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All’inizio dell’estate del 2004 stavo attraversando mezza Europa a piedi, seguivo le orme di un antico cammino, vecchio di mille anni, che al tempo collegava l’abbazia di Leno all’abbazia di Niederaltaich, sulle sponde del Danubio (il viaggio di Richerio). Mi trascinavo il mio sacco sopra un buffo carrello, ogni sera scrivevo un racconto sul diario; questo racconto mi è costato molta più fatica dei miei mille chilometri a piedi.FileC001

 Ho fatto fatica

Ho fatto fatica ad arrivare, fatica perché il traffico avvicinandosi a Monaco si è fatto intenso, fatica per aver sbagliato un paio di volte strada, fatica perché ho allungato il cammino abbandonando la valle dell’Isar, la via del sale che entra direttamente nel cuore della città. Ho fatto fatica a entrare nel campo di concentramento di Dachau, fatica per la sua terribile e inquietante attualità, fatica perché in questo luogo simbolo, buco nero nella storia della coscienza dell’uomo, è nascosta la parte più buia, scura e incomprensibile dell’animo umano.dachau2

C’è il filo spinato all’ingresso di Dachau, il filo spinato circonda ancora il lager, un brivido di freddo mi invade e mi viene la pelle d’oca a pensare che quel filo spinato l’ho visto alcuni giorni fa in televisione. Circonda e divide ancora gli  uomini nelle ultime stupide guerre, l’ho visto nei reportage, il filo spinato circonda  più di cinquanta guerre sparse per il mondo, quelle non di moda, che non fanno audience, ma fanno lo stesso vittime per lo più innocenti, per lo più bambini.

Mi siedo a meditare 

Ero seduto sui banchi di scuola, ragazzino con la voglia di diventare grande, in quegli anni quando la ventata del ’68 aveva dato uno scrollone alla bigotta era conservatrice. Eravamo tutti convinti, anche noi ragazzi, che avremmo costruito un mondo migliore, volevamo mettere dei fiori nei nostri cannoni, lo speravamo e ci credevamo tutti. Se penso ad allora ricordo bene quella fotografia sul libro di storia che ritraeva un bambino  con le mani alzate, portava un buffo cappello schiacciato sulla testa e un lungo cappotto logoro, forse ereditato da qualche fratello o parente, per ripararsi dal freddo nel gelido ghetto di Varsavia. Ricordo il suo volto, non c’era paura nei suoi occhi nemmeno sgomento o terrore, solo una muta domanda, il perché ciò stava succedendo… Non l’ha mai avuta una risposta quella piccola anima, l’interrogativo se l’è portato con sé uscendo col fumo da un camino di Auschwitz .dac1

Non sono passate che due generazioni quando nel 1994 Sebastiao Salgado, uno dei più grandi fotografi del mondo, scatta la stessa foto allo stesso bambino che fissa incredulo l’obbiettivo della macchina fotografica, una  fredda sera in un campo della Croazia con un treno che corre per chissà quale destino. Sembrano gli stessi occhi che si chiedono perché, perché la guerra …salgado

L’ avevamo promesso a noi stessi  in quei tempi da figli dei fiori, non sarebbe accaduto mai più, mai più che il cuore innocente di un solo bambino pagasse per il furore della belva umana .

Non sono passate che due generazioni, ho rivisto il terrore sul viso d’un bambino, l’ho impresso nella macchina fotografica all’ospedale di Emergency a Kabul in Afghanistan, sembra la stessa foto allo stesso bambino che fissa il vuoto, il terrore senza speranza. Sembrano gli stessi occhi che si chiedono perché, perché la guerra!IMG_4077

Non siamo stati capaci di pretendere un mondo migliore e ora, dopo il confine del 2000, il fumo nero e sporco di nuovi Auschwitz sporca le nostre vite pulite. Migliaia di bambine e bambini pagano oggi il nostro benessere esagerato con le loro vite innocenti sacrificate sull’ara del dio denaro. Sono nel sud del mondo i nuovi Dachau, sono milioni i morti per fame, lavoro minorile in condizioni disumane, violenza sessuale e malattie ogni anno in Africa, sulle Ande, in Asia. Escono dai nuovi  camini di Auschwitz gli atroci genocidi del Tibet, della ex Jugoslavia, del Centroamerica, dell’Africa.File0006

 “Ancora tuona il cannone e ancora non è contento di sangue  la bestia umana” cantava e purtroppo canta ancora oggi la  canzone. I  bambini non hanno colpa, i bambini non nascono ebrei, musulmani, cattolici, buddisti, i bambini non sono né di destra né di sinistra, i bambini nascono e hanno diritto alla vita.

S’è rannuvolato di nubi nere il cielo sopra di me, quasi un presagio mi prende l’animo “Sarai ancora tu piccolo bambino, simbolo del ghetto di Varsavia, sarà ancora la tua vita innocente a dissolversi nel vergognoso fumo dei camini dei nuovi Auschwitz ?”

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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