Brescia – Descrivere “gli abitanti, la vita e perfino la lingua” del pianeta Marte: pare che all’inizio del Novecento tutto questo fosse possibile.

“La Sentinella Bresciana” di domenica 6 ottobre 1901 ne affermava la fattibilità grazie alla fonte stessa della particolare rivelazione, tolta dall’allora “ottimo periodico di Milano Il Viaggiatore (Editori Fratelli Gondrand)”, a sua volta recante le sedicenti esplorazioni avvenute in terra marziana da “quel famoso medium che è la signorina Smith”.

Helene Smith, pseudonimo di Catherine-Elise Muller, nata da padre ungherese il 9 dicembre 1861 nella località svizzera di Martigny, faceva parlare di sé da quando a vent’anni aveva cominciato ad esprimersi in lingue delle quali non ne comprendeva il significato, interpretando una forma di quel fenomeno conosciuto come glossolalia, cioè il pronunciare una lingua ignota a chi la parla.

Nel caso della donna, giovane commessa di stoffe all’epoca dei primi segni paranormali, tra quanto evocato dal suo inconscio, si riscontrava anche un linguaggio simile al sanscrito che, da medium sonnambula, convinta di essere la reincarnazione della principessa Indù, Simandini, la ponevano tanto al centro delle correnti esoteriche del tempo, quanto degli studi non solo di scienze medianiche e di spiritismo, ma anche di psicologia e di osservazioni analitiche da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Ginevra.

Era una non per niente sporadica e nemmeno casuale impresa, esplorante un cucchiaio profondo dell’insieme astrale, tra gli spazi dell’universo infinito, quella localizzata e circoscritta al “pianeta rosso” da parte della conclamata veggente.

Una raccolta dei suoi viaggi marziani sembra fosse già in circolazione grazie all’iniziativa di “un professore dell’Università di Ginevra, il Flournoy che li pubblicò poi nel suo libro Dalle Indie al pianeta Marte” secondo una proposta editoriale sopravvissuta fino ad oggi, essendo il testo ancora reperibile presso stampe più recenti attuate da alcune case editrici e rappresentando un contenuto il cui approccio è stato praticato da altri studiosi, secondo propri percorsi di interpretazione e di ulteriore ispirazione a sviluppo dei vari aspetti che include.

Theodore Flournoy, psicologo svizzero (1854–1920), accademico, docente cattedratico di psicologia sperimentale, tra l’altro, particolarmente dedito agli studi sul sonnambulismo e sulla glossolalia, si era preso la briga di seguire per via esperienziale le manifestazioni subconscie desumibili, nell’intimo sublimale, nella medium Smith, utilizzando il metodo della “regressione ipnotica, durante la quale, in stato di sonno ipnotico, la donna veniva fatta riandare a tempi antichi e vivere e raccontare ciò che vedeva”.

Il nuovo secolo, allora da poco iniziato, si espandeva simmetricamente verso l’alto infinito di piani ed ellissi inarrivabili dai mezzi a disposizione in quell’epoca, per approdarvi idealmente attraverso le facoltà individuali di un potenziale umano, forse altrettanto inavvicinabile, sconfinato e misterioso come quello di una complessa ed incognita sensibilità, fattasi espressione di facoltà extrasensoriali.

Dall’alto degli spazi extraterrestri, oltre gli ultimi azzurri sipari celesti, l’espansione di una progressione cedeva paradossalmente all’apparente involuzione di una immersione nel profondo altrettanto insondabile della psiche umana che nel caso della femminile specificità, elaborava nella medium Smith una diffusa e colorita narrazione particolareggiata, a somma di generosi indizi di una mente baciata quanto meno da una generosa ispirazione, oltre l’abituale convenzionale e lanciatasi nel fervido ed incantato soprannaturale.

Ai propri lettori domenicali, “La Sentinella Bresciana” di quella prima domenica di ottobre del primo anno, cedente dopo l’esaurito computo dell’ormai largamente superato 1900, descriveva gli scenari esotici riferiti dalla donna svizzera: “La visionaria è una signorina di buona famiglia, ben equilibrata nella vita normale, tranquilla ed intelligente. Durante le crisi spiritiche essa ha parlato a seconda dei personaggi dei quali si credeva l’incarnazione, dialetti ed idiomi ad essa ignoti. Così un giorno si credette trasportata nel pianeta Marte. Ed ecco cosa vide e che cosa disse: Da lungi una grave luce che si avvicinava, poi la veggente si mise a salire fino a che toccò terra e gridò mi trovo su Marte. Allora incominciò la descrizione delle cose da essa rimarcate. Vetture senza ruote e senza cavalli che mandavano, strisciando sulla terra, delle scintille; palloni dirigibili solcanti l’aria; delle case con getti d’acqua sui tetti e degli abitanti presso a poco simili a noi i quali si salutavano con degli inchini ridicoli e parlavano una lingua strana”.

La dimestichezza con l’incidenza di questi rapimenti, avvolgenti arcani ed attorciglianti lontani richiami, sembra avessero reso Helene Smith edotta anche a proposito della lingua e dell’alfabeto utilizzato dagli abitanti di Marte che, nel complesso della sua tipica geografia, era dalla stessa descritto: “i paesaggi sono dipinti come tante colline colore di pesca, dagli alberi rossi coi tronchi a spirale, le foglie nere e i fiori germoglianti per ogni dove, senza stelo”.

Attraverso l’infatuazione compenetrata in quel panorama, perso nell’altrove rovesciato nel baratro dello spazio cosmico vorace di orbite alternative alla terra, la lingua marziana era descritta dalla veggente anche raccontando di aver assistito ad una festa “organizzata nella reggia di Astane, governatore di Marte” e di averne memorizzato pure una sequenza di uno fra i canti che componevano l’eco festosa della singolare e partecipata circostanza: “Sike evai divmè ze nikè, erizi capri ne ame orie autech e eze carimi ni ezi erie e mie pazvincie ked le sadri de ze vechir tizine”, tradotto nel versificare prodotto a subitaneo e diretto raffronto nel testo dell’articolo apparso sulla “Sentinella Bresciana” con “Sicchè sii felice! Il piccolo anello nero è venuto a battere ieri fuori alla mia finestra. E l’anima mia ne fu ammaliata. Egli mi cantò: tu lo vedrai domani”.

Notizia che, sul quotidiano locale, coesisteva in una pagina senza immagini e priva di inserzioni pubblicitarie, fra gli spazi dedicati alle “Entrate dell’Erario in aumento”, alle “Facilitazioni di viaggio per la festa decennale di S. Luigi che avrà luogo a Virle Tre Ponti”, ad un redazionale circa “Gli insegnamenti dello sciopero di Carcina” e, fra altro ancora, alle novità del “Club pedale bresciano” e della “Società Operaia Generale”, configurando una bene calzante aderenza a quello stesso pianeta terra, invece cogente e coerente, in tutto e per tutto alle caratteristiche assimilabili in modo confacente ai consimili terrestri dell’esponente svizzera delle singolari e diffuse affermazioni marziane. Di questa persona che, dall’area ginevrina, planava extrasensorialmente fin su, oltre il “blu dipinto di blu”, sulla crosta di remoti pianeti, in quanto altre sue affermazioni pare riguardassero anche Urano, il giornale specificava “mai essa si è smentita o è caduta in contraddizioni: sempre fu concorde nel ripetere ciò che aveva osservato nei suoi viaggi precedenti. Soprattutto in ciò che concerne la lingua fu sempre caratteristica: le parole, i giri delle frasi, le costruzioni della lingua martiana, si ritrovavano in tutte le pagine da essa vergate in questo dialetto ignoto. Si tentò di imbrogliarla. Non fu possibile. I fenomeni, pertanto innegabili, dello spiritismo ci lasciano o increduli o perplessi”.

Di Helene Smith un ulteriore tassello, a frammento delle sue trasferte in suggestive ed estemporanee visitazioni su altrui ambienti viventi, erosi dalle presunte tipicità rilevate, “La Sentinella Bresciana” di domenica 6 ottobre 1901, specificava ulteriormente che su Marte “gli uomini vivono in gran dimestichezza con degli animali oltremodo strani, testa larga e piatta, dai peli rari e difformi, dalle mammelle enormi”. Scene che si riconducevano strettamente a chi senza riserve le sottoscriveva, scaturendo dal profondo di un animo da cui emergevano, forse, quasi a somatizzazioni dalla base di una altrettanto visionaria isteria egocentrica, per la quale tali colorite esternazioni narranti potevano rappresentare una efficace via d’uscita per una personalità che tentava di eludere il blocco di un disagio, annidatosi in un proprio stretto nodo interiore, nell’imboccare quindi l’evasione della regressione ipnotica e della grandiosità istrionica, suscitata dal fascino di un passato ricreato come fuga su spazi nuovi che erano appetibili ad un livello di un latente narcisismo rivolto a realtà parallele ed eclatanti.

Quasi un contraltare immaginifico a quella forza di gravità che invece rimanda comunque alla terra e non regala nulla oltre quanto si misuri con la terra ed a quanto anche trapeli dai suoi misteri. Una primordiale genesi terrestre, ad architettura generale, per una ferma e per una costante attestazione ed a ridimensionamento di quella rivelazione che tentava invece di insinuarsi in un’alternativa fuori dagli schemi consueti della quale lo stesso quotidiano accennato concludeva, nel pungolo chiarificatore delle ultime parole dedicate al caso della Smith: “Si può supporre che si tratti di assimilazione fantasiosa compiuta da un’anima ammalata durante una crisi spiritica”.