Brescia – La giornata memorabile del “25 aprile” espressa nel libro, dal titolo “Gabriele d’Annunzio nelle lettere a Giancarlo Maroni – 1936”, è quella della fondazione di una città, realizzata nel Lazio, nell’ambito della nota operazione di bonifica dell’Agro Redento, per la quale, in riferimento al mese di questa solennizzata circostanza, se ne sanciva il nome allusivo di Aprilia.

E’ il 1936 e la penultima tappa dell’annuale “Giro d’Italia” si concretizzava in giugno a Gardone Riviera, interessando la caratteristica località lacustre nella quale, già da una quindicina d’anni, Gabriele d’Annunzio (1863 – 1938) dimorava nel complesso monumentale del “Vittoriale”, in relazione al quale, alle memorie autobiografiche del suo “Libro Segreto” risulta da lui affidata, fra l’altro, l’intima considerazione che “Dentro da questa cerchia triplice di mura, tradotto è in pietre vive quel libro religioso ch’io mi pensai preposto ai riti della Patria e dai vincitori latini chiamato il Vittoriale”.

Sullo sfondo del Vittoriale, il vincitore della ventiquattresima edizione della “corsa rosa” si era imposto alle cronache del tempo nella figura di Gino Bartali e sembra che d’Annunzio, già per la conquistata tappa gardesana, abbia omaggiato il neocampione con il dono personale di un premio documentato con il termine di “speciale” dal bibliofilo dannunzista Ruggero Morghen, tra le pagine del libro, edito da “Solfanelli”, che riporta al 1936 l’anno in cui è temporalizzata la sua ricerca epistolare ispirata all’intercorso carteggio fra d’Annunzio ed il suo architetto di fiducia Giancarlo Maroni (1893 – 1952).

Il premio a Gino Bartali pare tale e quale corrispondente a quanto è attestato inversamente proporzionale alla documentazione contestuale all’esternazione del poeta abruzzese che, nell’incombente frangente di tale itinerante evento sportivo, scriveva al citato professionista, qualificatosi nel 1919, con il titolo di “professore di disegno architettonico”, all’Accademia di Brera: “questa dei Ciclisti è la più brutta manifestazione sportiva. Guardali. Io non so che si possa fare per questi disperati corridori. Ma ti chiedo consiglio”.

Questi e, molti altri aspetti storiografici di una storia intercettata nei vari livelli di una aneddotica contingente, sul crinale di un periodare d’avvenimenti maturati nel loro rispettivo spessore a vario modo consistente, è l’interessante sfondo d’insieme delle circa centoventi pagine del libro dove il nesso di tante vicende è l’interrelazione cogente che le circostanze stesse hanno avuto attraverso l’effettivo riscontro con il protagonista ormai senescente della pubblicazione, già autoproclamatosi, a suo tempo, “Orbo veggente”.

Che cosa in quel 1936, anno della proclamazione dell’Impero a seguito della conquista italiana dell’Abissinia, abbia in un qualche modo riguardato Gabriele d’Annunzio, per il tramite dei messaggi autografi di vario genere che lo stesso aveva inviato all’accennato Giancarlo Maroni, emerge in una piacevole ed in un densa lettura particolareggiata sul profilo narrante dell’iniziativa divulgativa che si è accuratamente materializzata in questo volume, dopo che, in un’analoga operazione documentaristica, il medesimo autore aveva dato ai torchi per la collana editoriale “Micromegas”, diretta da Carlo Bordoni, il lavoro di ricerca tradotto nella stampa del libro “Gabriele d’Annunzio nelle lettere a Giancarlo Maroni (1934)”, per la stessa “Solfanelli” di Chieti.

L’architetto, destinatario privilegiato della fitta corrispondenza riverberatasi dalle evenienze operative che dal suo ruolo d’impiego traevano una risoluzione d’attinenza, è passato alla storia, per lo più, come colui il quale, attraverso la mediazione della sua inventiva, “al Vittoriale progettò e diresse i lavori per il teatro all’aperto, il mausoleo, lo Schifamondo, la Loggia dei Caduti”, in relazione a quanto Ruggero Morghen evidenzia, fra l’altro, nel suo libro, pure rivelando, nella famiglia dell’architetto accreditato presso d’Annunzio, anche la presenza di altri fidati collaboratori del medesimo poeta.

A tal proposito, la ricostruzione storiografica dell’autore mette in luce l’attività della “gentile amanuense veloce”, chiamata da D’Annunzio anche “Alissa” nella persona della sorella dell’architetto, addetta a lavori di segreteria, e pure battezzata “suor Alide” nella curiosa versione francescana di una sua personale trasposizione, secondo la vagheggiata emulazione di un Terz’ordine, preso idealmente in prestito dall’assonanza di un retaggio religioso metaforicamente adattato alla bisogna, in cui, attraverso “l’anello della mistica alleanza”, altri subentrati appellativi avevano rispettivamente riguardato il padre, Bortolo, il fratello Ruggero che, al pari di Giancarlo, divenuto “Fratelmo”, sono stati da d’Annunzio confidenzialmente contrassegnati con la vezzeggiativa espressione conventuale di “Fra Ginestro” e di “Fra Rugumante”.

Ad Italo, altro fratello di Giancarlo Maroni, nel 1931 era stata invece affidata da parte del poeta la “direzione dell’Ufficio lavori al Vittoriale a Gardone Riviera, divenendo poi addetto ai servizi tecnico amministrativi e direttore del settore dal 1952 al 1958. Dal 1958 fu consulente per la parte edilizia della Fondazione del Vittoriale. Chiamato a lavorarvi come caposquadra, rimase a dirigere le opere di manutenzione edile ed agricola del Vittoriale anche dopo la morte del poeta e di Giancarlo. Nell’aprile del 1952 lo troviamo infatti impegnato a dirigere, insieme all’architetto Mario Moretti, i lavori per la realizzazione del Teatro del Vittoriale che verranno portati a compimento l’anno successivo (il cantiere era stato aperto – e ben presto chiuso – tra il 1934 e il 1935). Socio fondatore nel 1919 dell’Associazione nazionale alpini, Italo fu presidente della sezione del Benaco dal 13 novembre 1936 al 1943 e presidente della sezione Monte Suello di Salò dal 17 marzo 1946 al 1962 (ne divenne quindi presidente onorario). Dal 1956 al 1960 fu sindaco di Gardone Riviera come indipendente nella lista D.C. assicurando al Comune da lui amministrato la splendida Villa Alba”.

Di Riva del Garda, località d’origine anche dell’autore di questo libro, Giancarlo Maroni acquisisce, alla luce dei documenti esaminati e storicizzati, quel profilo che ne fa travalicare alla sua professione i circoscritti ed i tipici riferimenti, per potere fare constatare, in un contesto plurale, il proprio primeggiante credito personale esercitato su d’Annunzio in una raggiunta proporzione amicale.

Ruggero Morghen, fra i venti capitoli della pubblicazione, oltre ad offrire al lettore alcuni salienti aspetti biografici dell’architetto del Vittoriale, anche nell’insieme degli accennati esponenti della sua famiglia, cita in capo al 7 agosto 1936 l’effusione “rivelatrice” di una lettera che era stata scritta di proprio pugno dal poeta nella sua volontà d’affermare “Mio caro Gian Carlo, nello smarrimento della coscienza universale, di contro ad avversioni e miserie senza numero, noi abbiamo meritato – forse per aver operato e tanto patito – un privilegio non pari ad alcun altro. Siamo due uomini inviati l’un verso l’altro da un fato divino e umano. Esciti dalla fucina della guerra, ci siamo incontrati e riconosciuti per non separarci mai più”.

L’immersione, tra alcuni fatti notori colti fra le cronache italiane del 1936, della figura di d’Annunzio, osservata anche nell’ambito di queste gravitanti aderenze famigliari, attesta, per la biografia dello stesso poeta, i retroscena svelati a quella storia maggiore che, in relazione al medesimo personaggio, attraverso gli stessi si completa, rappresentando un intreccio di informazioni riferite all’epoca di una data sequenza cronachistica da dove se ne astrae la sentita ispirazione, riferita alla memorialistica, coltivata a favore del noto esteta.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.