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Milano. “Da quassù la Terra è bellissima, senza spazi né confini” Può iniziare dallo stupore di Yuri Gagarin il progetto Geografie del Futuro, un racconto sul “sapere geografico” inteso come rilevamento di territori e di culture nei loro rapporti, letti attraverso la lente di diverse discipline di studio. Tre mostre quasi in contemporanea sino al 14 aprile 2019 al Mudec il Museo delle Culture.Con Geografie del futuro il Mudec si prefigge di raccontare una nuova idea di geografia, forse la più attuale e labile delle discipline, in un mondo che riduce sempre più gli spazi grazie alla tecnologia, e dove i luoghi e i non-luoghi da esplorare diventano sempre più complessi e elusivi, secondo l’immagine che all’inizio dell’Ottocento ne dava Alexander von Humboldt: quella di una serie si labirinti, per cui l’uscita dall’uno coincide con l’inizio del successivo.

Non poteva che essere il Mudec,  infatti, la realtà museale più adatta a ospitare un progetto sui confini della “disciplina geografia”. La collezione permanente del Museo delle Culture è infatti strettamente legata alla storia dell’esplorazione, un concetto alla base della costituzione delle sue collezioni civiche.

Il nucleo più antico del patrimonio artistico conservato oggi al Museo delle Culture, costituito da circa ottomila reperti tra opere d’arte, oggetti d’uso, tessuti e strumenti musicali provenienti da Americhe, Asia, Africa e Oceania.

A partire dagli anni ‘60 i cosiddetti cultural studies definirono nuovi campi di interesse dell’esplorazione, da un lato fornendo ai geografi elementi di riflessione di natura sociale, etica e antropologica dell’uso del territorio, e dall’altro dando avvio al cosiddetto spatial turn, una lettura della realtà dove risulta imprescindibile e irrinunciabile la “dimensione spaziale” in cui avvengono i processi sociali, politici ed economici.

Dopo questa rivoluzione, che tipi di “geografie” definiranno i confini della nostra conoscenza del mondo nel futuro? Se la geografia intesa in senso largo è l’ingrediente fondamentale per comprendere i fenomeni e le contraddizioni del nostro “stare su questa terra”, chi saranno i geografi del futuro? Queste sono le domande a cui il progetto cerca di dare risposta, con alcuni spunti, attraverso tre diversi progetti espositivi:

La mostra “Capitani Coraggiosi. L’avventura umana della scoperta (1906 – 1990)” scelta per celebrare il Novecento Italiano. L’esposizione indaga le frontiere dell’esplorazione novecentesca fino a oggi, e lo fa toccando le vette, lo spazio, gli abissi e la terra più profonda, ovvero gli ultimi confini geografici indagati dagli esploratori. Attraverso opere della collezione permanente del Museo delle Culture di Milano, fotografie, filmati e cimeli di famose spedizioni, il pubblico parteciperà alla trasformazione del concetto di ‘esplorazione’ nell’ultimo secolo, con un particolare focus sulle conquiste maturate in Lombardia.La seconda mostra si intitola: Se a parlare non resta che il fiume. Ambiente sensibile per le tribù della valle dell’Omo. Un’installazione artistica multimediale intreccia il lavoro sul campo della fotografa ed educatrice Jane Baldwin con l’impegno di Survival International, che da cinquant’anni lotta per la sopravvivenza dei popoli indigeni in tutto il mondo, e la celebre creatività artistica di Studio Azzurro.

Oggetto dell’esplorazione sono due luoghi Patrimonio dell’Umanità UNESCO, la basse valle dell’Omo in Etiopia e il Lago Turkana in Kenya. la cui geografia fisica e umana rischia di cambiare per sempre. Il progetto è infatti un’esperienza artistica immersiva capace di suscitare empatia per le vite, le terre e le culture dei popoli indigeni che, nella bassa valle dell’Omo in Etiopia e attorno al Lago Turkana in Kenya, sono minacciati da una drammatica crisi umanitaria e ambientale provocata dall’uomo.

Attraverso i volti e le testimonianze dirette in particolare delle donne indigene, straordinarie custodi delle tradizioni orali attraverso miti, proverbi e canti, questo viaggio poetico e multimediale nella regione che fu la culla della civiltà ci conduce lungo le sponde di un grande fiume africano. E dal suo greto riarso, rosso come la creta, rivela ai visitatori gli effetti di un mastodontico progetto idroelettrico e dei piani agroindustriali a esso associati sulla vita e sulla cultura di intere comunità.

Un caso di scottante attualità in grado di richiamare l’attenzione sui legami profondi, materiali e immateriali, tra ogni uomo e il suo habitat, tra noi e gli altri popoli, tra la salvaguardia della diversità biologica e culturale e il futuro stesso dell’Umanità. Un progetto che vuole favorire un cambiamento di prospettiva e promuovere nuovi modelli di sviluppo rispettosi dei diritti umani. Per i popoli indigeni, per la natura, per tutta l’umanità.

Contemporaneamente a queste due esposizioni, 24 ORE Cultura promuove a novembre una mostra dedicata allo street artist Banksy. Con questo artista la relazione con la geografia e il paesaggio si connotano di tratti assolutamente “sociali”.

Di Banksy verrà analizzata in mostra l’attitudine sperimentale, l’attenzione sulle realtà urbane, la teoria della “psicogeografia” secondo cui lo spazio di azione dell’artista è il territorio, il voler creare delle situazioni, il forte senso di appartenenza comunitari, l’impulso controculturale.

Il suo lavoro, straordinariamente creativo e irriverente, ha come componente fondamentale la relazione con il paesaggio umano nel quale si esprime, spesso in zone di conflitto, dove anche la politica e le istituzioni faticano ad arrivare. In mostra, attraverso circa 70 lavori tra dipinti, sculture, prints, oggetti, verranno presentati attraverso fotografie e video anche i murales di Banksy nella loro collocazione originaria in luoghi dei cinque continenti.

Nei suoi lavori infatti il Genius loci è un aspetto fondamentale, il luogo stesso e la vita che vi accade sono messaggi di per sé, molti lavori nascono anche semplicemente in funzione dei e per i luoghi in cui sono realizzati. Ecco perché “The Art of Banksy. A Visual Protest”, rientra come terza mostra – e nuova frontiera della geografia – nel progetto di Geografie del Futuro.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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