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Il 26 settembre 1897 sarebbe rimasta una data dimenticata dalla storia se non fosse nato un Santo, un Profeta, un “esperto in umanità”, come amava definirsi.

Era Giovan Battista Montini, “Battistino”, che sul soglio pontificio diverrà papa col nome di Paolo VI. Nacque a Concesio, in Valtrompia – dove oggi c’è un Istituto in suo nome – e fu battezzato nella Pieve di S. Antonino il 30 settembre dello stesso anno.

In questi giorni ricordiamo il 50° anniversario del suo discorso all’ONU che Papa Francesco commemorerà con la sua visita.

Presentandosi all’Assemblea Generale dell’ONU il 4 ottobre 1965, Paolo VI si definì «esperto in umanità». Un’affermazione sconvolgente che pone alcuni interrogativi. Quali possono essere le motivazioni che spingono un uomo a definirsi tale? Possono le esperienze umane, le scienze e la coscienza, forgiare un “esperto in umanità”?

A questi quesiti la storia stessa ha emesso il suo verdetto. Dopo cinquant’anni anni dalla quella storica visita, scopriamo quanto quelle parole siano state vere. Possiamo constatare dagli scritti e dai gesti, come egli conoscesse l’uomo, ogni uomo, perché fino in fondo e senza paura egli ha amato l’umanità quale riflesso del Volto di Cristo.

Paolo VI

Più di ogni altro uomo che è passato sulla strada polverosa del globo, questo Pontefice ha saputo ascoltare il gemito che saliva da ogni dove. Ha colto, dell’uomo, il lamento, il grido, il silenzio. Alcuni momenti poi, nei quindici anni di pontificato, sono stati particolarmente intensi, esprimendo anche visivamente questa vicinanza all’uomo comune.

La consegna d’un “messaggio” all’umanità: ecco il grande momento e appuntamento con l’uomo: «…siamo portatori d’un messaggio per tutta l’umanità. … Noi siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata… è da molto tempo che noi siamo in cammino..».

Come Paolo ad Atene, ecco Paolo VI all’ONU, nuovo areopago del mondo, crocicchio di parole, incrocio di desideri, trampolino di sogni. Ed è ancora questa esile figura bianca a toccare il cuore del mondo presente. Lo tocca con la mano del Medico, quel medico che conosce la terapia giusta per guarire ogni dolore, ogni malattia.

Sì, egli annuncia: la sofferenza è stata sconfitta e nella sua disfatta l’uomo ha pregustato la bellezza della vita.

«E’ da molto tempo che siamo in cammino, e noi portiamo con noi una lunga storia; Noi celebriamo qui l’epilogo d’un faticoso pellegrinaggio in cerca d’un colloquio con il mondo intero…». Il “postino di Dio” ha finalmente trovato la casa dove consegnare la Lettera scritta dal Padre all’umanità: ora tutti la possono leggere; a nessuno è taciuta.

La teofania di Gesù sul monte Tabor ai tre discepoli viene rivelata al mondo intero: ciò che non hanno potuto i discepoli di ieri, è possibile al messaggero di oggi, attraverso un incontro che apre le porte al dialogo e alla conoscenza, vere artefici d’un mondo più solidale.

Per niente intimidito da questo “momento semplice e grande”, Paolo VI ha saputo parlare agli uomini di pace indicando loro la strada da seguire perché al di la di ogni conflitto potessero riappropriarsi della loro libertà, quella libertà donatagli con la creazione.

E, per concludere, voglio soffermarmi sul suo ultimo gesto di grande umiltà, gesto che compendia tutta la sua vita riassunto in due brevi righe scritte nel suo testamento, ma che sono diventate il monumento alla sua grandezza umana e cristiana.

«Circa i funerali. Siano pii e semplici. La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me».

Vedendo quella bara di legno chiaro con sopra un Vangelo aperto, tutto il mondo ha scoperto d’aver perso qualcuno che l’amava. La povertà di quella bara accoglieva la grandezza d’un profeta, d’un santo, d’un Uomo che, al servizio degli uomini, ha voluto morire come un povero, mentre tutti ancora udivano le sue parole: «O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti»

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