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Pare che le onde ne ritmino i versi e, mentre sulla superficie lacustre si crea un effetto velato di grinze stropicciate dal vento, il lago sembra porsi a fluida patina d’emozioni nella quale si riverbera l’impressione di un momento.

Significativo di questo connubio che, diluito in varie dinamiche soggettive, il lago ispira all’uomo di ogni tempo, è l’esternazione poetica, quale mezzo funzionale a quel ritmico infingimento che manifesta una data ispirazione, sviluppata, stilisticamente, in un intimo appagamento.

Esempi di questa mediazione, instauratasi fra una personale percezione ed un ambiente penetrato da una corrispondente interpretazione, sono le liriche pubblicate, rispettivamente, tra le pagine delle edizioni periodiche dell’allora “Rivista del Garda” di inizio Novecento, nelle quali una serie di poesie sono state, via via, presentate in componimenti volti ad amalgamare, in un’intensa produzione di sintesi espressiva, alcune tipicità del luogo, sperimentate da una indugiante sensibilità descrittiva.

Fra gli altri, l’autore, delle decantate amenità messe in rima, era Marco Visentini di cui l’Enciclopedia Bresciana attesta, in una rimarchevole figura menzionata, alcuni principali riferimenti pure ascritti a questa sua feconda attività, puntualmente considerata: “Sec.XX, Ingegnere. Capo del Genio Civile di Mantova nel 1930, studiò i criteri idraulici per l’utilizzazione in parallelo delle acque del Garda e dell’Adige. Si dilettò anche di poesia pubblicando (1913) versi sulla “Rivista del Garda” e su altri giornali”.

Proprio in relazione all’ultimo anno, fra parentesi, citato, è nel numero in stampa della prima metà di gennaio che un paio di poesie, a sua firma, sdoppiano il tema trattato in un duplice componimento tipograficamente contornato, in questo caso gravitante sul basso lago, dove pare che il territorio abbia ispirato sia una riflessione sulla località Lugana che su Sirmione, in un contiguo slancio lirico, festosamente instillato nei versi dove, dell’una, si legge, ad esempio, “Sul Garda – Osteria di Lugana – Salve, o Lucania; dalle feraci/ crete che al nitido lago discendono,/ le tue fanciulle chiedono baci, coppe i tuoi vini chiedono”, mentre dell’altra, intitolata “Sirmione”, Marco Visentini scriveva, fra l’altro, secondo un’altra versione che privilegia della cittadina una empatica visione geografica apparentata ad una barocca approssimazione allegorica: “In mezzo al ceruleo lago t’avanzi,/ come un sogno d’amor,/ bella penisola./ Bagna la creta dè tuoi rossi scogli/ l’onda, e ti parla con l’eterno murmure”.

forre tremosineL’attenzione del periodico benacense a promuovere le attrattive locali, nell’evocazione delle tipicità che ne delineavano le ricorrenti pertinenze strutturali del paesaggio, secondo quanto ormai attestato anche dalle più diffuse ed invalse eco culturali, pare fosse pure confermata nel caso della proposta della laude dannunziana dedicata all’ulivo, pubblicata sul giornale a metà febbraio del 1913, in una sua ampia versione, non rispondente però all’intera ed originaria redazione dell’opera stessa, presa in considerazione:

Laudato sia l’ulivo nel mattino!
Una ghirlanda semplice, una bianca
tunica, una preghiera armoniosa
a noi son festa.

Chiaro leggero è l’arbore nell’aria
E perché l’imo cor la sua bellezza
ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,
non sa l’ulivo.

Esili foglie, magri rami, cavo
tronco, distorte barbe, piccol frutto,
ecco, e un nume ineffabile risplende
nel suo pallore!

O sorella, comandano gli Ellèni
quando piantar vuolsi l’ulivo, o côrre,
che ‘l facciano i fanciulli della terra
vergini e mondi,
imperocché la castitate sia
prelata di quell’arbore palladio
e assai gli noccia mano impura e tristo
alito il perda”.

Se l’ulivo rivestiva, analogamente al presente, un impareggiabile elemento caratteristico del bacino gardesano, non di meno, pure il cipresso svettava, anche fra le parole ispirate, come riscontro famigliare ad un chiaro aspetto contraddistinguente il medesimo contesto da cui, lungo le frastagliate sponde del Benaco catulliano, tali conifere si innalzavano, come oggi, a coniche colonne di anch’esse sempreverdi essenze arboree, nel modo in cui l’accennato Marco Visentini li declamava al lettore del periodico, nell’edizione diffusa a fine maggio di quell’anno lontano: “Alberi che la bruna/ ombra sopra l’azzurre acque gettate,/ nelle notti di luna/ certo vol con l’ondine amoreggiate./ Invisibili a noi,/ salgon esse dal fondo lievemente, e parlano con voi/ ch’odo stormire così dolcemente./ Che dicono le ondine?/ Ascolto io bene il dolce mormorio/ di lor voci divine,/ ma non le arriva l’intelletto mio./ Per certo le parole/ ch’esse vi dicon, solitari amanti,/ ardenti come il sole/ sono, e come un profumo inebrianti./ E certo voi, cipressi, alle leggiadre incantatrici in coro/ rispondete sommessi/ canti di perle intarsiati e d’oro…/ Oh bei canti d’amore!/ Oh! Riditeli a me: voglio alla bella/ che m’ha rapito il core/ d’essi foggiare una canzon novella”.

Cipressi SalòAncora, il medesimo autore liberava le parole, imprigionate letterariamente nell’ordinarietà sommessa delle più consuete prose, facendole inoltrare nelle ammirate caratteristiche che apparivano contemplate, su uno spartito onirico, da un insieme di sentimenti rapiti dalla località bresciana di Tremosine che, con tale toponimo, faceva il paio con la coincidente denominazione della poesia stessa, pubblicata sul quindicinale definito in quell’autunnale edizione che, nella metà di novembre, sorvolava ed eludeva i cupi accenni, tradizionali all’allora incombente stagione: “Sull’orlo di rupi scoscese,/ e lungo precipiti forre/ per dove già l’acqua discese/ nei secoli senza misura,/ fra mezzo a festosi dirupi/ che l’edera verde corona,/ sicura e leggera sui cupi/ silenzi di pallidi abissi,/ la via bianca e nitida sale/ cercando il romito paese,/ siccome un sereno ideale/ che ascende a cercare l’infinito./ Va sempre più in alto, più in alto,/ dall’acque ricolme d’azzurro,/ ai cieli che sembran di smalto/ nell’ampio fulgore del sole;/ va sempre più in alto. E tu pure,/ seguendo la candida via,/ ti levi, mio cuor, dalle oscure/ vicende del piccol mondo;/ Ti levi pensoso nei cieli/ là dove s’addorme la vita,/ là dove su fragili steli/ fioriscono i fiori del sogno”.

Un autentico slancio spontaneo pareva essersi librato, dall’animo di Marco Visentini, nel principio del mese appena precedente, anche in relazione alla sua poesia intitolata “Ripresa”, rappresentando, fra l’altro, un significativo atto di verace appartenenza alla realtà gardesana che, con questo vivace componimento, sembrava condensare, in un omogeneo affiatamento, la diuturna appartenenza a tale identitaria caratterizzazione di riferimento, tradotta nella resa innamorata di uno spumeggiante ammaliamento: “E risalgono i canti entro il mio cuore/ quando io ritorno a te, nitido lago/ che nei miei sogni tremi, e li recingi/ d’un soave sentor di nostalgia…./ O chiare acque alla sponda rifluenti/ fra le tremule canne e la ghiaietta!/ o di candide trine incoronate/ se il vento mai contro di voi si mova!/ o monti azzurri che vi protendete/ al bacio delle belle onde azzurrine/ (esse dal fondo delle vostre valli/ fuggon, cantando e sorridendo, al mare!)/ O nell’albe rosate e nei tramonti/ di porpora tessuti di viole, / nel sole ardente, nelle oscure notti/ pieno, o bel lago, sempre di malia!/ ….Ecco; io ritorno a te; dentro il mio cuore/ si ridestano i canti assiderati; / si ridestano i sogni e ridiventa/ azzurra come te l’anima mia”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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