Brescia – Il tradizionale incontro del Vescovo di Brescia con i giornalisti si è puntualmente confermato in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, secondo quell’ispirazione pastorale che muove, ogni anno, la diocesi bresciana, per il tramite dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali, a dedicare un’opportunità di riflessione per gli operatori del settore dell’informazione, nei termini di un evento di condivisione, nel confronto vissuto a margine del calendario dove è ricordata la figura del loro santo protettore.

Una circostanza, al Centro Pastorale “Paolo VI” di Brescia, che privilegia la celebrazione eucaristica, per dare poi adeguato spazio alla conferenza stampa, imperniata su un tema focale, al termine della quale, la parte conviviale, sancisce la conclusione di una sollecita iniziativa radicata nella propria prospettiva relazionale.

Destinatario, fra gli altri, della porpora cardinalizia che le prime settimane del 2015 ascrivono al concistoro di febbraio, l’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro ha rappresentato un ulteriore riferimento di contenuti a questo appuntamento, coordinato da don Adriano Bianchi, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali, con la partecipazione di padre Mario Toffari, direttore dell’Ufficio Migranti, attorno alle parole del vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari, espresse nell’omelia durante la messa, ed anche nel suo intervento, tenuto a prosieguo dell’interessante avvenimento, contraddistinto dai due presuli che si è dettagliato nell’ambito di un loro rispettivo pronunciamento.

Sulla base del tema scelto per l’incontro, enunciato nel titolo di “Come siamo la porta dell’Europa e come ci raccontano”, mons. Francesco Montenegro ha portato la propria efficace testimonianza al centro di una toccante e lucida disamina circa le incessanti cronache migratorie interessanti il canale di Sicilia dove, fra l’altro, è ubicata Lampedusa, scenario di fatti eclatanti connessi all’immigrazione nel territorio italiano, lungo il percorso di un numero smisurato di quanti agganciano la propria speranza a quel pericoloso viaggio da molto lontano che, alla sospirata meta del proprio itinerario, appare tragicamente correlato.

Da una cruda affermazione, espressa in una più articolata serie di considerazioni, dalle sue parole è pure emerso il dato di fatto che ci siano 23mila morti nel Mediterraneo e se quelli notoriamente periti a largo di Lampedusa hanno fatto notizia è perché hanno incontrato la morte insieme, nella singolarità di un fatto rimarcato dai mass media che andrebbe, però, proporzionato nella drammatica misura di uno stillicidio con vittime maggiori.

Un fenomeno che si colloca nella portata di quello che mons. Francesco Montenegro ha definito il “sesto continente in movimento” per il numero di persone che assomma, sulla scia di quel cambiamento nell’interrelazione fra le nazioni che vede tutti, oggi, protagonisti di un passaggio fra “un mondo vecchio ad uno nuovo”.

Risultato di una globalizzazione ormai instauratasi nella storia mondiale, l’immigrazione verso l’Europa da altri continenti rappresenta un tema complesso, fra diritto alla migrazione, dialogo interculturale, esigenza di sicurezza, problematiche di integrazione e di rispetto dei diritti umani, nel bivio fra giustizia ed ingiustizia, che va affrontato insieme all’etica, in quanto non è in gioco solo l’accoglienza nei confronti degli immigrati, ma anche una profonda riflessione nel mondo occidentale, possibile a riflesso della loro realtà che mette in discussione quella della società che, a sua volta, si trova interessata ad un processo di trasformazione in senso multiculturale.

In questo contesto, occorre instillare nelle coscienze quei valori che accomunino tutti ed il cristiano, ispirandosi al Vangelo, è chiamato a scoprire la propria identificazione con l’altro, dal momento che, in questo caso, “quest’uomo è sacramento scomodo di Cristo”, in una storia tragica, nella quale, secondo mons. Montenegro, la differenza fra l’emigrazione italiana e quella degli immigrati è riconducibile nella folcloristica espressione che “la nostra è da visi pallidi, la loro da visi neri”.

“L’uomo ed Eucarestia combaciano: il Vangelo si schiera dalla parte del povero. O cominciamo a pensare al plurale o rimaniamo per strada. E’ necessario a tal fine cambiare la cultura di base e quella imperniata sulla misura del denaro non ci permette di guardare agli altri. Se ci fosse una base che si rapportasse in modo diverso verso il fenomeno, abbandonando i binari dell’ingiustizia, del pregiudizio e della paura di perdere il predominio, il risultato sarebbe meglio fedele al valore della persona, nei confronti della quale un amore, sperimentato in modo contagioso, favorirebbe il giocarsi meglio nell’accoglienza, vissuta in armonia con la propria cultura d’appartenenza”.

Mons Francesco Montenegro
Mons. Francesco Montenegro

Una storia, relativa a questa peculiare contingenza di nazioni poste a drammatico confronto in una pervadente incombenza, che va in ogni caso letta con la voce del cuore e non con le sole stime matematiche dei suoi numeri proporzionanti quella rispettiva incidenza nella quale, sino a quando sarà preso in considerazione soprattutto il problema della sicurezza che vi è comunque implicito, risulterà però negativamente oscurato l’aspetto umanitario.

Quell’aspetto che pone in essere, all’attenzione delle coscienze di tutti, la centralità dell’uomo, anche nell’interazione con questo mutamento epocale che sarebbe riduttivo appiattire nella mera dicotomia fra civiltà e barbarie, a margine del quale ci si può pure ricordare che “nessuno è così povero da non poter dare niente agli altri e nessuno e così ricco da non valorizzare l’opportunità per migliorarsi, non ricevendo più niente dagli altri”.

All’insegna “di cuore e cervello”, in un connubio dove “il cuore deve battere più forte”, questa presente contingenza, se fosse trattata con un articolo di giornale “bagnato da una lacrima”, forse risulterebbe descritta meglio, rappresentando quella sollecitudine verso la centralità della persona, a proposito della quale ha riferito anche il vescovo, mons. Monari, precisando, come nell’esercizio dell’informazione, erogata nella cronaca presa in considerazione, vada privilegiato il bene comune rispetto agli interessi individuali, come era pure al tempo della tradizione antica dei Padri della Chiesa, nella quale “la proprietà dei singoli aveva una funzione sociale che riguarda tutti”.

Purezza di un cuore “grande, buono, vero, giusto”, significativo di una lucidità interpretata nel rapporto verso quanto riguarda il proprio ruolo e la realtà, valorizzata anche nella diversità attraverso l’ottica di quella comunione che è indirizzata a ciò che unisce, invece che prestarsi a divaricare tutto ciò che già tende a dividere.

Se alla persona spetta il baricentro di uno stigmatizzato ed ispirato impianto valoriale, non di meno alla famiglia è riservata l’attribuzione dell’offrire alla società quei valori dei quali la stessa ha bisogno. Secondo il Vescovo, se non si frappone ad un certo strisciante ed insinuoso appiattimento limitato al presente, quell’impegno sociale che è utile al benessere del vivere comune, cresce l’insicurezza, il logorio fatuo del tirare a campare alla giornata, nella illusoria felicità che ricorre invano i giorni.

Il legame sociale nelle famiglie è utile come stima di ricchezza collettiva, nell’ambito di un progetto basato sulla capacità di fidarsi l’uno dell’altro, sperimentando quanto si “abbiano sufficienti cose in comune per costituire una coppia”.

Quel progetto inteso e promosso pure come fattore culturale, su cui si basa l’impegno personale, investito in ambito sociale, “altrimenti la società risulta frammentata dove ognuno è solo”, nel possibile riscontro aderente ad una citata considerazione del filosofo Soren Kierkegaard, secondo la quale l’amore vero tende a legarsi e quindi i legami per l’amore sono necessari. Un concetto che è stato, fra l’altro, evidenziato dal vescovo, a fronte di un’idea invece, per lo più romantica, controllata dal livello di quella passione e di quell’istinto che non conducono alla presa in carico di scelte definitive e maggiormente responsabilizzanti, come, al contrario, lo sono quelle sullo stile, ad esempio, di “Orazio Coclite che taglia il ponte alle proprie spalle”, per imporsi di non indietreggiare e di mantenere fede alla propria risoluzione di affrontare la sfida che gli si apre innanzi.