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La famosa “decade” dei bresciani ha la significativa ufficialità di un’ulteriore visibilità, assicuratale nel corso di quelle prime dieci giornate che, il calendario del 2018, include ad esordio del mese d’aprile, quale tappa primaverile di un interessante appuntamento, condivisibile nella documentata memoria di un dato avvenimento, dall’importanza incontrovertibile.

L’avvenimento è conosciuto con l’espressione usata nei termini di “Dieci giornate di Brescia”, nel quale, per tale durata di tempo, intercorso dal 23 marzo 1849 al primo aprile seguente, un’ostinata insurrezione popolare, contro le forze militari dell’allora dominio austriaco, aveva fatto meritare, alla città, il titolo, uscito dalla penna del poeta Giosuè Carducci (1835–1907), di “Leonessa d’Italia”.

Da allora in poi, per altri dieci anni ancora, Brescia sarebbe rimasta, nonostante tutto, nel Lombardo Veneto, nella giurisdizione imperiale austriaca.

In tale ambito, a “Palazzo Loggia”, nella piazza omonima di Brescia, la sala “Giudici” si distingue ora come estemporanea sede istituzionale della presentazione del libro di Gianluigi Valotti, dal titolo “Brescia 1849 – I caduti delle dieci giornate”, secondo un’iniziativa editoriale, sottoscritta in questo volume illustrato dalla “Compagnia della Stampa”, che è in programma alle ore 10 di sabato 7 aprile, con la partecipazione, oltre che dell’autore, dei relatori: Giovanni Quaresmini, Valter Muchetti, Luciano Faverzani ed Eugenio Massetti, nei ruoli rispettivamente di coordinatore degli interventi, di assessore cittadino, di presidente del Comitato di Brescia dell’Istituto per la Storia del Risorgimento e di editore di quest’opera monografica che, fra l’altro, reca, in copertina, un’emblematica rappresentazione di Gabriele Bono, in ordine ad una esplicita sintesi grafica, evocativa della specifica contingenza storica che risulta analizzata mediante il ricorso ad una pertinente figurazione esplicativa.

Il lavoro di Gianluigi Valotti apporta nuovo materiale connotativo alla resa storiografica della specificità bresciana che si mostra interprete di una fattiva ripercussione collettiva, sia nel tumultuoso periodo delle epiche vicende in questione, che nella perdurante custodia di una consapevole memoria, dedicata ad un’intensa e sofferta pagina di storia cittadina.

Il fronte della ricerca indugia su quell’ultima frontiera dove l’esistenza terrena depone le spoglie mortali di un’esistenza intera: si tratta della natura propria all’estremo recesso del cosidetto “Campo Santo”.

Elenco dei soldati austriaci senza nome sepolti nel Cimitero Vantiniano di Brescia dal 1848 al 1850”, scrive, fra l’altro, Gianluigi Valotti, pure autore, in un pregresso ed analogo spettro d’azione, delle pubblicazioni denominate “Il ricordo dei Prodi bresciani e dei Caduti del 1859 nel Cimitero Vantiniano di Brescia” (2016), pubblicato per la “Sardini Editrice”, e “Il Vantiniano accoglie le spoglie delle armate europee” (2017), realizzato, invece, per la “Fondazione Negri”.

In questa linea di confine con l’aldilà, i “registri dei tumulati” hanno ispirato all’autore anche la fedele e paziente trascrizione di ciò che fa capo capillarmente al testuale “Elenco cronologico dei civili e dei soldati tumulati nel Cimitero Vantiniano dal 14 marzo 1849 al 30 maggio 1849” a cui la medesima pubblicazione rimanda, a sua volta, ad un indice alfabetico, costitutivo di una, cioè, differente forma ricognitiva della composita matrice identitaria, stigmatizzata in proposito, che, nello stesso libro, è pure sviluppata in un ordine cronologico, cadenzato fra le poco più di centoquaranta pagine del volume, correlato da immagini d’epoca e sviluppato per il coordinamento editoriale di Nicoletta Rodella.

Volume dedicato al mecenate Renzo Alborghetti, in memoria del sacerdote don Pierino Ferrari, da cui la contestuale rappresentazione in stampa dei loghi, al termine della pubblicazione stessa, che sono riconducibili al carisma di questo compianto ecclesiastico, nelle rispettive organizzazioni di “Associazioni Amici di Raphael”, “Comunità Mamrè” e “Fondazione Laudato Sì”.

A sostegno di questo lavoro, anche il “Gruppo Sentieri attrezzato Idro 95”, la “Fondazione Incontri Franco Italiani” della quale lo stesso Gianluigi Valotti è il referente locale, il “Progetto Culturale Danubio”, e pure il Comune di Brescia ed il Consolato, sia d’Austria che di quello, invece, d’Ungheria, con entrambe le loro sedi ubicate a Milano.

Il circuito storico dove si colloca questo libro è quello risorgimentale, esplorato in un personale approccio di immedesimazione culturale che, in un differente retaggio primo-ottocentesco, percepibile nell’opera foscoliana de “I sepolcri”, aveva avuto, su altro versante, un’echeggiante attenzione verso quel coincidente riferimento che è rapportato al luogo del non ritorno, in grado di poter offrire una propria lettura ad un più generale e praticato contesto d’analisi esistenziale.

Gianluigi Valotti

Nel caso del libro “Brescia 1849 – I caduti delle dieci giornate”, il campo della ricerca storica, applicato a quell’appropriato ambito sepolcrale che con la metafora poetica, sembra, però, che abbia poco a che fare, spendendosi a favore di una disamina documentaristica peculiare, ha consentito all’autore di precisare, fra altre informazioni, pure specificate nella decina di capitoli presenti nella medesima pubblicazione, che: “(…) I dati ricavati dalla ricerca, svolta all’interno del camposanto cittadino, sono i seguenti: 1015 civili e 464 militari austriaci sepolti un’unica grande fossa. A questi dati va aggiunto, infine, il risultato di una più ampia ricerca, inerente il triennio 1848 – 1850, che ha permesso di stabilire che nel cimitero monumentale bresciano, dal gennaio 1848 al dicembre 1850, furono sepolti anonimamente ben 2034 soldati austriaci”. (..)”

Altra peculiarità, anch’essa desunta fra le accennate fonti dirette esaminate, è la documentazione attinente il santo bresciano Ludovico Pavoni (1784 – 1849), defunto proprio nel periodo delle fatidiche “Dieci Giornate”, a proposito del quale Gianluigi Valotti spiega, pure, che: “(…) Il ritrovamento di documenti originali nel Comune di Rodengo Saiano e poi nel Cimitero Vantiniano di Brescia ci permette di valutare con piena certezza la sua sepoltura a Saiano il1 aprile del 1849 e la sepoltura in Vantiniano del 28 aprile del 1849. Attraverso la lettera originale, sempre nell’Archivio di Rodengo Saiano, scritta da P. Agostino Amus alla Deputazione Comunale di Saiano, emerge che sepoltura del santo non potè essere fatta subito a Brescia per calamitose circostanze”.

Circostanze, a ridosso delle quali è ancora l’ultima linea d’ombra di uno strascico terreno a testimoniare quell’incidenza storica che, in uno stretto nesso veritiero, appare proporzionabile con il commiato implicitamente ingeneratosi fra vicendevoli esistenze, stroncate dal deflagrare di un comune epilogo mortifero.

Quell’uscita di scena, a suo tempo, formalmente affidata, secondo le parole dell’autore, ai “Registri dei morti” delle nove chiese parrocchiali di Brescia: Sant’Afra, Santa Maria Assunta in Cattedrale, S. Alessandro, Santa Maria in Calchera, SS. Faustino e Giovita, S. Giovanni Evangelista, S. Agata, S. Lorenzo, SS. Nazaro e Celso, con l’aggiunta della Chiesa parrocchiale di S. Eufemia”.

Un’ultima impronta, lasciata sulla scena fuggevole di questo mondo, che storicamente resiste alla fatalità della obliante discesa in un sepolcro, in relazione alle sommarie informazioni impresse per iscritto a carico di coloro i quali, a motivo delle dolorose conseguenze delle “Dieci Giornate”, avevano preso posto nell’ultima dimora terrena.

Un’implacabile livella che, nel caso di alcuni, sembra possa comunque offrire un motivo aggiuntivo di commemorazione, come, ad esempio, nel caso del generale austriaco Johan Nugent, morto il 17 aprile 1849, a seguito di una grave ferita riportata nel corso dell’insurrezione bresciana, che ha quel cippo marmoreo, tuttora presente nel cimitero vantiniano di Brescia, pure funzionale al ribadire, nel computo precario della storia, la citazione del poeta Vincenzo Monti (1754 – 1828), espressa per volontà dei committenti anche bresciani dell’antica opera funeraria stessa, mediante la conciliazione di un messaggio che, nell’andare oltre l’appannaggio effimero della gloria, evoca, nella misteriosa dimensione di un parallelo altrove, il disarmante contatto con l’ineffabile demarcazione, raggiunta lungo la sua stessa soglia: “oltre il rogo non vive ira nemica”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

2 Commenti

  1. Giusto ricordare l’eroismo di Brescia aggiungendovi la strage fascista di piazza della Loggia. Ricordare poi la decadenza precipitosa con la Gelmini e il mostro leghista.

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