Una suggestiva tradizione tramanda che il mitico Ercole abbia ucciso l’idra dalle nove teste, quale creatura mostruosa annientata durante una fra le sue titaniche imprese, in quel lago che, all’eco di questa sua gesta leggendaria, fa coincidere l’assonanza con il proprio nome, come impronta perenne di un’evocativa attestazione.

Il riflesso di tale mitologico irraggiamento è presente fra le varie opere affrescate all’interno di quella chiesa che, ad Anfo, innalza il sentimento religioso in un omaggio rivolto all’austero e santo eremita Antonio, fra i particolari della struttura consacrata alla fede in Gesù Cristo, cruciale incarnazione dell’evento escatologico di una sublime rivelazione messianica, a cui l’immaginaria figura di Ercole pare accostarsi in qualità di “eroe divino che in età pagana “preannuncia” il sacrificio di Cristo (l’Agnello mistico sull’arcone) e le imprese dei martiri cristiani”, come, fra l’altro, scrive Fausto Lorenzi in un suo contributo apparso sul “Corriere della Sera” del 9 gennaio 2013.

Riguardo questa chiesa, particolarmente esaminata nelle sue affascinanti attrattive artistiche, è disponibile pure una pubblicazione per la serie “Quaderni Anfo racconta”, in un frutto editoriale giunto a maturazione nel 2014.

Il libro, pubblicato in circa centodieci pagine illustrate da “IGB Group/Grafo”, dal titolo “Gli affreschi di Sant’Antonio e la Rocca di Anfo del secolo XV – I veronesi Liberale e Frà Giocondo?”, nasce da una valente opera di ricerca da parte dell’autore, Romeo Seccamani, in relazione al caratteristico e all’antico luogo di devozione dell’Alta Valle Sabbia che si trova espressamente esplicitato nella denominazione stessa di questa pubblicazione alla quale il manufatto devozionale risulta diffusamente rapportato.

Ad un chilometro dell’abitato di Anfo ed a sette chilometri dell’allora confine della Serenissima Repubblica di Venezia, la rocca d’Anfo rappresenta un incontrovertibile riferimento di localizzazione geografica anche per la circonvicina chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate, situata più a nord, nella pittoresca zona del “dosso di Castèr”, sulla strada per il trentino, a ridosso della quale si sono sviluppate le intense vicende legate ai due differenti e vetusti complessi architettonici prospicienti il lago d’Idro.

La pervasività di tali strutture, contraddistinguenti l’ambito di una ravvicinata dislocazione territoriale fra loro, è anche fonte d’ispirazione per cercare di ripercorrere le tracce possibili di quel collegamento, ideale e fattuale, che pare le abbia viste entrambe configurarsi con una certa nitidezza documentaristica in quel periodo in cui tutte e due sembra abbiano acquisito la formulazione di un certo e solido spessore, nell’assetto chiarificatore di uno snodo cruciale impresso alle rispettive origini, evolutesi nella corrispondenza di un contestuale impulso catalizzatore.

Uno studio attento e dettagliato, attraverso una serie di argomentate considerazioni e per il tramite di puntuali attestazioni storiche circa le affascinanti espressioni artistiche di quello che l’autore stesso definisce “il più bel ciclo di affreschi” della provincia bresciana, si colloca nella riuscita gemmazione di un sentito legame di pertinenza con il territorio della pittoresca località lacustre d’afferenza.

Romeo Seccamani
Romeo Seccamani

Un contesto, conosciuto ed evocato dall’autore di questo libro, realizzato con il patrocinio dell’Ateneo di Brescia, della Comunità Montana della Valle Sabbia e del Comune di Anfo, da cui traspare “l’epopea di una comunità e di un ambiente in profonda, orgogliosa dinamica dialettica”, insieme alla quale emerge pure la significativa portata di “una riflessione sui valori e sui comportamenti” dei protagonisti del tempo, confrontati nell’inesorabile avvicendarsi delle epoche susseguitesi nel corso della storia della chiesa analizzata, come, fra l’altro, spiega, Giancarlo Melzani, nella sua ricca prefazione, posta in capo alla monografica pubblicazione divulgativa che sancisce la formulazione scritta dello sviluppo del restauro inerente la struttura devozionale alla quale il progetto di un recente intervento conservativo ha contribuito a preservarne i molteplici aspetti emanati dall’originale assetto connotativo, nei suoi artistici elementi, corrispondenti ad un accurato e composito ciclo figurativo, inerente, fra i santi raffigurati, gli evangelisti e lo stesso sant’Antonio.

Intervento curato da Romeo Seccamani, autorevole ed eclettico esponente di una sentita vocazione al servizio della cultura, mossa, fra l’altro, da una qualificata applicazione verso l’arte e la fotografia, ed interpretata anche come titolare del “Laboratorio di Ricerca”, specializzato nell’arte del restauro al civico 66 di via Cattaneo a Brescia, secondo un impegno operativamente profuso, nella chiesa di Sant’Antonio, attraverso una progressiva azione di studio, maturata contestualmente ai lavori funzionali a proporzionare quella materia d’analisi, poi tradotta nel risultato del libro specifico a cui sono direttamente connessi.

“Olio nuovo” e “vino vecchio” potenzialmente evocano, in metafora, le novità del costante affinamento di rivelazioni, riferite al piccolo Santuario di origine medioevale di Anfo, sempre più e meglio documentate nella trama contenutistica dove sono argomentate, mentre la natura dello stesso luogo di fede promana dall’alveo del tempo più lontano, dove questo edificio sacro ha conosciuto la propria costitutiva espressione armonica, nell’essere osservato nella sua fedele configurazione pittorica, intesa nella maggiore immedesimazione storica che ne spiega, al medesimo tempo, la caratterizzazione architettonica.

In questo senso, scrive, fra l’altro, l’autore, nell’ambito di un’interessante esposizione comparativa fra le esperienze artistiche del tempo, in riferimento al possibile nesso delle stesse con il substrato culturale dell’originale ed attuativo intervento locale, che “l’incontestabile presenza di forze intellettuali intraprendenti, consone alla non indifferente impresa di erigere la Rocca d’Anfo, importante sbarramento di una delle porte sensibili dello Stato Veneto, diventa determinante, secondo me, per trovare le ragioni per cui nella chiesa di Sant’Antonio si sia potuto manifestare un fatto pittorico così significativo per quanto riguarda il rinascimento dell’arte bresciana e non solo”.

Una considerazione che, insieme ad altre motivate vie di ricerca, si è inerpicata nella logica supposizione che, essendo documentata la collaborazione dell’architetto umanista frà Giovanni Giocondo (1433 ca – 1515) nella fase dell’edificazione della Rocca d’Anfo, da questo stesso personaggio si possa intuire la benefica influenza qualitativa esercitata, invece, nella realizzazione degli affreschi quattrocenteschi con i quali la chiesa di sant’Antonio manifesta il fluente periodare della propria narrazione espressiva.

Il passo è stato, in un certo senso, da qui, breve, per cogliere, accanto a questo ingegnoso veronese, l’artista, suo conterraneo, frà Liberale da Verona (1445 ca – 1530), a cui Romeo Seccamani attribuisce, in riferimento al pregio degli affreschi situati nell’edificio religioso accennato, la paternità stilistica della loro esecuzione fattiva.