L’Adda, segnando il confine dei due Stati, fu spesse volte teatro di avvenimenti guerreschi che, per forza di cose, ebbero ripercussioni sul Po, rendendo necessarie nelle città rivierasche, stazioni navali e munimenti militari”.

La sintesi di questa asserzione è contestuale ad un approfondimento di stampa che, con il titolo “Navigazione e battaglie navali sul Po”, il mensile “Cremona” aveva pubblicato nell’edizione dell’aprile 1929. Anche alla luce di questo studio, come pure nel merito di altre tracce e documenti, pare che varie vicende militari, nelle loro cruente dinamiche conflittuali, abbiano avuto pieno compimento anche in seno a specifici contesti fluviali.

Vie di comunicazione, spazi strategici dimensionati sulla massa d’acqua dove una serie di effettivi scontri armati avevano interpretato la sfida che la natura dei luoghi asserviva al prevalere di una contesa arrivata fin sui fiumi a straripare quella guerra alla quale sembrava che la terra non potesse, da sola, bastare.

Tutto questo fino al sempre più affermato limite spartiacque che l’andare del tempo avrebbe raggiunto, nei mutati avvicendamenti di un riassetto globale, rispetto a questo scenario bellico congedatosi, alla fine, dai fiumi, sguarnendo di battaglie la loro stessa storia nella quale, dell’uomo, restano documentate le vicende di quel diverso operare che, Saverio Pollaroli, specifica, nel suo scritto accennato, argomentando l’assestarsi dell’ultima fase di una pacifica navigazione, quale tratta percorribile in alternativa alla rete stradale a disposizione, per fino agli utilizzi di tale comprensorio per l’energia idrica e per le tuttora invalse opere laboriose di canalizzazione, per meglio poter irrigare: “(…) la funzione militare dei nostri fiumi si può ritenere cessata nella seconda metà del Cinquecento quando i progressi dell’arte militare e più ancora la cresciuta potenza dell’artiglieria tolsero ai navigli fluviali ogni importanza come arnesi di guerra”.

Nave_guerraLe date particolarmente significative del diverso fenomeno manifestatosi nel fare, dei fiumi, bracci di mare, sui quali poter misurare la tattica e la forza di una scommessa militare, vanno quindi cercate prima, rispetto all’uscita di scena di tali metodi, affidati ai giorni nel corso dei quali il loro investimento era giustificato da quel margine di convenienza sulla quale poter concretamente disputare.

Eventi che hanno contrassegnato certi aspetti caratteristici di quelle epoche nelle quali l’area di diffusione del mensile accennato si prestava ad essere il pertinente insieme geografico di quanto poteva esservi, in tal senso, effettivamente appurato.

Battaglie fluviali, oltre che in altre località, anche in prossimità di Cremona, sul grande fiume Po, tra una sponda e l’altra di selve frondose e di anse paludose, verso le quali la terra degrada le vaste pianure coltive lungo le quali l’orizzonte sembra mostrare una rettilineità aperta simile a quella che è aleggiante sulle profondità marine, senza alcun lontano monolite, posto a limitare, con un frastagliato paravento montano, lo sguardo sulle loro stesse prospettive.

Un esempio di tali vicende belliche, pare sia attestato all’interno del Palazzo Ducale di Venezia, con l’esibizione, fra gli allestimenti pittorici ivi presenti, dell’opera di Jacopo Palma, denominata “Vittoria navale sul Po dei Veneziani”, ispirata ad un avvenimento evocato nell’articolo menzionato, attraverso un esplicito riferimento espressamente precisato: “(…) Nel 1427 i Veneziani gelosi della potenza del Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, con 46 galere sul Po e milizia di terra minacciano Cremona e i viscontei. Francesco Bembo, ammiraglio della Repubblica Veneta giunto sul Po avanti Cremona, rompe la flotta ducale, incendia il ponte e passa oltre; risalendo il fiume s’impadronisce di Castelnuovo e per la foce dell’Adda prosegue giungendo a Pizzighettone che prende d’assalto e di cui si impossessa. Ridiscendendo poi il fiume, giunge sotto Pavia, ne incendia i mulini sul Ticino, costringendo il Duca alla pace”.

Questa battaglia si contestualizza nelle lotte fra i potentati che si contendevano i territori lombardi bagnati dai fiumi Po ed Adda, sui quali capitava si trasferisse parte del conflitto, corrispondente a tale contrapposizione strisciante, rappresentando, per alcuni aspetti, un anticipo, nel caso citato, rispetto ad analoghi eventi susseguenti: “Nel giugno del 1431 l’armata dei Veneziani venne sconfitta a sua volta da Francesco Sforza e da Niccolò Piccinino, ambedue capitani di Filippo Maria Visconti. Questo fatto d’arme avvenne sul Po poco lontano da Cremona in cui i Veneziani perdettero 8mila soldati oltre numerosi prigionieri, 35 galeoni e galeoncelli con molte artiglierie e numerosi stendardi ed insegne, compreso il gonfalone di San Marco, i quali per molto tempo ornarono le volte del Duomo di Cremona, trofei eloquenti di una volontà vittoriosa”.

vogatoreCronache che, fra l’altro, emergono pure dal più recente studio di Carlo Alberto Brignoli, pubblicato dalla Mursia con il titolo “Guerre fluviali – Le lotte fra Venezia e Milano nel XV secolo”, integrandosi, nell’esaminato periodico cremonese della fine degli anni Venti, con altre mattanze analogamente citate: “Un’altra rotta sul Po subirono i Veneziani nell’anno 1439 dall’armata Viscontea, al comando del Cap. Gen. Biagio Assareti nel quale fatto d’arme, s’acquistò fama di valoroso, Burlaccio Cremonese suo luogotenente. Perdettero i Veneziani 36 navi tra galeoni, ganzerre e fuste, molte artiglierie. Stava pertanto a cuore ai Veneziani la conquista di Cremona al quale effetto il 15 giugno 1447 si portarono con una potente flotta sul Po per rendersi padroni del ponte di barche che era sul fiume di fronte alla città, calcolando molto sull’assenza di Francesco Sforza. Bianca Maria sua consorte, donna d’animo virile, si pose armata a capo delle poche milizie, sostenendo coraggiosamente l’assalto nemico, finchè accorrendo da Pizzighettone, il Capitano Rogherio Galla, colla sua compagnia, i Veneziani furono interamente sconfitti”.

Da quella che pare fosse la principale stazione navale del Ducato di Milano, situata a Pavia, le flotte, protagoniste delle periodiche contingenze belliche nelle terre fra i fiumi, si componevano di mezzi maggiori, come galeoni o galere, e di, rispetto a questi, natanti via via più piccoli e di altra funzione complementare, nella fattispecie di “galeoncelli, redeguardi, ganzerre e di navi con ponte e piatte, di navette, di burchielli e di fuste”.

Un diverso tipo di imponente imbarcazione, anch’essa corsa sulle acque dolci similmente interessate alle annose schermaglie fra Stati conterranei, sembra sia stata quella, invece, utilizzata per scopi diversi, rispetto a quelli militari, pure imponendosi nelle sue dimensioni esponenziali, utili per il viaggio speso fra località fluviali, in un ruolo che concorre oggi ad evocare immagini perdute, a suo tempo concretizzatisi lungo estemporanei scorci naturali e rimaste nei resoconti storici, quale tracce evanescenti, riposte in memorie di nicchia, prossime a possibili ricostruzioni di contesti immaginari: “Le imbarcazioni che servivano per questi viaggi di personaggi di casta erano di una costruzione speciale e non avevano alcun carattere guerresco: navi coperte che che contenevano tutte le comodità possibili, erano chiamate col nome di burchielli e, più comunemente, bucentori. I duchi di Milano ne usavano continuamente per i loro viaggi ad Abbiategrasso, Vigevano, Pavia, percorrendo i canali: Francesco II Sforza che, nell’agosto del 1524, nell’infierire della peste, si era recato a Pizzighettone, alla notizia della calata dei francesi se ne partì tosto nell’ottobre, per la linea fluviale dell’Adda e del Po, riparandosi a Cremona, accompagnato dall’ambasciatore veneto Venier, il quale nella sua relazione alla Serenissima, si lamentava di essersi imbarcato col Duca “in un bucentoro tuto pieno de busi che lasavano passar un fredo can et cusì questa matina eramo zunti lì in Cremona, senza serar oci”.