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Forse, non si può dire alcunché di sovrumano. Nonostante la singolare e spessa densità delle conquiste dannunziane, la palma di Giacomo Casanova, per via dell’esponenziale numero di intrecci amorosi, pare rimanga al don Giovanni veneziano di settecentesca memoria.

Per d’Annunzio, tuttavia, sembra che le donne potessero essere anche chimere, a simbolo di una dimensione onirica, tanto ad impulso di musa ispiratrice, quanto a rappresentazione di una diversa polarità d’essenza che, dell’universo mondo dei sensi, legati al vivere, offriva quel significativo completamento di stimoli e di effetti, capaci di restituire visione d’insieme a chi, come il poeta, si cimentava, fra l’altro, nella sua ispirazione creativa di romanzi, lettere, poesie e memoriali.

Uno studio ne affronta il tema, riguardo d’Annunzio, con tanto di nomi e di cognomi del gentil sesso interessato alla partita.

E’ grazie alle pagine del libro “I grandi amori di Gabriele D’Annunzio”, a suo tempo, scritto da Attilio Mazza per la Zanetti Editore, nella stampa della Tipolitografia Pennati di Montichiari (Brescia), che è possibile intrattenersi in curiosa ed intrigante lettura di una nutrita schiera di donne ammanicate con la figura del poeta abruzzese, trapiantatosi nel bresciano nella definitiva residenza assurta a “Vittoriale degli Italiani” di Gardone Riviera.

“Per chi – al pari del poeta – crede ai numeri magici, il nove è perfetto, essendo uguale a tre, moltiplicato tre. E nove sono le donne qui considerate”: scrive l’autore nella premessa alle centodieci pagine del suo libro, inframezzate dalle opportune fotografie che introducono il ritratto biografico nella chiave di una valenza dannunziana.

Un alfa ed un omega, diverso per ciascuna delle esponenti del mondo femminile, in un flusso a mulinelli doppi ed a vortici contigui, nella linfa vitale in scorrimento lungo le diverse età del noto personaggio che documentano proiezioni di esistenze in anni variabilmente dispiegatisi fra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento dove, in un certo qual frangente, grazie a loro, la fama di seduttore fa a lui raggiungere ed eguagliare quella di scrittore.

Fra le nove, presentate in avvincenti medaglioni narrativi, nella pacatezza di un testo tanto sobrio quanto dagli impliciti risvolti passionali, c’è anche la moglie di d’Annunzio, nello scorporo dei vent’anni, come prima e d’importanza fatale, sposata da giovanissimo, quando a lei, pure di fresca età, aveva legato il proprio nome.

Attilio Mazza

Una sorta di matrimonio riparatore con donna Maria Hardouin dei Duchi di Gallese in “qualità di rapitore di una duchessina”, come lo definivano le cronache del tempo, verso quella giovane con la quale era fuggito a Firenze, per evitare le resistenze della famiglia verso l’incontenibile amore sbocciato nella fragrante e feconda giovinezza destinata a procreare, sei mesi dopo la celebrazione del matrimonio, Mario, nato il 13 gennaio del 1884, Gabriellino venuto al mondo il 10 aprile 1886 e Veniero nato il 22 settembre 1887.

La posizione muliebre della donna sembra evolversi con l’accumularsi dei giorni di un secolo che, nel concludere l’800, permettono alle cronache dell’epoca di vedere sfumare anche l’unione sponsale fra i due, conclusasi di fatto alla fine del 1898, con la registrazione formale, poi effettuata nel maggio del 1899, della separazione consensuale, con la quale però si mantengono per lei i diritti di legittima consorte, per non essersi mai, tra l’altro, concretizzatisi i termini formali del divorzio.

Da quell’anno, affacciato all’ultimo piolo della scala che conduce all’aprirsi del Ventesimo secolo, la madre dei figli di d’Annunzio si trasferisce a Parigi dove risiederà fino a quando raggiungerà Villa Mirabella che il poeta le aveva fatto allestire al Vittoriale dove si accomoderà per il periodo degli ultimi anni che la separeranno dalla morte del “satiro poeta”, avvenuta nel 1938, rispetto alla propria, catturata invece dalla falce tagliente dell’estremo trapasso, nel 1954.

Cinquecento abbondanti lettere di un epistolario dove si intrecciano comuni interessi per l’occulto sono la proporzione attestante pure il fatto che, fra i due, i rapporti siano rimasti buoni, compatibilmente con l’intervenuta separazione e con una non indifferente lontananza, prima delle quali il periodo del matrimonio vedeva d’Annunzio a Roma in qualità di “cronista d’eleganze” per il giornale “La Tribuna” e, nell’irrequietezza sfrontata di viaggi e di relazioni, anche duellante, tanto nella sfida del 30 settembre 1885 a Chieti dove una ferita alla testa, per il ricorso a percloruro di ferro per fermarne l’emorragia, gli era valsa la precoce calvizie, ed in quella del 20 novembre del 1886, a Roma, che non gli è stata indolore, per la subìta ferita ad un braccio.

Fra tutto questo ed altro ancora, si era concretizzato l’incontro, a Venezia, con Eleonora Duse, nel 1894, con la quale rimane profondamente legato fino al 1904. Un velo steso sul plastico volto marmoreo, ancora presente fra le cose care di d’Annunzio al Vittoriale, testimonia, a tutt’oggi, la sensibilità del poeta nutrita verso l’attrice, nei confronti della quale, per la prematura scomparsa, aveva avvertito il rammarico sofferto di una nostalgia affacciata sull’irrimediabile linea di un non ritorno innanzi alla quale, tra l’altro, non si era mai arreso a cercare d’esplorarne la vastità e l’ignoto, attraverso la sua dotta mania per l’occulto.

Una landa sconosciuta, ma mai estranea alla vita del poeta che la sfiorava in una curiosità parallela, consapevole, cioè, del doppio invisibile binario che la costeggia, fino al punto del definitivo ed ultimo congiungersi e combinarsi in una stessa dimensione e direzione di marcia ultraterrena.

Le donne erano rappresentazione fisica e disincantata di quest’ignoto che, ciascuna di esse, le ammantava del mistero trasposto nell’individualità femminea di un fascino da svelare, nel concitamento dei sensi.

Forse, non è a caso che sia stata Elvira Fraternali Leoni per lui “Barbarella” a ispirargli l’opera “Trionfo della morte”, oltre che le “Elegie romane” e “Giovanni Episcopo”.

A proposito di persistente ultraterrene d’Annunzio ha lasciato testimonianze circa il suo aver colloquiato con il fantasma dell’amata Eleonora Duse della quale aveva confidato “non credevo di dover così tanto soffrire, giacchè l’idea di saperla viva, mi nascondeva quanto, nel fondo di me, essa effettivamente contasse”.

La vita, coniugata con le molteplici forme e caratteristiche assaporate con donne diverse, era anche una sorta di ubriacatura che proporzionava la zona buia della morte in un inganno di seduzione da cui l’esistenza rifuggiva, divagando in continue intemperanze che la facevano appartenere ad una sorta di dimensione sognante di baccanali festanti, come naufragio continuo, simile al sonno eterno, esorcizzato dal riflesso di vanità fatue, emanate dallo specchio barocco in cui si affacciavano le prodezze di d’Annunzio.

La domestica Maria Julienne Emile Mazoyer, da lui soprannominata “Amelie” poi “Aelis”, è lo stesso nome, attribuito ad un personaggio minore della “Pianelle”, come contestuale ispirazione francese di una nazionalità che, invece, aveva acquisito accenti russi, nel caso nella contessa Nathalie Cross Victor de Goloubeff, definita “Diana Caucasea” da chi, appunto, l’aveva alla fine presa in trappola, dopo un “serrato corteggiamento: lettere, doni insoliti, curiosi, pieni di significati”, chiamandola, anche “Donatella”, secondo quel personale uso di elargire nomignoli che, invece, riguardo la pittrice americana, Romaine Brooks, nonostante fosse lesbica, aveva ritenuto di stabilire nell’appellativo di “Cinerina”.

Fra le altre, una certa stima pare enumerare in ottanta, le donne che hanno gravitato intorno a lui nei vari anni vissuti al Vittoriale, come la pianista Luisa Baccara che, tra l’altro, gli sopravviverà morendo nel 1983, ravvisabile, per maggior ascendenza ed effettiva convivenza, pure nel verso dell’emblematicità della sua figura diafana ed ispirata, intrisa di quella musica eterea e solinga nella quale si è perso lo sfondo malinconico delle ultime stagioni dello stesso d’Annunzio.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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