Tempo di lettura: 4 minuti

Mi sento utile come un porchettaro davanti alla Mecca”: è una delle scritte che mani ignote hanno fissato, a modo di graffiti improvvisati, su alcuni giochi, presenti nel parco pubblico cittadino dedicato a Marziale Ducos.

A Brescia, tale estemporaneità si propone, come altrove, nei più disparati ambiti dove il potersi liberamente ritrovare, nei pressi di un certo punto di riferimento, pare costituisca la cifra anche per andare poi a procedere con una tracciatura grafica di quanto un’istintiva ispirazione del momento spinga ad esternalizzare, con il rilascio di vari pensieri, mossi secondo un improvvido metodo di sganciamento.

A motivo di messaggi, vuoi diretti vuoi indiretti, cioè indirizzati a qualcuno in particolare, oppure congetturati in una generalizzazione interpersonale, tali graffiti si trovano, ad esempio, depositati lungo le colorate strutture erette a definizione di un’attrattiva tridimensionale dalla vaga forma di un quadrilatero polifunzionale, a mole di un ipotetico castello da esplorare, rappresentando quei concetti più o meno meditati, chissà se in un qualche modo mediati, prima di essere appiccicati al corpo di questa pertinenza ludica per l’infanzia che seguita, in ogni caso, ad accogliere i piccoli utenti del parco, a loro volta, per lo più all’oscuro, dei messaggi che qui fanno loro da corona.

Tracimano accenti di esistenze, attraversate dalle dimostrazioni di quanto dagli stessi cumuli di loro esperienze derivi in dato un motivo di manifestazione, correlato a testimoniarne, indirettamente, i frammenti di quegli aspetti ritenuti di interesse, solitamente assecondati da una attenzione tematica propria di un genere ricorrente.

In questo caso, pare se la cavi bene, un tal destinatario della classica e telegrafica espansività affettiva, espressa mediante un “Ti amo Luca” con tanto del contestuale disegno di piccoli cuoricini messici intorno con la data presuntivamente di notevole importanza per chi ha scritto tale dichiarazione, precisandola in una circostanza del 02 marzo 2015.

A volte, coltivare analoghi sentimenti nell’accenno effusivo di un’empatia svelata, si esplica, invece, nello scrivere “Camilla non la sopporto, ma le voglio bene”, mentre un’argomentazione più convinta pare, al contrario, trapelare da un graffito del 3 ottobre 2017, nell’affermare, in una estrema sintonia di genere, “Daniela + Erika, amamami ora come mai, tanto non lo dirai, è un segreto tra di noi, tu ed io soltanto”.

Caratteri anche in stampatello, nella variazione grafica ad evoluzione di quest’ultimo messaggio, scritto di proprio pugno a pennarello bianco, sullo sfondo color verde del pannello di base utilizzato come lavagna di uno spazio convertito alla bisogna, mentre altre frasi pare si diluiscano in un comporsi più frammentato e correlato all’evenienza di un caso, comunque sempre esposto ai quattro venti, essendo all’aperto e sottoposto al rovescio degli elementi che, comunque, pare che non vadano troppo ad incidere nel deperimento di tali sintomatici orientamenti, verso lo sperimentare investiture amorose che, in un’altra traccia, acquisicono un indistinto sentore, nel formularsi secondo una poetica condivisione: “Sai perché i miei occhi sono così belli? Perché c’è il tuo riflesso dentro”.

In queste versioni sviluppate sul tema, non latitano altre più succinte, ma efficaci dichiarazioni, fuoriscite da quel panorama affettivo, per cui si è ritenuto di affidare all’ossatura di questa struttura il riferire anche “Davide sei la mia vita”.

Sembrano piovere dalle più disparate vie del sentire, costellate dalle innumerevoli variabili per altrettante invettive, le dettagliate puntualizzazioni che si prestano al manifestare un proprio commento, a margine di frequentazioni interpersonali, ma anche di possibili indugi solitari, che, sul posto, paiono inebriarsi anche di altre passioni, come, visto pure che si è in un capoluogo fra l’altro contraddistinto da una datata tradizione calcistica, l’aver reputato utile ed opportuno rivendicare, di fatto, questo statico corredo del parco associandolo alla scritta espressa nei termini di “Curva Nord Brescia”.

L’infanzia, a cui questa installazione d’intrattenimento diffusamente giocoso è destinata, pare non far caso, attraverso i suoi mentori oltremodo spensierati, a queste scritte che, per grafie differenti, personalizzano un quantitativo ingente di impronte lessicali che esponenti delle generazioni più avanti, rispetto a questi, negli anni, hanno vergato su un palo, piuttosto che su un pannello, su una trave, a sua volta differita da un gradino o dal punto di snodo di corde, per il passaggio su un camminamento avventuroso, fino a ricomporsi il tutto, nel più classico ed innocuo scivolo di scorrimento, attraverso cui passare velocemente da un piano all’altro, fino alla linea di battuta esterna a questo castello dal sapore irreale, ma non irrazionale.

Forse, in virtù di questa fantasia, architettonicamente progettata per librarsi in fascinazioni di gioco da svilupparsi in sicurezza, ma senza preconcetti, innanzi a quella spontaneità che vi si può cimentare in ideazioni avvolgenti, l’intenzione delle scritte è quella di corrispondervi la disarmante individuazione di una zona neutra, di un porto franco a cui associare, più che la dimensione onirica del gioco, lo spazio per confessare l’inconfessabile o per declamare l’incontenibile motivo di una condivisione da sdoganare sulle possibili rotte altrui, qui di passaggio nella preponderanza di sollecitudini distratte, rispetto alla presumibile volontà degli autori di strofe libere e svagate al punto da andare anche a scrivere, nella pesca di accenti celati, entro identità recondite su ritmi massificati, che “Anonimo è stato qui”.