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Ai fantasmi subentravano i gatti.
Anzichè leggende di apparizioni misteriose, si constatava la più abituale e, al momento, ricorrente presenza di questi animali domestici che erano osservati nella medesima famigliarità con la quale altri richiami risultano, invece, solitamente emergere dall’altrove stratificato su innumerevoli memorie, avvicendatesi in più di una generazione.

Nessuna manifestazione esorbitante da un lontano passato, ma, piuttosto, la contemporanea ambientazione di una colonia felina, alle prese con l’ordinaria gestione di un vitto e di un alloggio assicurato secondo le necessità della loro quotidianità effettiva.

Pare capitasse a Castel Sant’Angelo, già “mausoleo di Adriano”, antica ed emblematica costruzione monolitica situata a Roma, fra il Tevere e la Città del Vaticano, nel merito della quale, per altro, il complesso apostolico vi è collegato, per via di un passaggio sopraelevato che lo rende raggiungibile dall’esterno, anche grazie all’accesso con cui questo stesso stratagemma, vi consente un itinerario riservato.

Da qui era passato sia papa Borgia per fuggire dai  francesi, che papa Clemente VII, per scampare dalla furia dei lanzichenecchi, rispettivamente nel 1494 e nel 1527.

Tale caratteristica struttura difensiva, contestuale alle intense e sofferte vicissitudini della metropoli capitolina, pare che fosse alle prese con i gatti, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, al punto da farli divenire un poco famosi, nel riflesso epocale della loro altisonante ed estemporanea dimora, grazie all’esplicito contenuto di un’interrogazione parlamentare.

Nella seduta del 17 luglio 1967 si voleva far rendere conto all’allora ministro della Pubblica Istruzione del perchè “(…) un monumento dell’importanza di Castel Sant’Angelo” sia “lasciato nella più completa incuria“.

Parola dell’onorevole socialista Luciano De Pascalis (1923 – 1994) che, insieme ad altri parlamentari, tra i quali il deputato, poi senatore, democristiano bresciano, Fabiano De Zan (1923 – 2013), alle prese, stavolta, con la recepita “istituzione dell’ora legale”, nel senso calibrato al chiedere in quali modi la stessa abbia corrisposto “agli obiettivi prefissi”, teneva banco, in questo modo, nel corso di un pubblico dibattito, nell’ambito di uno dei più alti consessi isituzionali della vita democratica nazionale.

Nel generale stato di abbandono denunciato, sembrava che fosse precisato sul posto anche un insedimento delle care bestiole accennate, lasciate scorrazzare negli spazi che si riteneva fossero, al contrario, di prerogativa dei turisti in visita a Castel Sant’Angelo, come luoghi, fra amenità ed attrattive, ritenute da potersi visitare.

Nessun problema, a detta del ministro interrogato, il democristiano Luigi Gui (1914 – 2010): “(…) Le due ciotole, adibite all’alimentazione di alcuni gatti, indispensabili per limitare la eccessiva proliferazione dei ratti, vengono collocate all’aperto sui bastioni, ove si trovano alcune artigliere di epoca recente, prive di valore storico – artistico. (…)”.

I gatti pare servissero, quindi, contro i topi: ricorso antico, almeno quanto lo stesso castello, in una strategia popolare, acuta nel caratterizzare il corso di una certa coesistenza, fra le diverse necessità intercorrenti insieme alle sollecitudini atte a darvi risposta con il miglior obiettivo derivante da una scuola esperienziale, come nella resa d’immagine ad effetto del medesimo castello, rivolta al soprannaturale, per via della statua bronzea di san Michele arcangelo, opera di Petrer Anton von Verschaffelt, voluta sulla mastodontica costruzione, in una posizione apicale, a margine di una corrispondente apparizione angelica, alla fine del Sesto secolo Dopo Cristo, dopo che questa mistica figura guerriera aveva sancito la fine di una pestilenza allora incombente in città.

Intanto, in quell’estate della fine degli anni Sessanta del “Secolo Breve”, i gatti pare che fossero pure da compagnia, chiudendo il cerchio di un vicendevole scambio di cortesia: “(…) Nel museo di Castel Sant’Angelo sono attualmente autorizzati ad alloggiare, per motivi di servizio, due dipendenti con le rispettive famiglie, alle quali è consentito di stendere i panni soltanto in luoghi interni e nel solo giorno di lunedì, quando cioè il museo è chiuso al pubblico per le pulizie e il riposo settimanale del personale di custodia. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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