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Il problema pare fosse quello di sempre e cioè il non rimetterci la pelle. Una scorpacciata di funghi non doveva, neppur allora, risultare letale per chi si avventurava a fidarsi di quanto finito in padella, secondo quanto liberamente rivenuto da madre natura.

L’ovvietà delle precauzioni si spoglia da ogni banalità quando tale sollecitudine si contestualizza nei provvedimenti propri di quell’epoca lontana nella quale, certamente a far data dall’anno 1820, si investiva anche il pergamo delle parrocchie rurali del dover fare opera di sensibilizzazione fra la gente, perché non ci si sbagliasse con i funghi, finendo malamente.

Riferiva, a tal proposito, il “Giornale della Provincia Bresciana” del 28 aprile 1820, divulgando un’ordinanza dell’Imperial Regio Governo di Milano, a cui, per via del Lombardo-Veneto, anche il territorio di Brescia aveva da uniformarsi, che “(…) Nei paesi di campagna, ove non sono luoghi distinti per la vendita dei commestibili e dove i contadini vanno essi stessi a raccogliere funghi per loro uso, sarà dovere dei parrochi di leggere nella chiesa, in un giorno di festa e di maggiore concorrenza di popolo, gli avvisi che verranno pubblicati giusta la su espressa disposizione, e di far conoscere ai parrocchiani i danni che possono loro derivare dall’uso di quei funghi che non trovansi indicati in essi avvisi (…)”.

Ciò a cui bisognava attenersi era il non vendere i funghi ritenuti nocivi, rispetto alle nozioni che, da comune criterio di elementi ormai assodati, si poteva avere a riguardo, mentre quelli commestibili andavano presentati bene in vendita, intimando che non si proponessero raccolti in canestri, ma distesi su tavole, proprio al fine di poterne visionare l’effettiva varietà esposta.

Analogamente, un funzionario pubblico, preposto al mercato, testualmente detto “commesso alla vettovaglia”, aveva da interessarsi, oltre che di quelli velenosi, anche dello scongiurare la diffusione dei funghi “delle specie innocue, quando essi fossero in stato di putrefazione o vicino a putrefarsi od avessero sofferta altra nociva alterazione”.

Alla rispettiva amministrazione comunale, propria del luogo interessato alla messa in vendita dei funghi, stava la facoltà di stabilire il dove ed il quando fosse fattualmente commercializzata tale merce, mentre al vertice della Provincia era, pure, il poter stabilire quali fossero le varietà raccomandabili, in relazione alle quali, una certa discrezionalità era suffragata anche dal fatto che si potessero valutare alcune generalità micologiche secondo quanto, “coll’appoggio della esperienza fossero a giudizio del medico di delegazione da considerarsi assolutamente innocue”.

Intanto, si dava per certo che i funghi, in quel tempo, dati buoni per certo, per cui l’assecondarne l’uso alimentare, fossero l’Agaricus campestri, il Boletus bovinus, il Boletus luteus, il Phallus exculentus ed il Lycoperdon tuber, rispettivamente ascrivibili a ciò che era abbinato in nome, corrente, di “L’uovolo”, “Il fungo porcino”, “Il rossetto o rossola”, “La spugnola” ed “Il tartufo”.

Il tema, legato al poter disporre dei funghi, senza inconvenienti, conservava una certa presa di interesse, se anche il 17 giugno 1843, ci si pronunciava in proposito, suggerendo, dalle colonne tipografiche della “Gazzetta della Provincia di Pavia”, che “(…) converrebbe che, nella stagione dei funghi, nei mercati destinati alla vendita di questo vegetale, vi si potessero vedere dei perfetti esemplari dei medesimi, cioè di tutti i nostri indigeni tanto innocui che velenosi, fatti in cera, in stucco, od in altra sostanza, purché rappresentassero al naturale la figura, la grandezza, ed il colore proprio di ciascuna specie. In tal modo, ognuno potrebbe studiare a bell’agio, la loro fisionomia, fino alla perfezione, onde potere a prima vista distinguere i minimi caratteri differenziali tra gli innocui ed i velenosi, senza tema di errare (…)”.

Di quando in quando, sembra che qualcuno incappasse in errori fatali, e, di un raccolto apparentemente appetibile, ne sortiva un danno irreversibile, ecco perché la tenuta, in una costante validità, delle precauzioni usate nell’avere a che fare con il composito scibile delle disponibilità rilevabili nella spontaneità di un ambiente che non assolvevano dal dover prestare la massima attenzione per applicare una cernita conseguente.

Pare che alcuni pensassero, comunque, di potersela cavare, adottando rimedi empirici, come quello deprecato dal giornale appena menzionato che concludeva l’invito ad una raccomandazione nella stima dei funghi da considerare, con il precisare che “(…) E’ inutile quindi la pratica che molti usano di lavarli nell’acqua bollente, coll’aggiunta di una inconcludente dose di aglio e di cipolla, ed esperimentarli con prove più ridicole che vantaggiose (…)”.

Una traccia, per un indizio rivelatore della commestibilità o meno, era il colore, non tanto esterno dei funghi, ma, stando alla lettura del resto di questo pronunciamento, della polpa, azzardando a dare per sicuro che “Quelli che tagliandoli, divengono internamente giallastri, lividi, turchini, verdi o neri, sono da rigettarsi, come pure quelli che spandono un liquido lattiginoso. Debbonsi egualmente rigettare quelli che hanno la superficie nodosa, glutinosa, coperta di pellicola bianche o colorite, la polpa granellosa, spugnosa o floscia. Le specie più venefiche vivono nelle folte selve, in luoghi oscuri ed umidi: essi portano ordinariamente alcuni avanzi del loro involucro sul cappello po al basso del picciuolo. I buoni funghi, al contrario, crescono nei luoghi scoperti, in terreni incolti, erbacei, di pascolo, macchiosi, ed all’estremità del bosco; la loro tessitura è soda, secca, compatta; la loro polpa è di una permanente bianchezza (…)”.

Tali parole attengono ad un possibile deposito esperienziale che, da quegli anni remoti dell’Ottocento, può contribuire, in presa diretta, ad attestare anche altri convincimenti, espressi nel prosieguo di un interesse che, rispetto all’argomento, non poteva porsi altrimenti, andando, cioè, a condividere ulteriori aspetti, ritenuti utili per approfondire e confutare tesi ricorrenti, come, ad esempio, la “Gazzetta Provinciale di Brescia” del 25 settembre 1857, interveniva, fra l’altro, nel confronto con gli esemplari poco raccomandabili dei funghi, spiegando che “(…) vi sono funghi nocivi, se mangiati crudi i quali diventano innocui e saporiti colla cottura. Nella provincia bresciana, e segnatamente a Lonato, in Riviera, si mangiano cotti alcuni luttiflui (Ag. Controversus Pers.) che crudi, esulcerano la bocca, e cagionano, per conseguenza dolori, infiammazioni. Ma vi è di più. I funghi Chiodetti che vengono in autunno avanzato (Ag. Melleus Vabl. non l’Ag. Piopparello Viv.) che crescono cespitosi al piede dei gelsi, e presso altre piante, il cui uso è comunissimo, specialmente nei paesi e casolari di pianura, questi funghi, mangiati crudi, sono nocivi, e bastane uno per produrre vomito ed altri sinistri risultati (…)”.

Il bresciano Carlo Antonio Venturi (1805 – 1864) o semplicemente Antonio Venturi, come firma questa sua dissertazione giornalistica, proposta nel merito dei funghi, all’epoca pure membro dell’Ateneo di Brescia, pare tenesse a precisare determinati risvolti, rilevabili a ridosso dei funghi velenosi, affermando, nell’ambito di un suo più diffuso studio, dal quale ne è sortita nel tempo, anche una serie di dettagliate pubblicazioni: “(…) Che l’azione del sale, poi, quella dell’aceto, rendano innocui i funghi velenosi, noi l’abbiamo divulgato sino dall’epoca della pubblicazione dei nostri “Studdi micologici” (1842), ove abbiamo indicato (Pref. p. VII) che nella Riviera Benacense si suol mettere in salamoja l’Ag. Moscario, il quale come fungo di conserva, viene preferito a tutti gli altri Agarici. (…)”.