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Brescia – “Cosa avrei potuto fare? Storie di ebrei in Valle Camonica tra fuga e Resistenza è “una pubblicazione del Distretto Culturale di Valle Camonica realizzata nell’ambito del progetto “Rimon – Itinerari ebraici in Lombardia”, promosso dalla Comunità Ebraica di Milano“.

Edito dalla “Compagnia della Stampa”, il libro, prodotto per la cura di Bernardino Pasinelli, ha duecentododici pagine, strutturandosi in quella fitta articolazione di contenuti divulgativi del tema, bene esplicitato nella sua copertina, che è rispettivamente suddiviso nei capitoli “Una comunità in fuga”, “Vite sospese”, “Ebrei e partigiani” e “Gli scherzi della storia”, a loro volta complessivamente preceduti dalla prefazione, a firma di Mimmo Franzinelli, e dall’introduzione, invece, sottoscritta, da Michele Sarfatti, mentre, a chiudere il volume, dal formato tascabile, è la postfazione di Serena Furloni e di Federico Mondini e pure la trascrizione della relazione di Lionello Levi Sandri del 1945, dal titolo “Viaggio nell’Italia liberata”, come appendice documentaristica correlata ad una serie di mirate proposte di approfondimento, specificate nelle pagine dedicate a “fonti e bibliografia” e ad una mappatura grafica, attestante, paese per paese, “la presenza ebraica in Valle Camonica”: a Cedegolo, Carla e Luciana Castelletti, a Iseo, la famiglia Nulli, a Corteno Golgi, Giacomo Sarfatti, a Breno, Antonia Jetter, a Malonno, Cino Orefici e famiglia, all’Aprica, 248 ebrei zagabri, a Darfo Boario Terme, Angelo Mariani e Nella De Benedetti, a Pisogne, Enrichetta Toper, a Ono San Pietro, Silvia Revere e la nipote Adriana, a Bienno, Edolo ed a Mortirolo, Lionello Levi Sandri, a Orzinuovi Aprica, Guglielmo Levi e famiglia, a Malonno, Cecilia Kucera, a Edolo, Oskar Klein e famiglia, a Sale Marasino, Albertina Alzavej ed a Selvino, gli 800 orfani nella colonia Sciesopoli, (“la comunità solidaristica costituitasi a Selvino nel 1945 e che sino al 1948 accolse numerosi profughi ebrei liberati dal Lager”, come, fra l’altro, scrive Mimmo Franzinelli).

Località, questa, territorialmente omogenea rispetto alle non lontane cime bresciane, ubicandosi nel massiccio bergamasco alpino, che è trattata nel capitolo “Gli scherzi del destino”, essendo che da luogo, sede di una struttura edificata in piena epoca fascista, è divenuta, alla fine del conflitto, soluzione d’altro genere d’insediamento, nel medesimo immobile riconvertito a opportunità ricettiva per i profughi ebrei, travolti dagli eventi della persecuzione razziale e sopravvissuti all’olocausto, nell’ulteriore diaspora indotta dalle conseguenze delle vicende che li avevano riguardati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Se il progetto di studio, foriero, alla fine, del raggiunto risultato concreto di questo libro, reca il nome di “Rimon” che in ebraico significa melograno, “Sciesopoli” vagheggia, nel nome, una sorta di scioglilingua da cognome del profondo Sud italiano, dettagliando, invece, la propria denominazione nella ideazione, all’epoca, stabilita dal “Gruppo Rionale Fascista Antonio Sciesa di Milano”, con l’appellativo fantasiosamente creato dalla fusione con il termine “tendopoli”, relativo, cioè, a quegli estemporanei accampamenti che la medesima compagine in camicia nera allestiva nell’autentico e salubre ambiente montano di Selvino.

Meta per sociali trasferte vacanziere nella zona, poi evolutesi nella scelta di una, allora, moderna e funzionale struttura fissa, atta ad, analogamente, ed ancor meglio, ospitare, quanti erano coinvolti in iniziative ricreative lassù, per una organizzata permanenza in linea con le migliori vocazioni di una colonia di soggiorno estivo, ammiccante ai benefici della cura del sole e dell’aria leggera delle alte latitudini, esemplificative dei perseguiti effetti auspicati in un notevole e stimolante vigore.

Come, fra altri interessanti spunti di ricerca, spiega Michele Sarfatti, “lì, in una colonia per giovani costruita dal fascismo, per molti mesi dopo la Liberazione vennero ospitati e nutriti bambini ebrei di tutta Europa sopravvissuti all’uccisione dei propri genitori. Si trattò di un atto di vita, per quegli orfani, per la nuova Italia, e per le stesse popolazioni alpine”.

Dalla predisposizione elioterapica, a quella di un edificio utile per la salvaguardia di un giovanile patrimonio generazionale, lo scarto del mutamento è stato quello civile, ma anche politico e militare, essendo che, pure, dall’alto, in una chiara veduta aerea, tale sede pare abbia il voluto contorno architettonico di una fascio littorio, quale sagoma, per altro, non incompatibile, nel tribunale della storia, con l’impronta, pure significativa, di quel critico ripensamento che, durante la fatidica notte del 24 luglio 1943, ha caratterizzato, a Roma, la nota riunione del Gran Consiglio del Fascismo che è stata propedeutica, nei riguardi della dittatura di Mussolini, ad un suo conseguente defenestramento, avviato proprio da chi, in sahariana nera, recava le medesima effigi del fascio romano, al netto di ogni altro esplicito riferimento.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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