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A proposito di colui che aveva, fra i tanti appellativi, quello di “Ariel armato”, di “Artiere di tutte le arti”, di “Filibustiere del Quarnaro”, di “Orbo Veggente”, di “Vendicatore di Oberdan”, di “Vindice di Lissa”, di “Intrepido condottiero degli Uscocchi”, di “Venturiero senza ventura”, di “Beffatore in terra in cielo e sul mare”, di “Imaginifico”, di “Giustiziere a ferrofreddo”, di “Messaggero di vita e di morte”, di “Artefice insonne”, di “Principe di Montenevoso” e di “il Comandante”, continua a rappresentare interesse di studio una traccia di natura locale che, nel più vasto contesto generale, assurge tuttora ad elemento d’analisi riferito ad una controversa vicenda della sua parabola esistenziale.

L’espressione di “volo dell’arcangelo” riporta ad un preciso avvenimento infisso nell’evanescenza del tempo due mesi e mezzo prima della “marcia su Roma”, quando Gabriele D’Annunzio cadeva rovinosamente dal balcone di una finestra del Vittoriale di Gardone Riviera.

Quella notte d’estate anticipava di qualche giorno l’incontro che il poeta pare dovesse avere, il 15 agosto 1922, con Benito Mussolini e con il già presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, per discutere sulla situazione politica di quel periodo, nell’ottica di un progetto d’intesa finalizzato all’obbiettivo di un governo, propugnato nell’ipotesi di un’alleanza, sulla base di un consenso che ne condensasse l’espressione esecutiva.

Un panorama tumultuoso della vita nazionale aveva, fra l’altro, visto D’Annunzio intervenire anche in una sua pubblica presa di posizione, con il proclama di un discorso da lui tenuto a Milano, solo una settimana e mezza prima della patita caduta, in cui aveva esortato gli italiani alla pacificazione ed alla desistenza circa le inconciliabili posizioni fra le parti allora in lotta, nella dissolvenza di un assestamento istituzionale post bellico, contraddistinto anche da aperti scontri e da esacerbate iniziative, come quella dello sciopero generale “legalitario”, avvenuto fra il 31 luglio ed il 07 agosto 1922, nella forma di un atto di protesta contro le intercorrenti violenze fasciste.

Il volo dell’arcangelo: contrassegnata da una X la finestra incriminata

La caduta dai sette metri dalla finestra della “Sala della Musica” di Villa Cargnacco, poi divenuta “Il Vittoriale” che le diffuse biografie di D’Annunzio ascrivono a cause accidentali, pure non tralasciando di menzionare quelle fonti che rimandano alle fatali conseguenze delle schermaglie galanti fra il poeta e Jojò, sorella minore della sua importante amante Luisa Baccara, è stata descritta dall’edizione del quotidiano “La Provincia di Brescia” di giovedì 17 agosto 1922 con la vaga ricostruzione dei fatti, assodata nella cronaca invalsa e poi ufficializzata riguardo cosa fosse successo, mentre si approssimava a Gardone Riviera la mezzanotte di quella domenica 13 agosto: “…il Poeta non si sentiva completamente bene: accusava un lieve disturbo gastrico. D’Annunzio dopo essersi trattenuto con gli intimi di casa in una stanza della villa, era poi passato a quella attigua che è fornita di un poggiolo molto basso. Essendo passato qualche minuto ed essendo la seconda stanza obbligata alla prima, i famigliari si sono incuriositi per il fatto che il Poeta non tornasse. Sono passati perciò nel vano successivo e con somma meraviglia il Poeta non c’era E’ allora che sono accorsi al poggiolo ed hanno guardato in giù. Il Poeta era disteso per terra, a poca distanza da un’aiuola”.

Tra i numerosi messaggi, indirizzati al famoso infortunato, ricopre un significato di contingenza storica, contestualizzata nella politica di quel momento, quello pubblicamente espresso dagli esponenti bresciani del partito di ispirazione cattolica, fondato da don Luigi Sturzo che, in occasione di una loro conclamata manifestazione, hanno associato alla figura del poeta quella considerazione manifestata da fonte accreditata presso il Partito Popolare, attraverso una dichiarazione singolare, raccolta dalla stampa quando ancora la storia, tra l’altro, non aveva avvolto D’Annunzio nell’equivoca e compromettente sua discutibile individuazione intellettuale come “demiurgo del Fascismo”.

La notizia locale, assurta a peculiarità bresciana fra quelle transitate, riguardo il poeta, a livello invece esponenziale, per ciò che andava caratterizzando altrove il racconto dell’accaduto capitatogli e del suo decorso in convalescenza, era sintetizzata nella veste editoriale de “La Provincia di Brescia” del 19 agosto 1922, per il tramite di un articolo che ricreava in D’Annunzio le virtù civiche elogiate ed attribuitegli da una parte politica diversa, rispetto a quella che, in seguito, il corso dei fatti avrebbe visto porsi culturalmente in un controverso appaiamento di conniventi caratterizzazioni, accasatesi sempre di più con il destinatario di queste attribuzioni: “Un voto dei popolari per Gabriele D’Annunzio. Nel salone di Palazzo S. Paolo, la Sezione di Brescia del Partito Popolare Italiano ha tenuto l’altra sera l’annunciata assemblea. Presiedette per incarico della Direzione, l’on. Bresciani. Dopo la trattazione di questioni interne di partito, l’on. Bresciani richiamò l’assemblea sul gravissimo infortunio toccato a Gabriele D’Annunzio in quella villa di Gardone Riviera in cui egli vive più che ospite, cittadino bresciano. Osservato che in questo momento, sulle profonde diversità di concezioni morali, prevale in tutti l’ammirazione del poeta insigne e pel soldato valorosissimo, l’oratore tenne a porre in evidenza, che la sciagura per poco non tolse al Paese uno dei suoi cittadini più illustri, proprio in un momento in cui egli, con lo smisurato prestigio, aveva compiuti robusti gesti di pacificazione. Ricordò che D’Annunzio, preso in un momento gravissimo nel vortice di una contesa civile, seppe dire dal balcone di Palazzo Marino a Milano una parola di pace, e come tale essenzialmente cristiana, e seppe poi col suo telegramma a tutti noto raccogliere gli italiani discordi nell’impeto di un evviva all’Italia, solo all’Italia, e a null’altro oggi fuorché all’Italia. Concluse col voto che il poeta possa superare il grave pericolo ed essere ridonato all’arte e alla causa della pace degli italiani”.

Al ruolo avuto a Milano da D’Annunzio, nel corso dello sciopero generale organizzato in protesta verso l’incalzare del Fascismo, si collega anche quanto in quei giorni era stato scritto dal giornale “Il Comunista” che, confermando l’interpretazione, pure condivisa in sede bresciana, dell’efficacia pacificatoria, attribuita alla stima declamatoria della dichiarazione fatta in quel frangente dal poeta, apriva, al tempo stesso, la pista per un mai provato assurto, caro a teorie complottiste che sono riportate nell’edizione de “La Provincia di Brescia” di giovedì 17 agosto 1922, sotto il titolo “Una stupida invenzione”, in capo ad una colonna di giornale che faceva leggere: “Roma – 16 notte. “Il Comunista riceve da Gardone. Abbiamo ricevuto e vi trasmettiamo con ogni riserva che la voce della caduta non sia stata accidentale, ma Gabriele D’Annunzio sia rimasto vittima di un attentato dovuto all’attività da lui svolta nel campo politico e sociale. Data la gravità della notizia non è possibile per ora controllare quanto si afferma. Noi crediamo però opportuno mettere a conoscenza del pubblico tutte le voci che corrono con una certa insistenza”.

A questa affermazione si collegava una correlata smentita, pubblicata nel medesimo articolo, che comunque non avrebbe tacitato le illazioni, destinate a sopravvivere nel tempo, sulla vera dinamica dei fatti, nell’essere pure accompagnate da quelle riflessioni che, all’incidenza dell’evento traumatico, non potevano calibrare le conseguenze del mancato appuntamento in ambito politico a cui era atteso D’Annunzio, secondo una serie di interpretazioni che, nella contingenza della sua forzata convalescenza, vi hanno pure intravisto un cambiamento nel corso della storia, fattibile di quell’analisi di retrospettiva, utile, per un’interessante divagazione conoscitiva: “Abbiamo pubblicato questo fonogramma per dimostrare a qual punto può arrivare la stupidità umana. Il “Comunista” dice di avere avuto la sua informazione da Gardone: ma noi ci rifiutiamo di credere che si tratti autenticamente di una corrispondenza dal Garda perché chi conosce le abitudini di chi vi abita sa come l’ipotesi dell’attentato sia assurda”.

Quella presunta storia interrotta, in capo alla quale è spettato ad altri intessere le trame per un governo, raggiungendolo con la “marcia su Roma”, avrebbe ripreso presto per D’Annunzio attraverso la prosecuzione di un sempre più abbellito domicilio gardesano di cui, in parte, già se ne scorgevano le annunciate premesse nella rassicurante notizia de “La Provincia di Brescia” di martedì 22 agosto 1922, nella quale, tra l’altro, si legge: “Domenica il Poeta ha visto e riconosciuto il figlio Mario. L’incontro è stato breve, ma affettuosissimo. Nella giornata si è verificato un altro miglioramento dell’infermo che ha dato ripetutamente prove di avere recuperata l’esatta conoscenza delle cose e il ricordo perfetto. Anche ieri sera, come tutte le sere, da quattro giorni a questa parte, il Poeta è stato sensibile all’azione del male ed ha accusato un forte mal di capo. Si ha finalmente la sicura speranza che Gabriele D’Annunzio potrà presto tornare al travaglio glorioso della sua arte, all’assiduo fervore della sua passione nazionale: i timori si sono dileguati ed il Poeta, appena fuori del tormento che l’ha inchiodato entro il suo eremo di Cargnacco, riprenderà il suo posto di combattente che tenne con acceso intelletto sino a ieri”.

Già nel mese d’ottobre successivo, nel periodo in cui altri prendevano il potere a Roma, usciva in stampa il suo nuovo libro dal titolo “Per l’Italia degli Italiani”, in relazione al quale le cronache del tempo spiegavano che contenesse “unicamente scritti suggeriti al Poeta dalla passione d’Italia”, mentre la manifestazione delle “regate nazionali nel golfo di Salò” faceva registrare, alle cronache di quei giorni autunnali, un’uscita pubblica nella cittadina salodiana da parte di Gabriele D’Annunzio a cui le stesse gare erano dedicate, nel contesto delle quali, fra l’altro, l’illustre ospite, scherzando, pare che abbia pubblicamente intrattenuto la folla anche con questa battuta: “E dire che io abito a Gardone! Un giorno chiesi ad un mio amico filologo come si sarebbe potuto chiamare Gardone per togliere ad un paese italiano la radice teutonica che continuamente mi perseguita. – Benacone – mi rispose l’amico. E il Poeta fa seguire l’aneddoto da una squillante risata”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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