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Orzinuovi (Brescia) – Ha ragione Nicola De Cilia che nel suo libro “Pedagogia della palla ovale”, analizza l’aspetto educativo del rugby: “Pochi sport come il rugby sembrano avere a cuore la formazione umana: uno sport che mette insieme il gioco di squadra, il contatto fisico, la velocità, l’agilità e la forza”.

Ha ragione quando spiega che il rugby è uno sport democratico che vede sempre tutti in campo e poche soste in panchina. Che insegna il rispetto per l’arbitro e l’amicizia con le squadre avversarie. Che aiuta lo sviluppo motorio dei piccoli e rende più forti e sicuri di sé i bambini un po’ difficili.

E’ partendo da questa consapevolezza che l’ASD Rugby Bassa Bresciana organizza il secondo corso propedeutico al gioco del rugby.

Si inizia fra pochi giorni!
Si inizia fra pochi giorni!

Il corso si integra all’interno delle numerose iniziative promosse dalla Bassa Bresciana Rugby sul territorio volte ad ampliare l’approccio sportivo dei ragazzi, sin dalla giovane età, attraverso la sperimentazione diretta dei fondamentali del rugby.

L’iniziativa rappresenta la naturale prosecuzione del “Progetto Scuola” coordinato da Enrique Podestà (ex giocatore con esperienza di alto livello in serie A) che da anni collabora con l’associazione sportiva bassaiola, ed è  nata dalla rinnovata collaborazione tra la Bassa Bresciana Rugby e il Comune di Orzinuovi che si è attivato per consentire l’utilizzo degli spazi grazie anche alla disponibilità della società Orceana Calcio e al coordinamento dell’architetto Andrea Battaglia.

Il corso è destinato a ragazzi e ragazze dai 6 ai 12 anni e consiste in 9 lezioni da un’ora che si svolgeranno al campo nuovo in via Brunelleschi a Orzinuovi.

Il rugby negli ultimi anni è cresciuto soprattutto nella fascia di età che va dall’under 6 fino all’under 12. Probabilmente ad attirare così tanto i bambini è la dimensione di gruppo: si gioca con 13 giocatori e con un massimo di sei e un minimo di tre in panchina.

Quindi tutti partecipano alla partita. E questo vale come regola federale. E’ una regola molto importante che garantisce il massimo livello di coinvolgimento di tutti i ragazzi, non resta fuori nessuno.

Un’altra regola che caratterizza questo sport e lo differenzia, ad esempio, dal calcio, è che nessuno all’infuori del capitano può parlare e tanto meno contestare l’arbitro. Se qualcuno lo fa, la squadra tutta viene penalizzata. Quindi pagano tutti per le intemperanze di uno.

Un'ottima lettura per i genitori dei piccoli (e grandi) rugbisti
Un’ottima lettura per i genitori dei piccoli (e grandi) rugbisti

Essere rugbisti dovrebbe essere un modo per diventare cittadini della Repubblica italiana. Se non educhiamo la base, cosa ci distingue dagli altri sport? In Inghilterra l’attività sportiva e il rugby in particolare è l’attività di base per la formazione prima di tutto del cittadino! Quello che bisogna insegnare ai bambini è il rispetto delle regole e non fregare il prossimo” dice Franco Ascantini, ex pilone della Nazionale di rugby.

Fino ai 12 anni, nella fase “propaganda” si gioca senza porte, senza mischie, senza “toche” (rimesse laterali), senza colpi e con numero ridotto di giocatori, maschi e femmine insieme.

A quest’età la cosa importante è sviluppare gli schemi motori. Per questo l’allenamento consiste nell’insegnare a correre, saltare, rotolare… Si apprendono funzionalità che possono tornare utili in tutte le attività sportive, infatti, si deve mettere in conto che magari un bambino dopo qualche anno voglia cambiare sport.

Il rugby vuole insegnare ai piccoli che vincere è partecipare. I bambini giocano per divertirsi. Vincere vuol dire assegnare un compito a ciascun bambino e alla squadra e portarlo a compimento, non arrivare primi nel torneo. Uno sport di squadra per bambini che mira solo alla vittoria inevitabilmente sacrifica i piccoli meno dotati.

Invece, l’allenatore di rugby, che è anche un educatore, deve aver cura di ogni bambino e non deve lasciare indietro nessuno.

“Un allenatore deve essere un po’ un modello, verso di lui deve scattare una forma di affettività” dice l’allenatore del minirugby della Benetton Andrea Borghetto, “ma devi essere anche coerente nelle tue parole, decisioni, mai contraddirti, se no i bambini li perdi. Quello che devi far scattare è il senso di appartenenza, che è la cosa fondamentale: l’appartenenza a una maglia, a una squadra, a una società”.

“Un bravo educatore deve amare il suo lavoro, deve avere la capacità di coinvolgere tutti i bambini, anche quelli che stanno più lontano, che magari sono incerti. Altrimenti c’è la celebrazione del vincitore e basta. Per questo è importante che gli allenatori abbiano un’ottima preparazione didattica. In Francia e Inghilterra gli insegnanti di educazione fisica sono pagati molto bene perché c’è la consapevolezza di quanto lo sport sia importante nella formazione dei bambini. Purtroppo in Italia non è così” aggiunge Ascantini.

Uno dei problemi principali di chi insegna uno sport è l’atteggiamento dei genitori. Nel calcio, per esempio, si è visto che questa presenza può essere molto pesante, soprattutto quella delle mamme. Alcuni studi hanno, infatti, evidenziato che le madri più dei padri aizzano i figli alla competizione, a far meglio degli altri, dando più importanza al risultato che al compito, cioè al mettercela tutta.

Nel rugby fino a pochi anni fa questo fenomeno era sconosciuto, perché la maggior parte dei ragazzini erano figli di ex giocatori che portavano avanti il discorso del “compito”. Ora, invece, anche nel rugby, con l’arrivo di genitori che non conoscono le basi di questo sport, si sta diffondendo questo malcostume. E arginarlo è la priorità di club e allenatori.

“La prima cosa che ho fatto appena diventato allenatore è stata quella di spostare il luogo dell’allenamento lontano dalla vista dei genitori. Durante l’allenamento, infatti, i bambini giravano la testa più verso i genitori che verso l’allenatore per cercare la loro approvazione. Ho spiegato che allontanavo i bambini per la loro serenità. Il giorno dopo sono arrivati con i cannocchiali…” racconta Walter Durigon, insegnante di scienze motorie e direttore sportivo del minirugby di Mogliano.

Un tentativo di educare i genitori lo sta facendo la Capitolina di Roma. Qui organizzano quattro incontri l’anno con i genitori. “I genitori sono i nostri partner principali nella funzione educativa che vogliamo dare al percorso dei ragazzi, che non è soltanto quello sportivo-rugbistico” spiegano gli allenatori del club.

Non solo maschi, il rugby femminile. Anche le donne sono sempre più presenti, soprattutto nel minirugby. Poi diminuiscono intorno ai 14 anni: questo perché fino all’under 12, maschi e femmine giocano assieme, poi si dividono e non sempre ci sono i numeri per fare una squadra tutta femminile.

È un fenomeno che va incoraggiato, anche perché le bambine da piccole sono molto più portate allo sport dei maschi e si appassionano molto. Inoltre ad alti livelli il rugby femminile è più tecnico, essendo meno di forza, ed è quindi molto più interessante.

“Da parte dei genitori c’è il timore che per una femmina sia uno sport troppo violento e fisico, ma lo scontro fisico è regolato. Proprio perché è uno scontro può invece aiutare a dare sicurezza e superare la paura del contatto, soprattutto per le ragazzine che hanno paura a esprimere la propria fisicità o, come spesso succede, ne sono inibite dalle convenzioni sociali” spiega Erika Marangoni allenatrice e mediano di mischia.

Non è uno sport pericoloso, insegna a cadere senza farsi male.

Abbiamo chiesto ad Attilio Turchetta, responsabile di medicina dello sport all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, se il rugby può avere delle controindicazioni.

“Il rugby è un gioco di contatto sia con il terreno sia con l’avversario, quindi il rischio di traumi c’è, ma non più che in altri sport. Il rugby che vediamo in tv, con le sue azioni spettacolari, non è certo quello che si insegna ai bambini. Nel mini rugby le manovre più rischiose sono vietate: non c’è la mischia e anche i “colpi” sono vietati. Gli allenatori insegnano i movimenti per compiere queste azioni, ma senza applicarle.

Inoltre spiegano ai piccoli come cadere senza farsi male. E questo è molto importante per i bambini d’oggi che stanno dimenticando come si cade. I nostri piccoli si muovono talmente poco: non corrono, non giocano in cortile, non si sbucciano mai le ginocchia… E di conseguenza non imparano nemmeno a cadere. Tutte azioni fondamentali per il loro sviluppo psicomotorio”.

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