“Venite a vedere le opere del pittore Giulio Mottinelli” è il significato traslato da quanto qui risulta   accuratamente rappresentato, insieme all’intento divulgativo interpretato, che, al suggestivo insieme pittorico considerato, si rivela, fra l’altro, subordinato.

Il programma della mostra antologica del pittore bresciano Giulio Mottinelli riserva ancora tempo, fino al 20 novembre, per una visita libera e gratuita, fruibile a diretto contatto con le numerose opere esposte nell’antico palazzo “Martinengo” di Brescia, al civico 30 di via Musei.

In tale periodo, la mostra rinnova la propria proposta artistica nelle giornate comprese dal martedì al giovedì, con quegli orari, stabiliti dalle ore 16 alle ore 19.30 che, di sabato e di domenica, anticipano l’apertura alle ore 10.

L’invito dell’artista di origine camuna cade in quel quarto di luna che separa quest’evento dal termine previsto dal calendario della manifestazione, ormai confluita nel bel mezzo dell’autunno dove l’ora solare è ritornata in capo al 2016, aderendo ai tradizionali canoni ricorrenti della stessa stagione.

Della medesima stagione, sono numerose le propaggini pittoriche che, in questa esposizione, ne evocano la caratteristica rappresentazione, fra fecondi alberi di kaki e minuziose manciate di castagne, prossime ai soggetti trattati in quel ciclo figurativo dove l’ispirazione dell’artista ricrea, fra l’altro, certi scenari camuni che sono proposti nelle suggestive ambientazioni dove l’impronta umana è solo sottintesa, come nel caso di legnaie, orti e, oltre ad altre possibili esemplificazioni, pure nei dipinti recanti i particolari di mura interessate da finestre dove si affaccia la luna, oppure, tale plausibile interazione con l’uomo sembra sia, invece, del tutto assente, come nella resa di vedute completamente osservate nel totalizzante instaurarsi di un’esclusiva natura imperante.

giulio_mottinelliTanto a proposito di un invito rivolto all’incontro con quest’arte, quanto nei riguardi di una forte peculiarità compositiva, incline ad un’affabulazione pittorica inclusiva, pure pervasa da una significativa codifica territoriale, il prefetto di Brescia, Valerio Valenti, scrive nel pieghevole divulgativo pubblicato in occasione di questa apprezzata manifestazione: “L’artista Giulio Mottinelli riesce, con la Sue trasposizioni pittoriche, a rendere partecipe il pubblico del “sentire” il territorio, evidentemente forte delle esperienze in altri contesti, sia nazionali che internazionali. L’invito all’osservatore è “ad entrare” nelle opere, scoprendo i significati reconditi, eppur manifesti, che inducono a rendere un particolare plauso a Giulio Mottinelli per le emozioni che ci sa donare con la Sua arte”. 

Ispirata al reale, attraverso una libera intuizione personale, autenticamente incanalata in una corrispondente rivisitazione di contesto surreale, la feconda vena creativa dell’artista si esprime nella scelta di una notevole serie di opere da lui effettuate, in colori ad olio oppure in acrilico, durante un quarantennio  di attività, attraverso la messa in mostra di una corposa antologica che, con il titolo di “Stagioni di luce”, si dipana nel vasto allestimento curato dagli architetti Aldo e Francesco Lanza.

Sul posto, anche la proiezione di un video sonoro, inerente l’esperienza del pittore che, con questo mezzo audiovisivo, affidato alla voce di Luciano Bertoli, nella contestuale cura complessiva della sceneggiatura ad opera di Giacomo Andrico, si esplica per il tramite di alcuni stralci di intervista, grazie ad un efficace itinerario narrante di elementi costitutivi dell’esperienza artistica esaminata che risultano spiegati come spunti di lettura della mostra, funzionalmente messi in evidenza, nella varietà delle caratteristiche alle quali la stessa ricca raccolta risulta interpretata in una asseverata consistenza.

Altre considerazioni di pertinenza, pure in riferimento agli aspetti accennati in precedenza, sono riscontrabili nei testi rispettivamente a firma del presidente della Provincia e della città di Brescia, Pier Luigi Mottinelli ed Emilio Del Bono.

Secondo il primo, come, fra l’altro, si legge nel citato pieghevole realizzato per l’occasione, si tratta di una “capacità di trasmettere, attraverso la pittura, l’amore e il rispetto per la natura, tema che ritorna nei suoi quadri, una riconferma della sua identità fortemente radicata alla terra delle origini, Garda di Sonico, il piccolo borgo camuno, dove i valori umani sono legati alla concretezza della quotidianità”, mentre, relativamente a quanto spiega il primo cittadino di Brescia, l’accento può, fra l’altro, cadere su quel punto di snodo dove è “proprio dal connubio tra i paesaggi della memoria e la sua vena sottilmente surreale che nascono le sue fascinazioni più memorabili, capaci di emozionare l’osservatore e di ammaliarlo”. 

In sintonia con la denominazione data a questa mostra, il noto critico Philippe Daverio pare ribadire, circa lo stesso appellativo di intitolazione, scelto, cioè, in omaggio ad una praticata strategia di luminosa fascinazione, quel nesso intercorrente con il carisma compositivo dell’autore che ne ha evidenziato la specifica individuazione del rapporto con la luce per un possibile filo conduttore dell’esposizione, precisando un’eloquente attribuzione di metodo che è riconosciuta ad uno fra gli effetti pittorici presenti in un suo corrispondente stilema di produzione: “Mottinelli di luce sembra essere un esperto: è come se nel dipingere fosse assistito da una bizzarra lucciola che forse è quella della sua coscienza poetica. Hanno queste sue opere un curioso sottofondo musicale, quello che ricorda le note apparentemente dissonanti di Arnold Schonberg in Verklarte Nacht, La notte trasfigurata con la quale il sottile musicista viennese chiudeva il Diciannovesimo secolo”. 

Tredici opere nella prima sala, raggiunta dall’ingresso dell’esposizione, altrettante nella seconda, dove, fra l’altro, campeggia una sorta di imponente trittico virente, chiamato dal pittore “Amazzonia”, quale evocativa ispirazione reminiscente, sedici dipinti nella terza sala, dopo la quale, nel passaggio di collegamento per il prosieguo dell’allestimento,  si presentano due tele, rispettivamente denominate “Luce di luna” ed “All’improvviso l’alba”, anticipatrici dei dipinti proposti nei due ambienti successivi, separata dai quali, nel piano, a sua volta superiore, una quarantina di opere appaiono dislocate in altri tre spazi importanti della mostra dove più ricorrono, in un’ingente somma di cospicua concentrazione, i manufatti pittorici di maggiore dimensione.

Fra questi, ad esempio, “Ottavio, il castagno del Bosco grande”, “L’albero della luce” ed “Il bosco degli elfi” che sembrano mappare, insieme ad altre analoghe ed allusive interpretazioni, la compenetrazione della natura con il retaggio culturale di fiabesche frapposizioni, in una profonda poetica aderente a poliedriche possibilità d’emozioni dove, non da ultime, spesso si profila l’incanto parallelo di un mondo fatato in cui un magnetismo surreale regge l’impianto dell’opera pittorica, secondo l’impatto di disarmanti armonie, echeggianti sui piani immaginari di un misterioso e sereno altrove.