Nel suo particolare nome curioso, anche un frammento di storia del “Sociale”. Di questo importante teatro di Brescia, se ne riferiva, a margine di alcune proposte del momento, informando, fra l’altro, a proposito di “Gea della Garisenda è la diva che tutti prodiga i tesori del canto, le grazie della bella persona, gli incanti d’un sorriso dolce e delizioso, la musicalità della recitazione, l’armonia leggiadra di figure ch’ella avviva con un intuito naturale e profondo con la semplicità e la grazia dell’artista originale e sincera”.

Uno charme, espresso a coefficiente di una riconosciuta ed abile prerogativa scenica e canora di questa figura femminile di successo, che era sottoscritto da un tal “Bequardo”, in un articolo apparso sul periodico intitolato “Illustrazione Bresciana” del 16 ottobre 1911.

Gea della Garisenda, appellativo d’arte che esemplificava di quel lontano periodo, il bizzarro brio fantasioso dell’inventiva caratteristica a dare voce, in un appellativo di grido, ad una ricercata cultura dell’intrattenimento, capace di irradiare gli strali evocativi di una efficace personalità, per questo aspetto, presa a popolare riferimento.
Chi era questa donna o, meglio, come era descritto il suo repertorio di referenze implicite al folclore della leggiadra incisività del suo nome?

Era colei che, calcando i palcoscenici di allora, in un popolare empireo privilegiato delle tendenze in voga nei teatri dell’epoca, era presentata come “Dotata di mezzi vocali eccellenti, affinati con lo studio tenace e favorita da uno squisito temperamento musicale, Gea della Garisenda è il vero tipo della cantante di quell’opera comica italiana di cui si vanno facendo sempre più radi gli esemplari. Anche di recente ella era stata ricercata per una grande tournée all’estero da una compagnia che era disposta ad allestire per lei un repertorio d’opera italiana offrendole condizioni auree. Ma Gea della Garisenda, dopo essere stata alquanto dubbiosa d’accettare i lauti patti, preferì rimanere colla sua compagnia che da lei prende il nome ed alla quale dà il fascino del suo canto e la malia irresistibile d’un’arte spontanea e sincera”.

In questo spettacolare piano d’azione, aperto ad un riscontro generale anche circa il proprio contesto evasivo ed a proposito di un peculiare nesso con un conclamato dato bellico, indicativo del periodo storico in questione, pare che, in quei giorni, fosse motivo di attenzione l’interpretazione della canzone “A Tripoli”, ovvero “Tripoli Bel Suol d’Amor”, come esibizione recitata, direttamente percepibile a riflesso della guerra “italo-turca”, allora in corso per la conquista della Libia, come esplicitava “La Provincia di Brescia” del 12 ottobre 1911, andando, fra l’altro, nella pagina delle cronache cittadine, quest’altro giornale a segnalare, precisando che “Le nitide e le interessanti proiezioni del bravo Pettini continuano a richiamare al Sociale un numeroso pubblico che apprezza e gusta il divertente ed economico spettacolo. Le rappresentazioni si daranno per poche sere ancora e con programma sempre nuovo. Oggi quinta rappresentazione alle 20,45 precise”.

Un’informazione che, nella stessa data, era pure proposta da un altro quotidiano locale, distinguendosi secondo un’ulteriore divulgazione tematica di ciò che, all’interno del teatro Sociale assurgeva a materia attrattiva, rispetto al suscitare una considerazione verso il copione: “Continuano, affollatissime, le rappresentazioni del Cinematografo Pettini apprezzatissime per l’originalità e la varietà dei soggetti e per la chiarezza e la precisione con cui vengono presentati. Questa sera spettacolo con programma nuovo ad ore 20,45. Domani sera avremo le prime riproduzioni cinematografiche delle fasi della guerra italo-turca che si combatte in questi giorni a Tripoli, nell’Jonio e nell’Adriatico. Sono proiezioni di grande attualità che richiameranno numerosi cittadini ad ammirarle”.

Possibile è il presumere, fra i particolari di tali serate datesi convegno nell’eco di lontane azioni di guerra, anche l’esibizione del canto di Gea della Garisenda, quale simbolo della contesa bellica in atto, celebrata in quella musicalità canora e sonora che metteva, nella tipica forma di un diverso registro espressivo, quanto veniva ad essere progressivamente scritto, in altri modi, nelle cronache del tempo, da parte delle vicende militari del Paese.

Eppure, il periodico l’Illustrazione Bresciana di quegli stessi giorni sorvolava da tale “pezzo forte” per indugiare, invece, in un certo bagaglio di capacità attribuite al medesimo personaggio femminile, prescindendo da questo suo successo, al di là del quale, fra l’altro, affermare che “Emiliana di nascita, Gea della Garisenda (nome di battaglia che nasconde quello più modesto di una buona madre e d’una donna di sensi generosi) ha la passione dell’arte nel sangue e il fervore per la scena lirica alla quale si è dedicata con tutto l’ardore della sua fiorente giovinezza”.

L’interprete dell’accennata canzone dal ritmo coinvolgente, espressa, a colonna sonora, degli avvenimenti a definizione della rivendicazione italiana della cosidetta “quarta sponda”, riferendosi alla conquista libica, era figura colta all’indirizzo di una sua certa intraprendente battaglia personale, in un versatile avanzamento professionale, dove riconoscerle che “ella passa di trionfo in trionfo, ammirata, festeggiata, fatta segno a manifestazioni unanimi di simpatia e di plauso per la nobiltà ed il fervore che da tutte le sue interpretazioni effonde, per la genialità del canto, la colorita azione scenica, l’entrain con cui impersona le diverse e più caratteristiche figure dell’opera comica classica come la Mascotte di Audran e la Figlia di Madama Angot, oppure quelle più moderne ed acclamate del Lehar, dello Strauss, del Wirtemberg e del Berté. Veramente, Gea della Garisenda ha una particolare predilezione per le opere comiche sentimentali di cui sono campioni più o meno fortunati, Sogno di un valzer, Amor di principi, Il suo aiutante, ecc, nelle quali all’umorismo giocondo è anoppiata la nota sentimentale e romantica. Ma quanti l’hanno intesa nella felicissima e fresca Vedova allegra del Lehar non sanno resistere al fascino col quale ella impersona la figura buona e provocante della protagonista, dalla presentazione del primo atto, al delizioso e capriccioso valzer, alle danze ed al canto spiegato del secondo, all’irresistibile malia del duettino d’amore del terzo fino alla lieta chiusa dove effonde tutta la femminilità vibrante”.

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