetto del midollo spinale, differenti manifestazioni periferiche, quali sono oppressione, spasmo bronchiale, palpitazioni di cuore, gastrodinia, vomito, nevralgie mesenteriche (…)”.

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