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Brescia – I residuati bellici in questo caso non erano esplosivi, ma esemplari in carne ed ossa. Creature mordaci e voraci disperse lungo gli strascichi di quell’esercito a cui prima erano aggregati come forza agguerrita.

Nel secondo dopoguerra bresciano pare che si dovesse fare i conti anche con qualcosa di diverso dal rinvenimento di depositi d’armi raccogliticce e di ordigni esplosivi disseminati fra i luoghi prima attraversati da una guerra, insinuatasi oltre la prima linea del fronte, fino ad ergersi a scontro totalizzante in un più esacerbato conflitto senza remore di confronto.

Un abbondante lustro dopo la fine della Seconda Guerra mondiale sembra che un paio di cani dalla grossa mole infestassero la zona boschiva di un alveo montuoso dell’entroterra sebino, tra Zone, Polaveno e Sale Marasino, recando danni ai greggi delle pecore ed incutendo comprensibile timore per l’aleggiante pericolo che, per questa loro presenza, si rendeva fattivo ed incombente.

Riguardo le loro fameliche fauci canine che parevano rievocare quelle dei lupi, tipiche di una remota tradizione anche locale, anticamente affermatasi nei tempi di una diffusa fauna ostile all’uomo, interveniva l’edizione del “Giornale di Brescia” di domenica 16 settembre 1951, quando, fra le notizie proposte nella pagina delle cronache bresciane, il quotidiano ne specificava, con il titolo “Strano dopoguerra alla macchia di due cani abbandonati dai tedeschi”, la corrispondente informazione, poi sviluppata da un dettagliato ed anonimo articolo scritto a riguardo.

La curiosa rivelazione di un insolito contesto predatorio riguardava quei cani che si pensava fossero stati abbandonati dai militari tedeschi in ritirata, lasciandoli in eredità improvvisata alla popolazione del luogo, già provata dalla guerra ed, al tempo stesso, ormai disabituata alla pericolosità di certi animali selvatici di tale portata dei quali la zona era stata anticamente debellata.

I due cani dei soldati della “Wehrmacht” si erano inselvatichiti a tal punto che, facendo di necessità virtù, pare avessero attinto dall’atavico istinto di sopravvivenza quell’indole adatta per la propria raminga esistenza, ormai inghiottita dalle selve irsute di zone dove la natura consentiva una rivalsa d’emancipazione da ogni disciplinata obbedienza, per favorire, del probabile addestramento ricevuto, un’opportunità d’azione invece utile ad arrangiarsi anche nella ridefinita evenienza vissuta fuori dai ranghi di un esercito di cui erano stati a contorno di complementare consistenza.

Tali animali, particolarmente utilizzati dall’uomo per certe loro spiccate attitudini innate, congeniali ad alcuni particolari riscontrabili in ambiti di guerra che negli alani, chiamati anche “cani danesi”, facevano apprezzare qualità di forza e di coraggio, unite ad agilità ed a velocità nella corsa, erano oggetto di una cronaca minuta, emersa a riflesso di quella stagione di caccia del 1951, proprio perché avevano aggredito un cacciatore, imbattutosi nelle spicce esternazioni della loro incontenibile aggressività, elevata all’ennesima potenza di una irreversibile brama di predominanza nella forza pura, assurta a legge assoluta di libertà: “Domenica scorsa il mediatore, Giovanni Gianotti da Distone di Sale Marasino, si era recato di buon’ora sui monti della Forcella, alle pendici dell’Almana. Alle prime luci “postava” le coturne ed il suo cane era poco lontano da lui. Improvvisamente sentì la sua bestiola guaire disperatamente. Accorse e si vide davanti una scena incredibile: i due cani – enormi – mezzo quintale l’uno ed una testaccia così – avevano assalito il suo setter e l’avevano già ridotto male. Il Gianotti imbracciò pronto la doppietta e la scaricò su quello vicino. Il secondo danese alla detonazione fuggì, ma la bestia ferita si slanciò contro il cacciatore che, assicura, tremò. Ma ricaricò in fretta e la seconda scarica raggiunse l’animale al petto, freddandolo”.

Alla rincorsa dell’altro cane pare che si fosse poi attivata una sorta di sollevazione popolare, rappresentata dai cacciatori del posto che, insieme ai residenti delle località limitrofe, avevano finalmente la prova provata della spiegazione di quanto il medesimo numero del “Giornale di Brescia” divulgava in notizia, ponendo la cruenta vicenda venatoria tra gli antecedenti ed inequivocabili effetti di una oscura ingerenza nella tranquilla attività di allevamento delle pecore e tra i rinvenimenti delle tracce enormi di animali di grossa taglia, fino ad allora non ancora bene identificati, ma solo congetturati.

“Così è risolto il mistero delle pecore sparite e quello delle peste gigantesche”, si è potuto scrivere, con sorvegliata misura e con sicura ispirazione, sul citato quotidiano bresciano dove l’estensore dell’articolo in questione non aveva mancato di raccogliere anche una prima e sommaria stima presunta dei danni causati dai due temibili cani da guerra, quantificandoli in una sessantina di pecore sgozzate durante il tempo della loro indotta latitanza che pare fosse stata di fatto inferta, come ultimo ricordo, dalle truppe tedesche in transito durante l’allora recente periodo bellico, nell’ultima sua fase evanescente, delle quali pure si fa chiara menzione nella ricostruzione della problematica desunta e riferita a margine dell’episodio di caccia, emblematicamente avvinto all’avvenuto agguato proditorio da parte delle furibonde belve scatenate: “Due cani da guerra hanno continuato per sei anni a far strage di pecore sui nostri monti. Abbandonate probabilmente dai tedeschi in fuga, le due bestie, giganteschi esemplari di razza danese, s’erano inselvatichite ed avevano battuto la zona montana del lago d’Iseo, compresa fra Zone, Sale Marasino e Polaveno. Di quale umore fossero diventati se ne accorsero i pastori che dagli ovini dei tre paesi accennati registravano ogni notte regolarmente la cruenta eliminazione di due – tre ovini. I due cani eran diventati di una tal mole che, recentemente, le loro peste avevano gettato vivo allarme nella zona, facendo pensare alla presenza di chissà quali animali, orsi si temeva”.

La paura, percepita fra i meandri della natura, complice delle ombre che nella vegetazione ne incupivano la virente campitura, aveva svelato, fra le boscaglie ed i dorsi prativi, quelle specifiche fattezze zoomorfe che, in una dimensione avulsa da un tempo di ritrovata pace, rinnovavano, loro malgrado, certe azioni assimilabili ad una strenua guerriglia, come reminiscenza del loro primitivo ingaggio a cui si prestavano a darne seguito con un proprio naturale istinto, ascritto ad un più essenziale ed indipendente appannaggio.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.