San Nicolas, Ecuador. Per entrare nella “chosa”, come chiamano quassù, sulle Ande d’Ecuador, quelle umili abitazioni tutte uguale che si confondono col colore dei monti, miseri ripari dalle pareti di fango e il tetto coperto dall’ispida e dura erba degli altopiani, ho dovuto abbassarmi e spostare la porta di legno logorata dal tempo, sorretta da un fil di ferro che sostituiva i cardini oramai consumati. Oltre la soglia m’accoglie un senso di freddo umido, invaso dal denso odore di fumo rancido che col tempo ha annerito le pareti di fango come la cappa d’un vecchio camino.

Il cielo blu intenso è rimasto fuori col sole che giocava con tonde nuvole bianche, mentre sull’orizzonte della valle un alone scuro preannunciava l’arrivo d’un temporale. Entrando mi sono trovato avvolto dal buio, da una sola finestra filtrava una pallida luce, qualcuno l’aveva tappata con un sacco di rafia che borbottava col vento, il pavimento, in terra battuta intriso d’unto, male odorava di urina di topo.

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In un angolo alcuni sacchi rammendati, dalla pancia gonfia di mais, perdevano chicchi dai buchi che rotolavano sino al focolare cerchiato da pietre nere; in fianco una pentola incrostata dal fuoco e un mestolo di legno patinato dall’usura. Dal soffitto, fatto da contorti pali di eucalipto che sostenevano le zolle d’erba, penzolavano grosse ragnatele annerite dalla fuliggine che ondeggiavano come veli di vedova ogni qual volta una folata di vento gelido entrava dagli spifferi della porta.

Carlos chiese permesso, parlando in “quichua” l’antica lingua andina, ci inoltrammo nel buio dell’unica stanza con la sensazione di invadere nell’intimità il silenzio della miseria. Eravamo saliti insieme sul sentiero, aggrappato alla gobba delle montagne, dalla missione di San Nicolas persa nelle vallate quadrettate dei campi in coltivo, zappati col sudore da mani callose e schiene piegate dal lavoro sulla sierra delle Ande d’Ecuador.

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Mamma Adriana, come la chiamano tanti poveri che affollano la missione di San Nicolas, ci aveva affidato due gavette ricolme di riso, verdura cotta e banane fritte da portare, come ogni giorno, a due nonne semi inferme che nessuno accudisce. Dimenticate dal mondo, come tante altre, sorrette solo dal grande cuore di Adriana e Peppo, due bresciani volontari dell’Operazione Mato Grosso, da trent’anni unica speranza per tante anime.

La risposta al saluto del buon Carlos arrivò da un angolo, la nonnina era seduta sopra uno sgabello al fianco d’un letto malandato con le coperte torturate dalle tarme. I suoi occhi sembravano due fessure a forma di luna incastonate in un reticolo di rughe profonde che si contorsero quando le labbra si spalancarono in un sorriso e apparve l’unico dente rimasto.

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Una flebile voce accolse la nostra venuta. Sembrava come se di colpo quel vecchio corpo, magro come la quaresima e scaldato da una serie sovrapposta di maglie e coperte, si fosse acceso all’improvviso, il silenzio gonfio di odori lasciò presto il posto alla voce cantilenante della nonna che raccontava e raccontava, in un incomprensibile idioma, ma col desiderio di spezzare la lunga solitudine.

Aiutai Carlos ad aprire la gavetta e a rovesciare il contenuto in una ciotola di plastica unta, poi Carlos con cura monacale iniziò ad imboccare la povera nonna che continuava felice a raccontare anche con la bocca piena. Carlos gentilmente rispondeva, cercando di intuire alcune della parole mescolate al cibo, la rincuorava, le accarezzava il volto, le asciugava le lacrime della felicità che scorrevano come piccoli torrenti nelle rughe del viso.ecuador005

Questa scena di bontà da libro “Cuore”, l’odore intenso della povertà, il buio fumoso della miseria, l’indigenza mi paralizzarono lo stomaco, non riuscivo a capacitarmi, a realizzare, a comprendere tanta povertà e solitudine. Rimasi lì seduto e inebetito dalla commozione, quasi incredulo che al mondo esistano situazioni di tale abbandono.

Peppo e Adriana sono partiti da Brescia più di trent’anni fa con l’Operazione Mato Grosso, fra questi monti hanno camminato sui ripidi pendii della speranza, nelle più impervie vallate, in realtà umane di indigenza indescrivibili.

Cuore_Amico Sabato 17 ottobre al Centro Pastorale Paolo VI di Brescia Peppo e Adriana Piovanelli hanno ricevuto  il premio Cuore Amico, anno 25, il Nobel dei missionari. Un riconoscimento per questa coppia che ha regalato la propria vita ai campesinos delle Ande.

Per i due bresciani aiutare i poveri è routine quotidiana. Ogni mattino si parte a piedi dalle missioni per portare una scodella di zuppa  per lenire i crampi della fame a vecchi e infermi, per portare una carezza, per riempire la vita agli abbandonati, ai dimenticati, agli ultimi.

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Ogni giorno aprono le porte della loro casa a centinaia di bambini che non sanno dove andare. “Se non vengo da voi dove vado ?”: è la sola richiesta di ragazzi abbandonati per strada. Ci sarà un giorno un Natale anche per loro, un giorno in cui tutti mangiano a non finire, con dolci e regali sotto l’albero o le vacanze al mare d’estate con i gelati colorati e infinite passeggiate, i vestiti belli e le scarpe nuove; sì, le scarpe, perché quassù, al freddo, molti camminano a piedi nudi.

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Quando era bambino credevo che gli angeli fossero un’invenzione per riempire di colore i libretti della dottrina, con quelle patetiche immagini in cui un cherubino dalle bianche ali e le svolazzanti vesti, pigliava al volo un ragazzo precipitato dal balcone di casa e lo adagiava lieve al suolo.

Ora, dopo esperienze che segnano l’animo, devo capacitarmi che gli angeli esistono silenziosi, invisibili agli occhi del mondo occidentale: sono i volontari dell’Operazione Mato Grosso, ragazzi dal grande cuore che hanno deciso di regalare la loro unica vita ai poveri seguendo il cammino tracciato da Padre Ugo De Censi, anima del movimento, coraggioso santo dei nostri tempi.

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Il vociare della nonna alla fine mi strappò un sorriso. Alzò la mano rattrappita dalla vecchiaia e mi accarezzò, quasi avesse intuito il mio stupido imbarazzo, quasi volesse dirmi “Non affliggerti, sono felice, ora che siete qui a scaldare la mia vita”. Mi pervase un senso di serenità quando scesi dal ripido pendio: gli angeli esistono!

«La missione è passione per Gesù Cristo e nello stesso tempo è passione per la gente. (…) Chi, con la grazia di Dio, accoglie la missione, è chiamato a vivere di missione. Per queste persone, l’annuncio di Cristo, nelle molteplici periferie del mondo, diventa il modo di vivere la sequela di Lui e ricompensa di tante fatiche e privazioni» ha scritto papa Francesco in occasione della Giornata missionaria mondiale 2015.

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Assieme a Peppo e Adriana ci sono stati altri premiati.

Il riconoscimento, istituito nel 1991 da don Mario Pasini per richiamare l’attenzione sull’attività missionaria, silenziosa ma grandiosa opera della Chiesa per la promozione dei poveri del mondo, viene assegnato ogni anno a ottobre dall’ associazione Cuore Amico Fraternità Onlus, nel sabato precedente la Giornata Missionaria Mondiale.

Sabato sono stati premiati anche Anna Tommasi, missionaria di Affi, nel veronese, impegnata nelle carceri del Malawi, e Fratel Domenico Bugatti, religioso originario di Lumezzane, attento all’evangelizzazione di adulti e bambini in Repubblica Democratica del Congo.

I premiati, esempi edificanti dell’annuncio del Vangelo ad gentes, hanno ricevuto in totale 150.000 euro a sostegno della propria opera missionaria, svolta condividendo povertà e lavoro con chi vive alle periferie del mondo.

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.