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Brescia – Rete. Palla al centro. Il colpo era stato fatto. La partita era, però, ancora da giocare. Occorreva vincerla. Era, di fatto, appena incominciata. C’era chi sperava di farla franca e chi, invece, confidava in una soddisfazione, nella giustizia e nel recupero possibile della refurtiva.

A sancire, nottetempo, tale cimento, anche il suono a stormo delle campane del Santuario mariano delle Grazie, in quell’angolo di Brescia dove la tarda estate del 1908 aveva riservato, al deflagrare di una fosca sorpresa, il compiersi di un “audace furto”, perpetrato proprio ai danni di tale noto luogo di culto, preso ad insano riferimento, a deroga del soverchiante rispetto che ancor oggi ne ispira un devoto e diffuso sentimento.

A testimoniarlo, anche la notizia data a riguardo da “La Provincia di Brescia” del 12 settembre 1908, ovvero il giorno seguente, dopo che lo stesso mezzo di informazione aveva pubblicato un particolareggiato articolo relativo all’evento che era stato puntualmente recepito dalla cronaca, a stretto giro di stampa, rispetto al medesimo accadimento: “Dopo il furto alle Grazie. In seguito all’audace furto perpetrato al santuario delle Grazie, ieri, il commissario di P.S. Cav. Manni fu sul sito, visitandolo minutamente, rendendosi conto del come i ladri poterono aprirsi una via. E’ più che mai assicurato ch’essi si servirono per l’entrata o per l’uscita del portone dello stabilimento scolastico delle Grazie; portone che come dicemmo nella nostra prima relazione di ieri, è lasciato sempre aperto. Per tutta la giornata, la folla visitò il santuario, soffermandosi specialmente davanti alla due inferriate che subirono la violenza degli audaci malandrini; sappiamo di molte offerte di denaro, state fatte allo scopo di risarcire la chiesa del danno subito. Però, dei ladri, non si potè avere fino ad ora traccia alcuna“.

Questa trascritta sintesi pare, con gli occhi di poi, potersi porre anche ad utile preambolo di quanto era già stato rilevato, nell’edizione appena precedente della medesima testata giornalistica, rappresentata, limitatamente a tale caso, da un resoconto non firmato, circa i particolari inerenti l’avvenimento, considerato sull’onda di un fatto increscioso, ormai assestatosi ad un livello conclamato, cominciando da quella spontanea sensibilità solidale al luogo taglieggiato, con la quale gli abitanti delle contrade attigue avevano da subito partecipato: “(…) Il colpo fu diretto anche a spogliare l’immagine della Vergine del diadema e delle gioie di cui è ricoperta e che rappresentano un ingentissimo valore, ma non riuscì, non certo per volontà dei ladri, ma per imprevedute circostanze che impedirono a loro la consumazione completa del delitto. Verso le due dell’altra notte, don Andrea Cipani, prefetto del Santuario che dorme in una stanza sopra al santuario medesimo, venne svegliato da un rumor di voci che partivano dal cortile del Ricreatorio Civile (…) più tardi lo colpì il rumore di un vetro infranto e poi il ruzzolare di un corpo metallico; si alzò ancora una volta, si munì di una rivoltella e scese. Subito giunto nel Santuario vide al lume di candele che erano state accese delle ombre sgusciare e svanire giunte al muro come se attraverso ad esso fossero passate. Capì che erano ladri (…) si affacciò ad una finestra chiamando il cappellano che abita di fronte don Zubani, mentre uno dei sacristi correva al campanile e suonava a stormo. Il suono di quella campana scoppiato nel silenzio della notte, svegliò d’improvviso tutti quelli che dormivano nei dintorni, tra i quali il cappellano Zappa don Luigi che si alzò e corse trepidante; entrò nella chiesa nel mentre fuori sulla via si adunava una folla numerosa (…)”

La ricostruzione dei particolari passava, in seguito, oltre il punto di svolta dei danni osservati, consentendo un’analoga disamina anche per gli evidenti effetti considerati, mediante quella sommaria visione attraverso la quale la mala parata dei ladri consentiva, ad una serie di elementi appurati, il riflesso allusivo dei loro incauti passi sconsiderati: “Una delle finestriole del Santuario e quella che precisamente sta sopra ad una tettoia che comunica colle latrine del Ricreatorio aveva allargata l’inferriata; i ladri erano di lì entrati e si erano diretti alla porta di ferro che sta di fronte e di fianco all’altare; ne avevano svitata la serratura ed erano entrati nel cortile. In fondo a questo e alla parete che lo divide dal Santuario, in corrispondenza della immagine sta un quadro raffigurante la Vergine e sotto ad esso la cassetta delle elemosine (…) di legno che venne facilmente aperta e svuotata. Si calcola che in essa vi fossero circa mille lire. I ladri si diressero poi a destra del cortile ed allargarono un’altra inferriata penetrando nello studio del prefetto dove credevano evidentemente di fare un grosso bottino. Rovistarono dappertutto schiodando il coperchio della scrivania, rompendo i cassetti, da uno dei quali tolsero cinquanta lire circa in monete d’argento; essi non videro una scatola contenente altre 30 lire ed una busta, nascosta tra cartoline, con dentro 1200 lire. Uscirono di lì, scassando la porta ed entrarono in sacrestia (…) trovarono 500 lire che costituivano i proventi delle messe di questi ultimi giorni (che da) i sacristi venivano ritirati previo rilascio di ricevuta staccata da un registro ed uno di questi registri venne trovato a metà bruciato. I malandrini uscirono ancora e tra la porta della sacrestia e la porta del santuario ruppero un vetro coprente dei voti, rubando due medaglie d’oro e alcuni cuori votivi. Fu il rumore prodotto da questo vetro che svegliò don Cipani ed i ladri, entrati nel santuario, scavalcarono il sacello che circonda l’altare, tolsero la pisside spargendo le particole, senza però degenerare in atti sconvenienti, come si era ieri sparsa la voce, levarono tutti i candelabri ed uno di loro salì, cercando di rompere il vetro. In questo momento, don Cipani scendeva: venne sentito e cercando di fuggire, il ladro che si era arrampicato, rovesciò un vaso contenente fiori ed un candelabro. Quando il prete entrò, i tre per la medesima via donde erano entrati, fuggirono. (…)”.

Chi poteva essere stato? L’interrogativo, contestuale alla conta dei danni, arrovellava le coinvolte menti stupite e già muoveva alla raccolta di quei primi elementi che potevano apparire utili per altrettanti riscontri, su eventuali rimandi ed approfondimenti, tesi a soppesare ogni indizio valevole a tentare di scoprire le responsabilità in capo a chi fosse stato compromesso, in tale sacrilego avvenimento, di cui già si stabiliva che: “Dovevano essere parecchi, perchè oltre a quelli che furono gli esecutori materiali, altri erano fuori ad attendere; il complotto fu organizzato da tempo ed un oste di via Carmine ebbe a raccontare d’aver sorpresa la conversazione di tre che lasciavano capire d’essere in vista di un tentativo del genere. Anche don Bonfiglio nella Chiesa di san Giovanni, venerdì notte, stando alla sua finestra udì alcuni individui, due giovanetti ed un uomo, che complottavano aspettando l’arrivo di un tale chiamato il caporale; questo caporale che è un uomo in età e sciancato, arrivò consegnando a loro un ordigno, e i due giovinetti poi si allontanarono. E’, a quanto pare, un’associazione diretta alla spogliazione delle chiese e sarebbe desiderabile che l’autorità di P.S. Riuscisse a rintracciarne le fila”.

Del tenore delle giornate immediatamente successive, “La Provincia di Brescia” appurava, a riguardo, pure l’insorgere di un corollario di manifestazioni da parte dei fedeli, devoti al Santuario delle Grazie, che si rivelavano essere sintomatiche dell’impressione indotta dal percepito postulato criminoso da cui ne discendeva quel controbilanciamento che, il 13 settembre 1908, suscitava, fra l’altro, nell’ignoto cronista, lo scrivere un caustico commento, circa il vedere: “pie signore a risarcire la chiesa del danno sofferto e si prevede che finirà coll’avere di più di quello che è stato rubato. E allora non vanno male le straordinarie funzioni decretate per oggi. Il miracolo c’è: un poveraccio che per un fatto simile si trovasse rovinato, non vedrebbe certo tanta pioggia di quattrini”.

La presunta svolta del caso sembra fosse, poi, giunta con quanto era stato, a breve, sintetizzato anche dal quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 25 settembre 1908, riguardo l’esito delle indagini condotte dalla Questura di Brescia che avevano, fra l’altro, condotto ad “una piccola e modestissima bottega in via Arsenale” di un calzolaio, dal momento, fra ipotesi e supposizioni, tracce ed intuizioni, la matematica di un disincantato calcolo ispettivo aveva dato i suoi frutti, dimostrando che “(…) I sospetti dell’agente non erano infondati poiché sotto il mobile trovò uno di quegli ordigni che i ladri adoperarono ad allargare le inferriate; una grande forbice atta a tagliare le reti metalliche, una sega sorda, dei ganci ed altri ferri”.

Ancora in città, altra analoga tappa rivelatrice si era, infine, concretizzata anche “nella casa dell’amante del pregiudicato D. Giuseppe e tanto lui che l’amante furono senz’altro arrestati. La perquisizione non poteva essere più fortunata, poiché nascosto sotto un tavolo fu trovato un pezzo della coperta rubata nella Chiesa delle Grazie e che servì appunto per avvolgere quaranta chilogrammi di monete di rame, di nichel e d’argento trovate dai ladri nelle diverse cassette”.

Chi aveva sconsideratamente impetrato, a suo modo, i favori della Vergine delle Grazie, fino a “confondere” il suo con il proprio, rivelandole, con la sordità di fatti ottusi, quelle miserie umane che denunciavano, in ottenebrate azioni, l’oscuro baratro di un pozzo senza fondo, invocante implicitamente un rovesciamento da tale condizione, per una necessaria espiazione e pacificazione, era vagamente descritto dal giornale “La Provincia di Brescia” della stessa giornata riepilogativa, appena menzionata, in una sua formula conclusiva: “I nostri lavoratori del furto – come erano uniti nella dura bisogna di impadronirsi delle cose altrui – (…) facevano capo all’osteria di cui abbiamo parlato più sopra, posta in vicolo della Stella, ed avevano una speciale predilezione per la danza: questa – col vino e col sorriso della donna più o meno amata – annebbia la preoccupazione che può nascere, di tanto in tanto, nell’animo, di dover trasferire il proprio domicilio in carcere”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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