«Ricordo mio patrigno battermi con cavi elettrici, ganci, attrezzi in legno: quel genere di cose. Mi diceva allora: “Soffro più di te. Lo faccio perché ti amo”. Mi comunicò un’idea sbagliata di cosa fosse l’amore. Per molti anni ho creduto che amore significasse far male. E feci del male a coloro che amavo. E misuravo l’amore da quanto dolore l’altro poteva sopportare da me. Fu così fino a quando arrivai in prigione, in un ambiente privo d’amore, e ho cominciato a comprendere. Ho incontrato qualcuno. Lei mi ha insegnato cosa fosse l’amore. Lei ha guardato oltre la mia storia. Una storia tremenda. Di detenzione, per la peggiore delle ragioni. Omicidio di una donna e sua figlia. Era Agnes, madre e nonna di Patricia e Chris, che avevo uccise. Aveva tutte le ragioni per odiarmi, ma non lo fece».

«Io, per quanto mi riguarda, quando ho cominciato ad assemblare veicoli, ho cominciato dai pedali. Per montarli dovevo spostare questi pedali, pezzi che pesano cinque chili, non è troppo per un tipo sportivo, può anche andare, ma… a dire il vero quei pedali bisogna farli passare da sopra, dall’alto della vettura, in quella fase la vettura non ha ancora la cappotta, quindi bisogna che ci si passi sopra, sopra e con lo stomaco che gratta contro il veicolo, arrivare a spostare i pedali dentro l’abitacolo. E’ un lavoro di schiena, è tutto lavoro per la schiena. In più le parti non sempre sono facili da montare, perciò forziamo, spingiamo, cerchiamo l’incastro buono. E quindi giù, giù di schiena, e il sudore ti scende sulla faccia. Alzi la testa e ti accorgi di essere in ritardo, devi sbrigarti, più in fretta. Hai l’impressione che la catena vada molto più veloce dei tuoi pensieri. Arriva qualcuno: “Vai più veloce. Sei fuori tempo. Accelera, stai rallentando gli altri. Più veloce, non va bene così cazzo!”. E questo per tutta una notte, perché io arrivo di notte alla fabbrica, io ci lavoro la notte in fabbrica».

«Sono in prigione per avere abortito. Non avrei potuto continuare i miei studi, vivevo in collegio e non volevo lasciare i miei studi. Avrei smesso troppo a lungo: la gravidanza, il parto, l’allattamento. Non lo presi nemmeno in considerazione. Decisi di abortire. Quel che mi dà sollievo, oggi, è che domani uscirò di prigione. Riprenderò una vita normale. Farò ciò che non ho potuto fare durante la detenzione. Continuerò i miei studi, lavorerò. Forse un giorno avrò un figlio. Sarò una persona qualunque, come le altre».

Le vicende, tradotte e sintetizzate, sono alcune tra quelle delle persone che partecipano al racconto di Human, lavoro di Yann Arthus-Bertrand, fotografo, che ha coinvolto oltre duemila persone in sessantacinque paesi diversi.

L’esigenza da cui nasce quest’opera è quella di sovrapporre la dimensione ampia della storia, la sua universalità, e l’unicità di ogni vissuto che vi partecipa e la compone. Le riprese aeree del pianeta si alternano a primi piani di persone che – rispondendo a domande di carattere generale: cosa sia l’amore, la violenza, la ricchezza, ecc. – ripercorrono e condividono momenti delle proprie vite.

“Human” Yann Arthus-Bertrand sarà proiettato martedì 1° marzo alle 18.00  e mercoledì 2 alle ore 18.00 e 21.00 presso il Cinema Mignon di Mantova.