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Armenia, agosto 2013, – Gli armeni hanno tutti grandi occhi, scrive Stefan Zweig nei “Quaranta giorni sul Mussa Dagh”, il romanzo che forse più di ogni altro ricostruisce il dramma del genocidio del 1915.

Grandi occhi spalancati sulle atrocità cui la loro gente ha assistito e che non si possono dimenticare. Occhi grandi, scuri e profondi mi guardano curiosi nell’aereo che mi sta portando a Erevan, quasi cinque ore di volo sull’Europa, il Mar Nero, fino alle pendici del Caucaso. Donne, uomini, bambini di ogni età, ragazzini con l’iPad, ragazze pensierose che parlano una lingua senza tempo, densa di storia millenaria, spesso inselvatichita da accenti e parole siriane e libanesi.

Gli armeni che sono rimasti la chiamano “west armenia”. Chi la parla capisce i fratelli del Caucaso ma non sempre sa leggere e scrivere l’antico idioma. Una lingua, almeno per me, con suoni mai uditi, impossibile da decifrare. Decine di occhi spalancati sotto ciglie nere e lunghe, affusolate e lucenti.

I-quaranta-giorni-del-Mussa-Dagh-“Siamo tutti cugini”, mi sussurra in inglese la mia vicina di posto. “Veniamo da tutto il mondo e ogni quattro anni ci ritroviamo in Armenia. Per ricongiungerci alle nostre radici”. Saranno almeno une trentina questi cugini che attraversano di continuo l’aereo per baciarsi, parlarsi, abbracciarsi, ricordare, ridere. Cugini settantenni, come Pedro di San Paolo del Brasile, che non riesce a nascondere la gioia del ritorno.

A Erevan ci è venuto con un cugino che divide l’esilio brasiliano. La moglie, che di cognome fa un venetissimo Battiston, l’ha lasciata a casa. La mia vicina di posto, che avrà la mia età e che è molto silenziosa e timida, mi racconta che da tre anni vive in Canada, ma ha ancora il passaporto libanese. La famiglia del nonno è fuggita alla folle determinazione e pianificazione dei Turchi per sterminare la popolazione armena. Viveva in un villaggio del Caucaso il nonno.

La sua famiglia, per generazioni, aveva visto la spartizione dell’Armenia fra turchi e persiani, poi, nel 1828, l’arrivo dei russi e nei primi anni del Novecento quell’impero ottomano che condusse una silenziosa e atroce guerra contro il suo popolo. Scappò con moglie e figli.Portandosi dietro quel poco che aveva. Lasciandosi alle spalle i terreni rocciosi, i prati di orchidee, i magnifici tappeti, lo stupore biblico dell’Ararat.

Riuscì a sconfinare in Siria, a trasferirsi quasi in salvo ad Aleppo. E da qui, finalmente in Libano. Assieme ad altri fortunati. La diaspora armena si ricompone su questo aereo allegro. Pedro canta. I bambini corrono inseguiti dalle mamme e dalle hostess (le turbolenze sopra il Mar Nero sono un po’ ansiogene). La mia vicina sospira. Ogni ritorno in questo paese dove non è nata ma dove il passato pesa come un macigno, è sempre struggente.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

1 commento

  1. Storia interessante! In Medio Oriente sfortunatamente sono stata soltanto una volta. Mi ricordo che ho amato follemente il mio viaggio in Siria, in particolare i paesaggi, per non parlare della bellezza dei tappeti artigianali.

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