Come erano i bresciani nel ‘600? Erano “di buon ingegno e si affaticano volentieri. (..)”. Parole del viaggiatore olandese Luca di Linda, autore, con il marchese Maiolino Bisaccioni, dell’opera monumentale intitolata “Le relationi et descrittioni universali et particolari del Mondo” del 1674, dedicata al “sig. Francesco Maria Pedori” di Bologna.

Di “lingua assai rozza, come ancora li Bergamaschi”, i bresciani, descritti in questa ambiziosa pubblicazione, evidentemente ispirata a pronunciarsi su argomenti circostanziati nell’ambito delle più disparate geografie osservate, si presentavano, pure, come “inclinatissimi alle armi, gl’ingegni loro sono sottili, e sono grati alli benefattori, le donne sono grandemente intente alla parsimonia, e sono di bellezza assai gentile, hanno gran libertà di parlare, gli uomini attendono al coltivare de campi, alla fabbrica de panni, a fabbricar armi e saperle maneggiare e far mercanzia”.

La nota tradizione armiera, pure sopravvivente nelle altrettanto conclamate attività di questo settore, da secoli qualificativamente promosso in un acquisito mercato pure alimentato da una ricercata produzione, ha, in queste pagine, l’annotazione che “E’ così ripieno questo Paese d’armi d’ogni forte, che niun’altro luogo d’Italia ne ha la centesima parte. In Gardone solo, in caso di bisogno, si possono fare 200 archibugi ogni dì, nella Città di Brescia sono più di 200 botteghe aperte, nelle quali fanno d’ogni sorte di armi. Il Castello di Brescia ha grandissima quantità di artellaria, in maniera che può quasi dirsi un altro Arsenale della Repubblica. Si annoverano in Bresciana 700 in 800 mila persone e, di Brescia medesima, dicesi che vi sono 12mila uomini valorosi per maneggiar l’armi, il restante poi del Popolo, è di 36mila, il Castello è insuperabile per il sito, e per la fortezza propria; nella Città stanno sempre di presidio almeno quattro compagnie di 60 fanti per ciascheduna, oltre a 300 moschettieri scelti, nel Castello sono sempre due Compagnie di presidio, sono poi nel Territorio altre Fortezze e Castelli ben custoditi, delle quali una è la Piazza degl’Orci Novi, ch’è delle migliori non solo dello Stato ma d’Italia”.

In mezzo a questo virile risalto marziale, impresso ad una esplicita incidenza attribuita ad una rilevanza territoriale, un altro interessante appunto, quasi fosse rilevabile in una presunta coerenza sia a questo contesto di pertinenza, che in linea con un certo qual andazzo di tendenza, cioè perpetuandosi in una serie di aspetti simili a ciò che, forse, appare ancor oggi in una sua qual percepita consistenza, castiga quella misura di sensibilità culturale che pareva all’autore di poter andare qui ad affermare che “(…) la nobiltà della quale abbonda quella celebre città, molto più cura una spada e un archibugio che un Aristotile e un Bartolo: il Cavalier Bresciano è di grand’animo, e splendido, e perché è ricco molto, spende moltissimo in alimentar gente di bravura e in vestire superbissimo, l’inimicizie tra loro sono rare, ma fiere, e durabili, perché godono delle vendette attroci; amano li stranieri e tanto più se spiritosi, e dove l’occasione non porge loro di potersi insanguinare negl’inimici, spargono con diletto il sangue delle fiere professandosi cacciatori. (…)”.

Oltre alla caccia, anch’essa traccia costante nella tradizione omogeneamente diffusa nella locale frequentazione venatoria delle zone bresciane, notevole motivo di occupazione pare che, in quel tempo, risultasse la laboriosità manufatturiera, accennata nel precisare che “(..) Si fabbricano in quella Città e Terre molta quantità di panni di lana, e panni di lini, de quali hanno tanta copia che ne mandano fuori più di 50mila libre l’anno. (…)”.

In una visione sommaria, frutto dell’impressione derivata da una considerazione di massima, condensata per descrivere il medesimo luogo, non si mancava di sottolineare “(…) merci, acciaio, carta e molti instrumenti di ferro, cose tutte, che rendono la Città et il Territorio abbondante di danaro. (…)”.

Quest’insieme frammentario di note di viaggio era sviluppato nell’orbita geografica di un già tratteggiato e riconosciuto contesto italiano, nonostante l’allora suddivisione del Belpaese in tante distinte e separate bandiere, offrendo, a questa veduta d’insieme, la possibile sintesi di una definizione storiografica, comunque, propria di ciò che ne detiene i primordi della sua più remota individuazione, verso la quale ancora si conviene che: “Fu, questa regione chiamata con vari nomi, dicevasi Saturnia, da Saturno, che standosi nascosto la disse Lazio, è ancora stata detta Oenotria, prendendo una parte per il tutto, essendo gli Enotri quelli del Regno di Napoli, che abitano tra il Golfo di Salerno e Taranto; fu anche chiamata Ausonia per la medesima ragione, poiché gli Ausoni sono quelli che abitano tra Capua e Benevento ch’è la Terra di lavoro e fu detta ancora Hesperia dalli Greci perchè ella è, rispetto alla Grecia, all’Occidente, e per la medesima causa noi chiamiamo Hesperia la Spagna, che è a noi Occidentale. E’ chiamata Italia dal Re Italo, ovvero derivandole il nome dalli Buoi delli quali abbonda, perché Italos in greco significa bue. (…)”.