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Uomo, essere imperfetto, con una scintilla divina, in un infinito riverbero d’intelletto. In questo caso, tale scintilla aveva attizzato un rogo che sembra potere durare tuttora. Gli autori del falò sapevano come sarebbe stato metaforicamente arduo spegnerne le fiamme, ma la decisione era rimasta quella: Giordano Bruno (1548 – 1600) doveva essere arso come eretico.

Sul posto del supplizio, il mutare dei tempi avrebbe consentito che gli si erigesse un monumento, situato ancora lì, in Campo de Fiori, nella Roma, pur sempre, fondamentalmente, papalina.

Statua a rappresentazione del filosofo campano, inteso in un’espressione di austera e di compunta risoluzione, fino ad un punto di ritorno storicamente dimostrato, nella perseveranza delle proprie idee, con tutto il proprio consapevole retaggio umano, incappucciato in un atteggiamento di severa fermezza, manifestata anche nell’assetto incrociato delle mani, accavvallate sopra un tomo non meglio identificato.

Un libro, in quanto tale, per essere menzione rivelatrice della ingente produzione degli scritti con i quali questo personaggio ha voluto divulgare le proprie idee, in un contesto storico dove le stesse gli sono valse le estreme conseguenze di un terribile e di un immeritato epilogo esistenziale.

Qui, dopo quasi tre secoli, ai piedi della sua statua, si erano ritrovati anche tanti bresciani che ne volevano onorare la memoria, in una pubblica dimostrazione di compartecipazione al fulcro particolare del fatto rappresentativo di un sacrificio personale, per una causa ritenuta degna di una più ampia e corale condivisione generale, ovvero nell’ottica di quella libertà di pensiero che si astrae, comunque, in una rivendicata autonomia di ricerca individuale, secondo un perseguito itinerario di emancipazione, rispetto ad una esclusività originale.

Alla rivendicazione di Giordano Bruno non poteva mancare la forte Brescia, leonessa d’Italia”, specificava la notizia, messa in prima pagina nell’edizione del 16 giugno 1889 de “La Provincia di Brescia”, giornata domenicale di una settimana successiva a quella del giorno dell’inaugurazione del monumento, opera dello scultore e politico Ettore Ferrari.

La testimonianza si proporzionava alla forma di una sorta di resoconto epistolare, come era specificato nel testo stesso del giornale, aperto, in questo caso, al contributo narrante di un fedele riflesso oculare, in ordine al partecipare lo spontaneo concorso di alcuni esponenti bresciani tra il pure variegato novero dei partigiani del filosofo giustiziato, già religioso domenicano, quindi scomunicato, condannato dal “Sant’Uffizio” al doloroso supplizio.

In un colpo d’occhio di riconosciuta peculiarità al territorio, associato a questi referenti di una ancora più diversificata manifestazione, si precisava che, per quanto concerneva la compagine bresciana il “Consolato Operaio con tutte le associazioni confederate vi erano rappresentati dai signori Giuseppe Tosoni e Borghetti Giovanni, venuto quest’ultimo da Brescia in rappresentanza anche del nucleo democratico “G. Uberti”. Al mattino della domenica, il vessillo del Consolato Operaio, portato dal signor Tosoni, partiva da piazza Mastai, seguito da tutte le Società liberali dal forte e democratico Trastevere con alla testa il concerto musicale di Nola e le rappresentanze musicali di quella città. Giunti in piazza Termini il vostro gonfalone operaio prendeva il suo posto d’onore subito dopo le Logge massoniche ed i concittadini del martire nolano. A Campo dè Fiori, i bresciani Borghetti e Vianini deponevano sul monumento una bella corona di lauri intrecciata con un nastro rosso e con un altro bianco azzurro, i colori della città, portante questa scritta: I nipoti di Arnaldo da Brescia a Giordano Bruno. (Entusiastici applausi salutarono le rappresentanze bresciane). Alla sera, nella storica trattoria Ciceruacchio all’Arco dè Tolomei in Trastevere, convennero tutti i soci delle Società democratiche trasteverine, quelle di Nola con la loro musica, i rappresentanti delle società bresciane con il deputato Comini. (…)”.

Qualche giorno prima di questo articolo, il medesimo quotidiano bresciano aveva dedicato spazio, pure in prima pagina, ad una curiosa notizia abbinata alla commemorazione in atto relativamente allo stesso famoso eretico originario di Nola, nei pressi di Napoli, partecipando, nell’edizione di giovedì 13 giugno 1889, il fatto che: “un altro filosofo di Nola era bruciato vivo dai carnefici del papato in Roma, a piazza Navona, quarantaquattro anni prima che la stessa sorte toccasse a Giordano Bruno. In un documento che conservasi nell’archivio di Stato di Firenze, si danno queste notizie della barbara fine di Pomponio Algeri da Nola nel 1556: Un famoso heretico alli 18 di agosto fu arso vivo in Roma, perché negava la confessione, il purgatorio, li sacramenti della chiesa, l’autorità del papa; et altri particolari; il quale era del Regno di Napoli benenato, di età di 25 anni, eccellente filosofo et teologo, venuto ultimamente dallo studio di Padova et essendo mandato a Roma, in opinioni conforme alla sua sentenza lo condannarono al fuoco, havendoli però dato, dopo la sententia due termini di 70 giorni da potersi, senza pregiuditio mutare, ma stando, egli sempre ostinato nelle sue heresie, non ostante che da tutti li valenti Theologhi di Roma fosse tentato con ragioni: fu condotto finalmente in piazza Navona dove era una caldaia bollente di olio, pece et termentina, colla quale si offerse spontaneamente il corpo, con allegra faccia, alzando le mani al cielo et dicendo: suscipe domine Deus meus, fumulum et martirem tuum; continuando il medesimo nel mezzo delle fiamme et de tormenti per spatio di ¼ d’hora vi visse”.