Un paio di ceffoni pare che non glieli avesse tolti nessuno. Nè a lei, né alla titolare dell’albergo. Ciò che aveva visto il generale in trasferta era proprio sembrato di troppo.

Tanto gli era parso da dare in escandescenze. Quattro stampe, ritraenti scene di altrettante battaglie perdute dal suo esercito, erano, per lui, valse la cifra di una insopportabile esposizione, ai suoi occhi provocatoria e del tutto sconveniente.

E’ quanto il quotidiano “La Sentinella Bresciana” della doppia edizione di lunedì e di martedì, rispettivamente del 6 e del 7 giugno 1864, tramanda in un articolo in prima pagina dove è riferito delle intemperanze di un generale austriaco, dall’orgoglio ferito, e di stanza sul suolo italico, ma a quell’epoca territorio giurisdizionalmente ausburgico, in quella parte residua lombarda del mantovano e della preponderante geografia attigua del Veneto, prossime ad unirsi al Regno d’Italia, con la Terza Guerra d’Indipendenza, da lì, ad un paio d’anni dopo quei giorni, a venire.

Intanto, il noto quadrilatero militare delle forze austro-ungariche seguitava a sussistere, con i suoi agguerriti vertici strategici in Mantova, Legnago, Verona e Peschiera, ancora radicalmente sotto il vessillo della caratteristica “aquila bicipite”, in capo al vasto impero di Francesco Giuseppe (1830–1916), mentre suo fratello, Ferdinando Massimiliano (1832-1867), già giovane vicerè governatore del Lombardo-Veneto fino al 1859, stava affrontando i primi giorni da imperatore del Messico (1864-1867).

Un generale fedele alla loro Casa Regnante giungeva in una delle ancora molte località dell’Italia Settentrionale che appartenevano ad un impero cosmopolita e trasnazionale, nell’estendersi oltre le Alpi, nel bel mezzo dell’Europa Centrale, in un abbraccio con la parte europea Orientale, fino ad andare a riguardare anche il settentrione mediterraneo dell’Adriatico, quale mare aggiogato ad uno sbocco mitteleuropeo, con Trieste a sua capitale.

Il fatto, curioso in sé, pur definito in una evidente marginalità sia pittoresca che, in ogni caso, significativa nel ritrarre alcuni particolari di quei frangenti, è documentato dal menzionato quotidiano locale con i riferimenti di una località che, nel medesimo scritto, risulta attribuita al mantovano, allo stesso modo in cui l’ubicazione della stessa la smentisce, però, nell’appurarla, in pari denominazione, al veronese, comunque, centro abitato non lontano dai territori dell’area fra le due provincie che nel “quadrilatero” militare risultavano comprese.

A “Monteforte”, per “ispezionare la truppa”, il generale aveva trovato alloggio pressol’albergo dei Due Mori, assegnatogli dal municipio, tutto ad un tratto cominciò a gridare come un ossesso. La fantesca accorse; egli la regalò di due sonorissimi schiaffi; la poveretta si mise a strillare spaventata; ascesa la padrona e fu regalata di ugual moneta, e lo strepito parea un finimondo. Il vicinato comincia ad agitarsi, l’oste che era fuori ritorna, interroga, nessuno sa rispondere. Finalmente, calmate le furie del generale, si venne a conoscere che causa di questo disordine furono 4 quadri rappresentanti quattro battaglie perdute dagli austriaci nel 1859 e che stavano depesi alle pareti della sala. Fu necessario sostituire altre stampe, prima che il valoroso generale riponesse la sciabola nel fodero, credendosi ancora di avere alle calcagna gl’italiani e i francesi”.

Quali erano le quattro battaglie, nel giro di poco tempo, tutte quante incredibilmente perse dagli austro-ungarici in Lombardia?: Montebello (20 maggio 1859), Palestro (30 maggio 1859), Magenta (4 giugno 1859) e, la risolutiva ed ancora più feroce, San Martino e Solferino (24 giugno 1859).

Il retaggio di una convinta epopea militare, unita ad una compartecipe retorica di coerente e di perdurante dedizione ad un proprio servizio, derivatole da un importante ruolo istituzionale, non aveva impedito, nonostante tutto, il fare considerare le scintille di gloria emananti dallo scacchiere delle pur subite sconfitte sancite dall’esito delle ormai decise vertenze, stabilite sul piano di certi scatenati scontri armati, tanto che, come era andata a documentare “La Sentinella Bresciana” del 5 giugno 1859, pare fosse accaduto che: “Verona, 4 giugno. Questa mattina gli austriaci vollero solennizzare il 4 giugno 1859, cioè la vittoria di Magenta!!!. Grande defilet, in campo Marzio, di circa 18mila uomini. Benedek e il suo stato maggiore v’intervenne. Ogni soldato teneva nel Kepì un ramoscello di mirto”.

All’immagine di truppe come quelle sopra accennate sembra rifarsi il passo dell’epica “Storia degli Stati dell’Impero d’Austria, preceduta da una lezione su la cronologia e la storia in generale – compilata dall’ab. Giacomo Gottardi – Brescia, Tipografia Venturinini, 1843”: “(…) Austriaci con bianco vestito con verde mirto sui cimieri e portante inalberata bandiera gialla con la bicipite aquila rostrata (…)”.