Le acque dell’Oglio, da tempo immemore in corsa anche nel territorio di Pontevico, rispecchiano, nel fluire ignoto dei molteplici mulinelli, le trame oscure che su di essi si sono affacciate.

Realtà interagente a circostanze particolari che la storia ci tramanda ancor oggi intatte nell’apprensione spontanea dei protagonisti di un’epoca ormai declinata sul tramonto delle proprie stagioni.

Epoca che, della località bresciana di Pontevico contemporaneo al XVIII secolo, vede emergere nei traboccanti faldoni dell’archivio di Stato di Brescia un manoscritto datato 5 maggio 1738, inerente un fatto accaduto nell’abitato adagiato sulle rive dell’Oglio.

La mano autografa che ha trovato espressione nei moti decisi della penna d’oca è quella di un curato dell’allora comunità pontevichese, dove un evento insolito aveva spinto il detto ecclesiastico, nella persona di don Luigi Rosa, a vergare un chiaro racconto dell’avvenimento che, tra l’altro, lo vedeva coinvolto.

In questo modo, nel giudizio di una cronaca da poco vissuta, tale contingenza aveva cominciato a prendere corpo il 24 marzo dello stesso anno, durante il periodo in cui, come specificava l’autore, erano raccolti, nella parrocchia locale, i dati dei fedeli, per la stesura del registro dello “stato delle anime”.

Una sorta di censimento della popolazione, con particolare riguardo a riferimenti demografici e famigliari, funzionali pure a rendere un monitorante spaccato di informazioni aperto alla vita religiosa della comunità stessa.

Tuttavia, un appello al sacro ministero veniva a distogliere il sacerdote dall’interessante occupazione di mappatura anagrafica, in quanto che, un certo Andrea Meldina, riferiva al curato la necessità di recarsi quanto prima in casa Ottonelli, situata vicino alla sede della Confraternita di San Rocco, “…poichè colà trovansi un’inferma”.

Richiesta comune, in merito all’urgenza di situazioni, per loro genere, riconducibili all’opportunità di un conforto religioso che, in realtà, nella narrazione dei fatti a venire, si era rivelata un semplice pretesto.

Arrivato, infatti, in casa Ottonelli, don Luigi viene accolto nella cucina dove trova un uomo a lui sconosciuto, vestito di rosso, e Giulia Ottonelli seduta al fuoco.

Sulla base di questa scena, il signore dai panni scarlatti si rivolge al sacerdote indicando la donna e dicendogli: “Reverendo curato sappi che questa è mia”. Il religioso, svelto a capire la vera natura di quanto stava accadendo, dove era, quindi, estraneo l’aiuto spirituale ad un’inferma, bensì, gli si chiedeva, con la sua sola presenza, la validità di un matrimonio “clandestino”, pare sia stato pronto a controbattere che quel tipo di unioni non si facevano senza meritare provvedimenti di censura.

Così detto, se ne usciva senza che la donna dichiarasse qualcosa e questo aspetto, ritenuto saliente, il sacerdote lo specifica nello scritto in questione, poiché se la presunta sposa avesse affermato il suo legame con l’uomo accanto, il matrimonio raggiungeva, nella reciproca e dichiarata corrispondenza, quel minimo di efficacia formale a cui aspiravano anche Renzo e Lucia nei “Promessi Sposi”.

Tuttavia, un pomeriggio, dopo alcune settimane, don Luigi che riposava nelle proprie stanze, viene sollecitato ad andare nella stessa zona, con l’innocente pretesto già addotto la volta prima.

Nell’eventualità, il curato raggiunge comunque il posto indicato con Andrea Meldina, appartenente alla Confraternita del Santissimo Sacramento, e si ritrova nella stessa situazione. Presente Giulia Ottonelli, anche stavolta seduta al fuoco, e così, pure vicino a lei era l’uomo dichiaratosi nel primo tentativo, il quale viene ora riconosciuto dal sacerdote come il Nobil Homine Giovanni Andrea Marino, castellano di Pontevico: identità che era stata svelata al curato dopo l’incontro antecedente a quest’altro dove lo stesso personaggio ricompare tale e quale.

Alla presenza del prete e di altri due testimoni, non meglio specificati, il nobil uomo dichiarava: “questa è mia moglie, ratifico quel tanto che vi ho detto in questa stanza il 24 di marzo”, e la giovane, a tali parole, soggiungeva prontamente: “questo è mio marito”, scambiando poi una stretta di mano con lo sposo. A don Luigi, ingannato ed intrappolato nell’ormai dato di fatto, per come le convenzioni del tempo andavano ad interpretare tali estemporanee esternazioni, non gli era restato altro che fare

conoscere ai due come erano incorsi nelle censure previste dalla Chiesa per quell’accaduto e che si sarebbe rivolto, quanto prima, alla Curia Episcopale per denunciare ciò che era successo ai suoi occhi.

Era il 5 maggio 1738, giorno stesso per Pontevico, di un matrimonio, per così dire, “rubato” e di una confessione manoscritta per dovere pastorale, ereditata dai posteri come una possibile storia d’amore, espressa nei canoni ascritti a tempi lontani, rispetto a quelli nei quali l’oggi ne rimarca i distinguo nella dinamica di fatti distanti fra loro in molteplici passaggi generazionali e tra le peculiarità, ormai obliate, nella dimensione temporale di remoti spazi siderali.