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A Travagliato (Brescia), pare che i dissuasori per i piccioni abbiano anche un’altra funzione, rispetto alla propria originale vocazione. Quella di trattenere certi rifiuti appallottolati, prodotti ed abbandonati, secondo la libertà presa, in tal senso, da chi ritiene di potersi avvalere di tale modo di fare.

Nel porticato, annesso alla locale chiesa parrocchiale, una serie di improvvisate sfere cartacee si trova fra gli spuntoni aguzzi di questi supporti, allestiti come repellente dei volatili, lungo i rilievi esterni allo stesso edificio religioso, in un suo circoscritto tratto perimetrale.

Dove non arrivano gli uccelli, pare che arrivi, comunque, una certa qual impronta umana. Sul cornicione, protetto dai dissuasori, al posto dei piccioni, ci sono i segni evidenti di ripetuti comportamenti osservabili a posteriori. Al cestino della nettezza urbana, situato nelle immediate vicinanze, a pochi metri, cioè, di distanza all’imbocco di via Marsala su via Roma, sembra che ci sia chi preferisce fare canestro fra gli spazi delle sottili punte di tali pertinenze.

Una dopo l’altra, queste sferiche ingerenze si assestano in quella irsuta sorta di spine che è sistemata in altezza, per fare in modo di evitare la frequentazione dei volatili, scongiurando, pure, il riversarsi della sporcizia ricorrente ai luoghi che hanno tali animali fra le abituali presenze incombenti.

Qui, a frequentare, sembra ci sia, invece, chi sistema il proprio fondo schiena su quell’improvvisata seduta di marmo che, un’interpretazione arbitraria di questa antica architettura, interpreta come panchina, sulla quale accovacciarsi in lieta compagnia.

Prodotto di tali disinvolti consessi sono anche gli effetti, spesso, lasciati pure sul pavimento, come anche sul soffitto di questo ambiente, mentre, fra le fisse punte dei rilievi sporgenti sull’alto, il numero della carta appallottolata, quale probabile residuo degli involucri della specificità mangiata, cresce d’entità, aggiungendosi in una nutrita schiera, oppure si rinnova, ogni qual volta si provvede a quella pulizia che, solitamente, non dura oltre la sera.

Il luogo non è naturalmente stato pensato per queste intemperanze. Non si tratta nemmeno di uno spazio casualmente lasciato aperto dalle immemori generazioni trascorse nella medesima località dove si esplica tale esempio di non esclusiva insensibilità, essendo materia di minimi eventi, purtroppo, riscontrabile anche altrove.

E’ un luogo ben preciso. Se non fosse sufficiente l’evidenza nel percepirlo tale e quale è, ovvero in una congiunta appartenenza con la chiesa parrocchiale della quale ne condivide l’estetica compostezza, si possono consultare i libri “Le chiese di Travagliato”, con i testi di don Mario Turla e del prof. Luciano Anelli, “La Chiesa parrocchiale di Travagliato (Ipotesi su origini ed evoluzione)” a cura di Giuseppe Bertozzi e di Pierluigi Febbrari, e, non di meno, anche il volume de “La storia di Travagliato” di Santina Corniani.

Quest’ultimo tomo, sostiene l’antichità di tale struttura, affacciata su via Roma, a lato dell’ingresso principale della chiesa stessa, ancor prima dell’edificazione dell’attuale architettura settecentesca, mentre le altre due fonti citate pare propendano per un’epoca più recente, stabilita nella prima metà dell’Ottocento, quando, non lontano da qui, prendeva forma l’ospedale di vantiniana memoria, ora, per lo più, adibito a biblioteca civica ed, in attesa, a quanto pare, di divenire polo culturale.

Nel linguaggio tecnico, questo posto, dove, scacciati i piccioni, arrivano gli interpreti di altro genere di abbruttimenti e di svolazzanti manifestazioni, si chiama “protiro”, come, appunto, con tale termine è, fra l’altro, individuato dal prof. Luciano Anelli nel libro sopra menzionato: “La Chiesa di Sant’Antonio (o dei Morti, o “cimitero” che è la denominazione che compare nei documenti più antichi) si presenta oggi con un protiro assai vasto ed imponente, che non può essere nato da solo ed isolato (come ipotizza la Corniani) e che non è del Cinquecento, ma dei primi decenni dell’Ottocento, in perfetto stile neoclassico ed archeologizzante, troppo diverso da come l’avrebbe potuto concepire a Brescia un maestro del Cinquecento. Esso, con le sue quattro colonne, il frontone triangolare e la trabeazione a metope e triglifi, si attaglia perfettamente allo stile più puro di Rodolfo Vantini, che sappiamo essere stato impegnato assai a lungo a Travagliato, non solo per il Cimitero e per l’Ospedale, ma anche per la parrocchiale. Anche il modo di costruire questo protiro, che si appoggia alla muratura del 1713 della chiesa maggiore, è impensabile come edificio isolato. Esso fu appoggiato al corpo della chiesa dei Morti, quale elemento di raccordo e di completamento in una situazione ormai resa monumentale dalla presenza di un agglomerato di edifici importanti. (…)”.

In questa implicita realtà monumentale, pervasa dalle vicine presenze degli estinti, anticamente tumulati in prossimità del luogo dove se ne serba la corrispondente destinazione in vaghe reminiscenze, il tempo pare scorra in ombre fuggevoli lungo le evidenti volumetrie di vari particolari contraddistinguenti, pure tratteggiando precarietà umane lungo il fidente strascico del sacro apparato, meglio interpretato secondo le oranti liturgie alle quali il culto devoto è assimilato.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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