Le origini in provincia di Cremona, l’università a Venezia, due periodi di studio in Cina, una tesi sul rapporto tra turismo cinese e Italia discussa in streaming dalla sala convegni di un agriturismo della bassa padana. In sintesi, sono questi i dettagli intorno ai quali si snoda la storia di Giulia Caputo, 24enne originaria di Piadena Drizzona, piccolo comune delle campagne casalasche, da domenica zona rossa, da oggi zona “protetta” come il resto d’Italia.

Pochi giorni fa mi sono laureata nel corso magistrale di Lingue, economie e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea, curriculum Cina. – racconta Giulia – “All’ingresso ho distribuito mascherine e c’erano dispenser di gel igienizzante, su un cartello tre regole precise: ‘Disinfettati le mani. Oggi non riceverai né baci né abbracci, non rimanerci male. Non si parla di coronavirus’”.

Già, il coronavirus, il convitato di pietra di tutta le lauree discusse in queste settimane nel nostro Paese: “Avrei dovuto discutere la tesi in una bellissima sala antica di Cà Foscari. Quando mi hanno comunicato che avremmo fatto tutto a distanza, ho pianto. – prosegue Giulia – “Quel giorno me l’immaginavo da tempo. Poi, però, ho capito che era l’unica cosa giusta da fare: tutto sommato non è andata così male”.

Come detto, la scelta è ricaduta su un agriturismo a Castelfranco d’Oglio, dietro la casa dei genitori, quella dei suoi primi quasi 20 anni di vita (dopo avere concluso gli studi a Venezia, oggi Giulia vive a Forlì). “I miei genitori stanno ristrutturando: di fatto, la nostra abitazione è inagibile”. La discussione è avvenuta nel pieno rispetto delle regole imposte dal governo: una ventina di invitati distribuiti, a debita distanza, in una stanza che può ospitarne oltre 120. Nessun bacio né stretta di mano. Mani sempre pulite. “Sul maxischermo vedevamo la commissione, è stata un’esperienza a tratti surreale, ma è andato tutto bene”.

L’amore di Giulia per la Cina affonda le radici diversi anni fa quando, studentessa del liceo classico Manin di Cremona, scopre la lingua cinese in un’ora facoltativa. “Fino a quel momento, nessuna materia mi aveva colpita tanto da farmi dire: ecco cosa voglio fare da grande! Quella lezione, per me, fu un’epifania: presi alcuni libri basici per cominciare da sola a studiare. Nel maggio del quinto anno, feci il test d’ingresso per entrare a Cà Foscari: andò bene”.

Il trasferimento a Venezia, l’inizio delle lezioni:I primi tre anni sono stati bellissimi: l’università fornisce un quadro a 360° della Cina, soprattutto a livello culturale, storico, artistico. Poi, naturalmente, c’era l’esame di lingua cinese, il più temuto. Seguivamo lezioni di scrittura e di speaking tenute da madrelingua, poi lezioni di grammatica con un docente italiano. Io ho scelto il percorso giuridico-economico, infatti il terzo anno si è concentrato sull’apprendimento del cinese commerciale”.

Ed è proprio al terzo anno che Giulia decide di passare 5 mesi in Cina grazie al programma Overseas, in pratica un Erasmus in Paesi non comunitari: “Ho vissuto a Changchun, nella regione dello Jilin, nel nord, città da 6 milioni di abitanti, il che significa piccola, per gli standard cinesi. È stata l’esperienza più bella della mia vita. Lì ho scoperto quanto quella popolazione sia gentile, disponibile e curiosa. Ci sono stati giorni in cui il termometro segnava anche -20°, ma non era un problema: stavamo sempre in mezzo agli studenti cinesi, ci sentivamo molto apprezzati. Sì, perché i cinesi nutrono una vera passione per noi occidentali: tutti così diversi, con i capelli e gli occhi di tanti colori”, sorride. Dopo 4 mesi di studio, lezioni ed esami, un viaggio nelle grandi città, tra Pechino e Shanghai: “Non volevo tornare a casa, sul serio. Ma mi sono arresa all’evidenza: a luglio mi sono laureata, una bellissima cerimonia in Piazza San Marco”.

Quell’estate, Giulia supera il test d’ingresso per la magistrale,naturale prosecuzione del mio percorso di studi: per due anni ho studiato il cinese economico. Due anni focalizzati sulla Cina di oggi”. Dopo i primi esami, Giulia riparte con l’Overseas: destinazione Chongqing, regione del Sichuan: “È stata un’esperienza completamente diversa dalla prima. Ho visto un sacco di cose che prima mi erano sfuggite: ho conosciuto la rigidità e il rigore della popolazione cinese, la loro logica molto diversa dalla nostra di occidentali. È stata dura, non avevo un momento libero: studiavo per l’università, lavoravo. Verso la fine del progetto sono arrivati i miei genitori, le mie sorelle, il mio ragazzo con sua mamma e abbiamo fatto un bel viaggio, dove io mi sono trasformata in tour operator. Quando a luglio sono tornata – passando da Hong Kong alla vigilia degli scontri –, avevo finito gli esami. Non mi restava che scrivere la tesi”.

Giulia, in un viaggio con Bla Bla Car conosce Paola Mar, assessore al turismo di Venezia: “Non avevo idee chiare per la tesi poi, un giorno, come un fulmine a ciel sereno, conosco Paola Mar che mi accenna ai progetti dell’amministrazione di Venezia per meglio gestire il flusso del turismo cinese in Laguna”. A Venezia, l’87 per cento dei turisti è di origine straniera: tra questi, il 4 per cento è cinese. “Sulla carta un numero relativamente esiguo, ma non si dimentichi che i cinesi hanno un enorme potere d’acquisto. Quali sono le caratteristiche del turismo cinese? Ci si muove in comitiva tra San Marco e Rialto, un giro in gondola, un souvenir, tante foto e poi via. Ma non è questo il turismo di cui ha bisogno Venezia”.

Così, la tesi prende forma (e il 2020 è l’Anno della cultura e del turismo Italia e Cina). Giulia indaga sulle origini del turismo cinese – fenomeno recente, prima era proibito – per poi studiare il turismo cinese in Italia. Infine, il turismo cinese a Venezia. Cuore di questa terza parte, Venetian Crossroads, guida virtuale sviluppata su WeChat, app diffusissima in Cina. Ogni mese viene pubblicato – in inglese e in cinese, corredato di foto – un articolo su un sito di Venezia. Letti nell’insieme, danno vita a 3 itinerari che, partendo dalla casa di Marco Polo, conducono i turisti cinesi alla scoperta di zone poco note, ma comunque bellissime e suggestive, della città.

Amo la Cina: la mia idea era partire di nuovo, questa volta per un’esperienza lavorativa. Ma il coronavirus ha scombinato i piani. Per adesso, lavoro nel locale di Forlì del mio ragazzo e, tra pochi giorni, comincerò a mandare curricula. Sogno un lavoro nell’import-export tra Italia e Cina: di fatto è quello per cui ho studiato. Vorrei occuparmi di accoglienza, il popolo cinese ha esigenze ben precise”.

Qualche esempio?Se ti danno il biglietto da visita, prendilo con due mani. Leggilo davanti e dietro, ringrazia. Se sono in gruppo, rivolgiti sempre a quello più alto in grado. Per loro le relazioni sono fondamentali. Quando accolgono qualcuno per affari nel loro Paese, a noi Occidentali sembra sempre la tirino le lunghe: ti portano in giro, ti offrono l’anatra alla pechinese. Solo alla fine parlano di soldi, quando hanno capito che di te si possono fidare. Sono un popolo con  caratteristiche ben precise: possono insegnarci molto”.

E fa l’esempio della grande solidarietà che ha caratterizzato le settimane di isolamento, “mentre noi al supermercato ci rubiamo i prodotti dal carrello. Prima o poi, quest’emergenza passerà, e noi dovremo dimostrare di avere imparato qualcosa, anche sui rapporti tra i nostri due Paesi”. Dopo le esternazioni del Governatore Luca Zaia, dopo i casi di discriminazione ai danni di persone orientali all’inizio di questa emergenza: “Il nuovo turismo cinese è quello dei giovani nati alla fine degli anni Ottanta. Sono iper tecnologici, educati nel senso occidentale del termine. Amano il nostro Paese, vogliono venire qui non per un turismo mordi e fuggi, ma per imparare e conoscere, affascinati dalla nostra cultura. Vogliono sentirsi accolti e benvoluti: se si troveranno bene, lo racconteranno sui social e agli amici. Riuscire a fidelizzarli è un vantaggio per tutti: non diventeranno solo clienti, ma persone con le quali instaurare vere relazioni”.