Tempo di lettura: 4 minuti

Ritorno alla “Pieve di Urago Mella”, per l’apprezzato pittore bresciano Giulio Mottinelli che, con il nutrito seguito dei suoi appassionati estimatori, ha dato il via ad una attesa mostra personale, inaugurandola il giorno liturgico dei “santi angeli custodi”, a secondo giorno del mese di ottobre che, il 2021 ha sviluppato di sabato, entro l’avvio di un’ancora incipiente stagione.

In questa antica chiesa sconsacrata, adibita, da tempo, al culto dell’arte, l’appuntamento inaugurale si è rivelato emblematicamente riuscito, in un significativo connubio visivo, fra un interessante indotto espositivo, e tra ciò che, oltre l’apparenza, è implicitamente presente in un’ampia varietà di dipinti, attraverso un affascinante stigma artistico contemplativo.

In questa significativa pittura contemplativa, molteplici scene, ammantate da poesia, si profilano nella visione, a tratti surreale, di aspetti connaturati ad una incantata visione ad effetto di panorami naturali che indugiano in una convinta immedesimazione stanziale, sempre percepibile a retrospettiva di una riflessione artistica, a sua volta, raccolta nella silente configurazione di una esplicita serie di propri costitutivi paradigmi espressivi.

Artista che riflette la luce del sole, attraverso la luna, elettivamente prossimo di più alla seduzione del chiarore lunare notturno, come, pure, del soffuso chiaroscuro serotino e dei magici frangenti antelucani, piuttosto che del tripudio radiante di un ostentato irraggiamento solare, in questa mostra cittadina, al civico 136 di via della Chiesa, a Urago Mella, il suo carisma mantiene questa ammaliante sintesi deduttiva.

Con tale suo ricorrente repertorio, sembra che, in questa esposizione, dal titolo “Un’altra primavera”, il pittore abbia avuto la cura di una sorta di cernita, effettuata a potenziale definizione complessiva di una rivisitazione di elementi sostanziali alla sua attività artistica, assurta, da tempo, a ricoprire eco di notorietà e di riconoscimenti apicali.

Un’accezione volutamente primaverile, coerente, appunto, con l’intitolazione di questa manifestazione espositiva, sembra che prevalga nella cifra identificativa di una pure composita esemplificazione descrittiva, carica dell’astrazione cosmica di una narrazione spontanea, di fatto manifestata ad impronta di un’eccellenza pittorica.

Questo nesso d’indagine creativa, correlato ad una corrispondente stilistica, appare rappresentativo della stagione dell’anno trattata, notoriamente associata ad una ripresa, dopo i rigidi vincoli invernali, andando, in questo modo, artisticamente ad associarsi allo svelamento figurativo delle miti suggestioni proprie di un avvicendamento stagionale dove sono, in questo caso, tralasciati, nelle opere in mostra, alcuni elementi evocativi del tradizionale gettito di produzione del medesimo pittore, differendo qui, ad esempio, castagne, zucche e cachi, ad altre tele pregresse, quali prodotti ricorrentemente raffigurati, anche, ma non solo, in fascinazioni surreali, nel piacevole contesto di diversi riusciti ambiti artistici, attestatisi nell’aurea perdurante di una coinvolgente ed analoga ispirazione.

Quella ispirazione che imbandisce una propria sontuosa e raffinata ambientazione nel Creato dove, terra e cielo, sembra abbiano una paritaria aggettivazione di particolari, esorbitanti da una mera rappresentazione, rivelandosi funzionali ad una simbiosi immaginifica di efficace interazione.

L’uomo, a sua volta, è spettatore della scena materializzata in natura, per occhi che stanno, quindi, a chi osserva l’opera d’arte, piuttosto che all’incarnato stesso della figura umana che, anche per gli amanti del genere e non si fa torto a nessuno, risulta soggetto assente nelle raffigurazioni ideate dall’artista sulle sue tele, realizzate, in tutta bravura, con una precisione sistematica ed un’accurata premura, anche nella compenetrazione cromatica atta a reggere l’armonia espressiva di una affascinante e disarmante orditura.

L’attenzione al particolare diviene minuzia di un incedere compositivo che, a tratti importanti ed in ridondanti sequenze marginali, pare appropriarsi di un possibile metro di misura fattibile anche di un amalgama decorativo, similmente alla prevalente estrinsecazione di una visione comunque complessiva, altrettanto incentrata alla valorizzazione di un’astrazione emozionale che vince, in forza persuasiva, la tenuta stilistica di una esclusiva rivelazione figurativa.

Con il respiro del cielo, nella danza delle nuvole, con il dispiegamento incontaminato di una natura primigenia, dove, tutt’al più dell’uomo, ne appare una traccia, per via di alcune sue tipiche pertinenze, legate ad insediamenti ed a lavori campestri, si afferma la strategia onirica di un carismatico costrutto dall’inebriante sapore fiabesco, allusivo dell’infinito soprannaturale, catturato nella resa prospettica di quanto si deduce che sia stato scorto dall’autore, assimilandolo, di rimando, al suo dipingere, mediante l’osservazione di alcuni robusti spunti, tratti da una sensibile attenzione dedicata al reale.

Altre chiavi di lettura di questa applicazione pittorica, passano per la valorizzazione del territorio locale, essendo potenzialmente protagonista la Vallecamonica, terra d’origine del pittore, con scenari che vi si confanno sulle tele in più di una rappresentazione, come pure altre interpretazioni sfiorano messaggi inneggianti all’amore verso l’ambiente ed al valore esortativo speso a favore dell’ecologia.

Ciascuno può seguire un proprio percorso di analisi delle grandi tele, amate dall’autore in tale dimensione, magari scorrendo quel filo che, a volte, definisce la particolareggiata proposta del pittore, a rustica ambientazione, di contesti sospesi nel surreale che, anche nella linearità sinuosa di uno spago, contribuiscono, come nel caso, altrove manifesto, di ombre e di falci di luna, a porsi come appaiate individuazioni da poter trarre insieme nel riflesso interiore di proprie intime soluzioni.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome