Tempo di lettura: 6 minuti

Brescia – Nell’estate del 1953 la zona di Manerbio pare fosse infestata da quei briganti che assaltavano cascine o aggredivano sprovveduti passanti, fra i crocicchi delle strade alberate dei campi.

Fra questi un tal “Risolù” di cui il “Giornale di Brescia” di sabato 11 luglio 1953 riferiva fosse ricercato nel contesto delle indagini in corso da parte dei Carabinieri di tale località della bassa bresciana e del nucleo investigativo di Chiari.

L’azione dei tutori dell’ordine aveva già fatto perdere gli artigli al sodalizio dei fuorilegge, ma questo personaggio era ancora latitante, in modo che “a fianco all’estenuante lavoro di ricerca, corrono le indagini di identificazione del terzo uomo, del “Risolù”. Il soprannome, è tutto quanto si sa di lui. Il suo volto resta nell’ombra ed i contorni della faccia sfumano nella nebbia dell’incertezza. Forse, i suoi tratti fantomatici, sono coronati da una chioma ricciuta, da una selva di capelli oscuri, che non riescono ad illuminare con un’indicazione precisa il suo volto di brigante anonimo, rapinatore e sparatore. Fu il Risolù a proporre la rapina del Rigamonti, come distrazione di una caccia pesante e non fruttuosa. Fu lui a sparare, quasi a bruciapelo, con assoluta, cinica fredda decisione e brutalità all’anziano Bulgari”.

I fatti, inclusi nel dettaglio descrittivo esposto in particolar riferimento al fantomatico incursore di alcune azioni ladresche, sono elementi per comporre le varie tessere di un mosaico in cui scaturisce pure la rappresentazione di quella cittadina della pianura bresciana, colta marginalmente in un aspetto a spaccato di quei giorni.

In buona sostanza, alla delinquenza comune dal rudimentale abbordaggio e dai metodi spicci di un essenziale arrembaggio, quel periodo coniugava il furto di polli, attraverso razzie fra sperduti cascinali, e la latitante deriva fra i recessi agresti del territorio di esigue bande di manovali di un’arte dell’arrangiarsi, legata alla precarietà avventurosa di un vivere alla giornata ed allo sbando di una peregrinante propensione affidata alla vaga ispirazione di una regia improvvisata.

A quel breve ritratto, attribuito dal “Giornale di Brescia” di venerdì 10 luglio 1953 ad uno dei protagonisti di questi itineranti e reiterati reati, è indirettamente confacente l’emblematica espressione di una certa condotta di vita, ravvisata nella peculiare caratterizzazione di una personalità che, ad un’ultima sintesi, si rivelava comunque sfuggente ed, in parte, reticente: “Lo Speranza, giovane di età – è nato il 5 maggio 1935 – fa parte di quella gioventù sbandata e perduta, avviata sulla strada del delinquere. L’interrogatorio dello Speranza condotto senza tregua, lo aveva visto dibattersi nelle maglie delle contraddizioni, delle risposta sfasate e sfuocate e poi crollare, sotto l’incalzare delle domande. Lo Speranza ammise di essere autore di vari furtarelli (gli piacciono in particolare del galline) avvenuti nelle zone di Milzanello, San Gervasio e Porzano e di avere rapinato, assieme al Sandrini, l’agricoltore Rigamonti. Ammise che con loro c’era anche un non meglio identificato “Risolù”, terzo uomo della rapina, con il quale si era casualmente incontrato la notte del 23, mentre si avviava, assieme al ricercato Angelo Sandrini, verso Manerbio, in cerca di pollai da saccheggiare”.

Non trovando pollai “facili”, complice anche l’abbaiare puntuale dei cani, come assodato e rudimentale antifurto ante litteram, il terzetto di campagna si risolve in quel caso di rifarsi sul “primo viandante incontrato sul tragitto. Il Rigamonti era incappato nella insidia e ci aveva rimesso 10000 lire ed altri oggettini di poco valore”.

Dopo questa rapina, avvenuta intorno alla mezzanotte del 23 giugno 1953, è ancora nell’ora del passaggio formale fra due giornate contigue, incontratesi nel naturale avvicendamento consegnato all’abbraccio notturno, in cui pare sia avvenuta un’altra ed analoga deplorevole impresa, capitata il due luglio seguente, nel trarre dalle tenebre dei campi di quell’estate impicciata dall’impudenza di ladri esuberanti, la disavventura di un altro solitario passante che, in prossimità del leggendario orario dei fantasmi, aveva assegnato il ritorno alla propria dimora: “Verso le 23,30 del 2 luglio il salariato agricolo G. Battista Bulgari di anni 52 ritornava a casa, alla cascina Campastrina. Andava in bicicletta, quando, a poca distanza da Manerbio, sulla strada diretta a Porzano, ebbe ad incrociare due ciclisti che provenivano in senso inverso dal suo. Al momento dell’incrocio i due figuri intimano in italiano l’alt al Bulgari. I rapinatori del Rigamonti avevano parlato in con lui in bresciano, quelli del salariato, usano la lingua. Uno dei figuri allunga le mani verso la tasca posteriore dei pantaloni del Bulgari e questi, naturale reazione o perché pensava ad uno scherzo, reagisce con una manata. La risposta del malvivente è pronta, parte un colpo di pistola che colpisce, fortunatamente senza conseguenze, il Bulgari, nella regione occipitale. Il Bulgari, ferito fugge, raggiunge la sua abitazione, si fa sommariamente medicare ed i due delinquenti sfumano nella notte”.

L’eloquio, usato dai protagonisti della nottambula aggressione, ha avuto rilevanza per le cronache del tempo al fine di riuscire a stabilire la paternità dei diversi crimini succedutesi nel territorio dove pure era emersa dalla coltre della paura e della sofferenza patita la vicenda delittuosa perpetrata ai danni di “Lorenza Antonini in Scaglia” che, nella cascina Gavrine di Manerbio, dove abitava era stata immobilizzata con cordicelle e derubata dei magri valori personali e domestici, secondo un copione che pare abbia avuto come antefatto quanto scritto nella ricostruzione dello stesso fatto da parte dell’edizione del “Giornale di Brescia” di venerdì 10 luglio 1953: “Le Gavrine sono prossime a Manerbio, vicino alla strada per Cremona, ed i delinquenti erano a piedi. Verso le 9,15 passano dal distributore di benzina, sito appena fuori dal paese, verso sud. Sono di statura media, vestono di scuro, hanno in capo dei berrettini marrone da ciclista. Portano camiciole a disegni ed, interessante, uno di essi è fornito di valigia Quella nella quale raccoglieranno la refurtiva. Alle 9,30 battono alle porte delle Gavrine. In cortile, ci sono i ragazzi, ed una piccola figlia della Scaglia. Vedono i due banditi applicarsi la maschera. I ragazzi non fanno caso a questo particolare e proseguono nei loro giochi”.

Tra le cose derubate alla donna, due lenzuola, un salame casalingo ed otto insaccati, mentre per quanto riguardava uno dei rapinatori, allora ancora ricercati, si specificava, nella notizia apparsa sul quotidiano riguardo l’accennata rapina dell’8 luglio precedente che “Con il Sandrini, pregiudicato e condannato contro la proprietà ci sarebbero anche la moglie e due figlioletti. Tutta una famiglia gettata allo sbaraglio ed in essa degli innocenti”.

L’interrogativo che non era ancora stato soddisfatto dallo sviluppo delle indagini avviate e dall’interrogatorio del giovane Giuseppe Speranza, tratto in arresto dall’Arma di Manerbio, rimaneva ancora nei termini di quale identità si celasse dietro il personaggio soprannominato il “Risolù”, mentre per l’altro componente del gruppo, Angelo Sandrini, il “Giornale di Brescia” di sabato 11 luglio 1953 metteva in evidenza che “il bandito trascina la famiglia in una triste, ossessionante vita randagia, tessuta di miserie e di azioni contro legge. E’ quasi certo che con la coppia, siano due piccoli di cinque anni circa e di un anno e mezzo. Issati sulle biciclette dei genitori, i due infelici bambini condividono, con padre e madre, stenti, intemperie e la mala ventura. Uno dei piccoli, quello di cinque anni, pare malato gravemente. Le sofferenze rodono la fibra infantile. Il pianto dei due infelici, le pene dei due esseri segnano le tristi gesta del padre. Dicono che il Sandrini sia tubercolotico. E’ senza fissa dimora. Scarica il fardello famigliare, qua e là nelle cascine, nei recessi agresti, e come il lupo, porta quando può il sostentamento alla famiglia. A prezzo, finora, del furto. Da qualche giorno, della rapina a mano armata”.

Il suo costituirsi, si legge, tra l’altro, nel pezzo giornalistico, avrebbe potuto ancora fargli “meritare avanti ai suoi figli e, pure nel male, un gesto degno di un padre”, mentre, nella stessa pagina del quotidiano locale, un altro diverso appello si librava da quei giorni del Secondo dopoguerra, caratterizzandosi in una dichiarazione di morte presunta, a firma dell’avvocato Odoardo Valseriati, con la quale si chiedeva che chiunque, a proposito di un tal “Lamberti Giuseppe di Francesco e di Mazzotti Teresa, nato il 21 maggio 1914, a Cologne, scomparso per cause di guerra”, ne avesse avuto notizie, era sollecitato a farle pervenire al Tribunale di Brescia, entro i sei mesi dalla pubblicazione dell’appello stesso che si sarebbe ripetuto, per il tramite dell’organo di stampa, per due volte, distanziate fra loro da dieci giorni, chissà se bastevoli a colmare la distanza dai lontani fronti bellici nei quali, in terra straniera, giovani esistenze si erano inabissate nel baratro del conflitto, lasciando alle spalle anche quei cascinali che, nelle perdute miserie della pace e di altre peggiori della guerra, sembrava attirassero, anche da quel tempo a venire, mire di espugnanti assedi furtivi, attorno alle loro dispense ed ai loro pollai.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *