A Brescia, un suo antico ritratto è presente anche in Prefettura. Nella caratteristica e senescente iconografia di questo dipinto, meglio conosciuta relativamente alla sua più diffusa immagine pubblica, Giuseppe Zanardelli (1826 – 1903) intesse con la propria terra di origine quei legami che si prospettano anche in una serie di altre manifestazioni commemorative, desumibili oltre tale arte figurativa, nel rivelarsi, pure, in alcuni approfondimenti giornalistici.

Fra questi, ci sono anche quelli che hanno occupato lo spazio della “Terza Pagina” del quotidiano “Il Giornale di Brescia”, durante l’anno corrispondente alla ricorrenza del mezzo secolo decorso dalla sua dipartita, andando a contraddistinguere, nel bel mezzo del Novecento, due distinte proposte di lettura, rispettivamente pubblicate il 02 ed il 19 aprile 1953.

A firma di una non meglio identificata sensibilità storica, propria della sollecitudine argomentativa dei contenuti trattati, risultando sottoscritta, in calce all’ultima di queste pubblicazioni, con il curioso pseudonimo di “Peucezio”, Giuseppe Zanardelli riceveva l’ulteriore incidenza esplicativa di una asseverata visibilità collettiva, per il tramite di una duplice divulgazione da retrospettiva, dedicatagli editorialmente con tale dipartita iniziativa.

Nel primo, in ordine di tempo, dei due articoli, diffusi dall’accennata stampa locale, erano, fra l’altro, riportate le parole di Carlo Bonardi, allora presidente dell’Ateneo di Brescia, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, quale formale avvenimento che si era prestato a porre una specifica menzione della figura zanardelliana, presa a riferimento, pure a riguardo dei cinquant’anni, in quel tempo, trascorsi dal suo stesso eclissarsi dalla scena di questo mondo.

Una figura, circa la quale era, in sintesi, specificato che “(…) sopra tutto appare oggi tutta la sua lunga vita spesa con austero apostolato per la libertà politica garantita da un rigido rispetto della giustizia e del diritto individuale come unica sicura energia di progresso e di pace sociale, dedicata e svolta nella fede delle istituzioni parlamentari quale severe palestre di elaborazione legislativa condotta in memorabili discussioni nelle quali non le ingiurie faziose e le astuzie volpine, ma preparazioni scrupolose e meritati argomenti infondono nel popolo la fiducia e il rispetto delle leggi. (…)”.

Il ricordo di tale poliedrica personalità, pure presidente del Consiglio e, fra altri ruoli istituzionali ancora, ministro della Giustizia, insieme ad altri di diversa partecipazione civile, come pure di giovane patriota durante le fatidiche “Dieci Giornate di Brescia”, si ancorava ad una rinnovata attestazione di merito, tributatagli nel medesimo ambito locale dove già monumenti ed epigrafi avevano inaugurato una traccia di condivisione memorialistica, destinata anche a continuare nel tempo a venire, come, ad esempio, nel caso del palazzo di Giustizia, in una intitolazione solenne pari a tale mastodontica sede.

Segni che rimandavano, al di là del tempo, nella geografia, intesa anche in un altrove lontano. Ad una zona, dove, egli “(…) Poneva al primo posto la questione della viabilità. Era stata penosissima la sua impressione quando aveva visto che in Basilicata mancavano non solo le grandi rotabili (finanche taluni capoluoghi di mandamento ne erano privi) ma persino le mulattiere; permodochè le strade consistevano, incredibile a dirsi nel letto dei torrenti e quando pioveva la vita sociale restava interrotta e paralizzata. (…)”.

Si tratta del famoso viaggio, emblematico rispetto ad un certo orientamento sociale di quest’ autorevole uomo politico, per altro, eminente massone, da lui stesso effettuato nella seconda metà del settembre del 1902, per il quale “(…) nonostante la gran copia di acqua gelida che gli avversari tentarono rovesciare sugli entusiasmi suscitati dal defaticante viaggio del Presidente, il giudizio del Paese fu, in genere, ammirativo, per il notevole sforzo compiuto da questo intrepido settantasettenne. Perché, si diceva, i due Presidenti del Consiglio meridionali, Crispi e Rudini, non avevano mostrato ai loro tempi, come lui aveva fatto, sicura premura di conoscere di persona e da vicino le vere condizioni del Mezzogiorno continentale? Perché non lo avevano fatto gli altri Presidenti? (…)”.

Forse, perché lo stesso appartenere di questi, alle terre che, in quell’epoca, entro lo spazio solo di un paio di generazioni addietro, facevano parte del “Regno delle Due Sicilie”, consentiva loro di averne una qualche contezza, ma era, comunque, più esteso il concetto a cui tale obiezione voleva alludere.

Era, cioè, il sottolineare quanto, invece, costituiva l’esemplificazione di un dato carisma d’impegno, presente nel servizio politico dello statista bresciano, anche con l’avere davvero messo nero su bianco “(…) la legge speciale sulla Basilicata, nonchè le altre leggi su Napoli e il Mezzogiorno in genere. (…)”.

In questo modo, la memoria locale, interpretata dalle fonti giornalistiche espresse a traccia dei due menzionati contributi biografici di approfondimento, esorbitava dallo stretto ambito familiare di un originario e di un univoco assortimento territoriale, per interpretare, parimenti, i particolari dell’eloquente potenziale, al contrario, derivato da un diluito radicamento d’intesa, proficuamente avvenuto anche a tanti chilometri dalla “(…) sua città natale che seppe condurre al vanto di seconda della Lombardia, dotandola di istituzioni, promuovendone lo sviluppo in ogni ramo di attività, difendendone, instancabilmente, gli interessi e il prestigio. (…)”.

Qui, tra le righe di questi aspetti significativi, un motivato contesto ideale dava l’opportunità di una complessiva rievocazione meritoria, fattibile anche per una memoria circostanziata che, tuttora, pare consentirvi il ripercorrere di quei tratti contraddistinguenti con i quali tale figura era, anche allora, considerata in modo saliente: “(…) Promosse quell’ordinamento giudiziario indipendente e sapiente che deve essere la solenne e fondamentale garanzia del vivere sociale. Monumento legislativo del quale il tempo impone modifiche e aggiornamenti, ma che resta nelle solide fondamenta gettate da sapiente costruttore. Costruito colla mente acuta e possente, sorretta da una eloquenza garibaldina fatta di vasta erudizione, di passione comunicativa, di fulminee riposte, di richiami commoventi e fascinatori, tale da vincere ogni contrasto. Restando di lui, esempio classico e sempre avvincente, i tre volumi dei suoi discorsi politici sui problemi più ardui della costituzione ed amministrazione dello Stato, quelli in cui rievoca i fasti e le fortune d’Italia, quelli in cui esalta la sua terra, quelli nei quali, con meravigliosa versatilità, tratta dell’arte e delle lettere!. Il nostro Ateneo lo ebbe socio dal 1859 e Presidente dal 1892 al 1894. (…)”.