maronitaSe, in un ormai deflagrato esodo incombente, il tempo presente assimila, nei suoi giorni, anche quella massa migratoria ingente che supera mari e monti in una incredibile ed in una straripante proporzione struggente, sembra che, invece, fra la gente che vi ha impresso una traccia ormai evanescente, le cronache di altri spostamenti abbiano rilevato, nel passato, una curiosa e diversa realtà attinente la più esigua schiera di un viaggio sviluppato in un insolito peregrinare esordiente che ha lasciato, nella memoria locale, contatti pregressi con il Medio Oriente.

Che cosa ci facevano, i monaci maroniti in piena Valle Camonica, nella metà del Diciottesimo secolo, era spiegato dal periodico l’Illustrazione camuna del primo luglio del 1927 che forniva alcuni elementi illuminanti a proposito del motivo della loro peregrinazione, intersecatasi con quell’antica pagina del registro dei defunti dell’archivio parrocchiale di Esine dove pare che, i religiosi in viaggio, abbiano lasciato un’impronta del loro cammino, limitatamente ad una parte del lungo itinerario intrapreso che, con le contrade valligiane bresciane, è documentato abbia, in un qualche modo, avuto a che fare.

Ne ha riferito, tra le pagine dell’accennato giornale camuno, Antonio Cistellini, cominciando il suo articolo, evocativo di un eclissato evento circoscritto a quanto, nella complessità della storia,  si è prestato ad essere significativo di un approccio memorialistico descrittivo, nell’affermare che: “Nel recente fiorire di studi sulle chiese orientali e di riavvicinamenti, forse riuscirà gradito sapere che anche la Valle nostra ospitò Monaci Maroniti, come ci apprende la relazione che trovai nel Registro dei Morti dell’Archivio Parrocchiale di Esine che qui trascrivo”. 

Ancora più a ritroso, rispetto alla sua persona, il merito originario e spontaneo di questa segnalazione andava all’effettivo estensore dell’appunto redatto a ridosso dell’avvenimento divenuto inusuale oggetto di una specifica menzione che, il 4 novembre 1759, si era prodigato di fissarne gli estremi, mediante i riferimenti di una compartecipe annotazione, nella quale, fra l’altro, faceva leggere che: “Ho voluto segnare per memoria dei Posteri d’aver avuta nella Chiesa di San Paolo, all’altare maggiore, una messa cantata alla Sijriaca con i riti maroniti e dà monaci maj più veduti in questi posti. In fede, io P.te Gio. Batta q. Francesco di Saviore, Rettore di S. Paolo di Eseno”.

chiesa di esineIl medesimo titolare della parrocchia di Esine, già allora dedicata alla nota e sublime figura paolina, aveva pure scritto che i monaci maroniti erano arrivati la sera prima e, già l’indomani, dopo essersi fatti conoscere dalla comunità locale, si erano messi sulla strada per Berzo, “sperando di ritornare alle loro patrie doppo un anno inc.a”.

Come il periodico di cultura locale, dedicato alla Vallecamonica, di quell’edizione, uscita in stampa durante il Ventennio Fascista, specificava, divulgando la curiosa amenità di questa notizia corrispondente al tempo in cui la valle dell’Oglio era veneto dominio della Serenissima, “i Maroniti, da S. Marone, son un antichissimo popolo di religione cattolica, ma di rito greco. Secondo san Giovanni Damasceno ebbero origine da un gruppo di monoteliti del VII secolo. Secondo alcuni, quel popolo tornò nella Chiesa Cattolica nel 1180. Altri più recenti storici sostengono la purezza della fede fino dalle origini. Fu il popolo che più si oppose in Siria all’invadenza mussulmana. Abita tutt’ora le montagne del Libano”.

Proprio nell’ambito di questa differente impostazione, allora sperimentata altrove, fra diverse fedi religiose, in una zona dove, fatte le debite distinzioni, ancor oggi, fra certi snodi epocali, paiono imporsi le tensioni di un fanatico estremismo confessionale, inesorabile nell’interpretare le differenze fideistiche e culturali come intollerabili controparti avverse, si riconduceva la missione dei religiosi in trasferta, nelle persone del “Reverendo Emmanuele Adar Definitore Generale del d.to ordine e l’altro P. Angelo Moisè Abate attuale del monastero, ambi monaci del monte Labano nella Sijria seu terra Santa luogo lontano da Gerusalemme 40 miglia per andar a Damasco alla quale città sono pure distanti 40 miglia”.

Pare che il loro lungo viaggio abbia avuto una tappa importante, ancora prima di partire per l’Occidente, presso l’allora autorità pertinente che, tuttora, appare detenere una analoga e rispettiva corrispondenza con la religione più diffusa nel Medio Oriente, ottenendo, in tale sede, “dal gran Sultano di poter fabbricare nella detta città di Damasco, vasta e popolosissima, due chiese e due monasteri”.

Ancora secondo l’attento contributo del manoscritto, frutto della personale testimonianza del parroco di Esine di quell’autunno del 1759, i due maroniti avevano ottenuto da papa Clemente XIII (1693 – 1769) il permesso di “questuare nella nostra Italia e Lombardia per raccogliere limosine”, mentre dal vescovo di Brescia, Giovanni Molin (1705 – 1773), avevano pure ricevuto la facoltà di “questuare e  di celebrare anco la S.ta Messa secondo il loro rito e lingua Sijriaca, sicome fecero con gran esempio e devozione del popolo (…)”.

Popolo che aveva incontrato questi consacrati al Signore, giunti da terre così remote, che erano, fra l’altro, descritti, dal sacerdote camuno, con indosso una tunica di saglia nera, una mantelletta con sopra segnata una “T” viola, un cappuccio al modo dei benedettini e la barba come pareva fosse nel costume dei cappuccini, mentre un caratteristico cappello, pur di color nero, pare andasse a tratteggiarne la figura, in riferimento alla quale l’antica annotazione settecentesca contiene la precisazione che “il loro linguaggio era arabo, cioè Turchesco, il Messale e Breviaij sono in lingua Sirijaca, quale per essi serve, come appresso noi, la latina serve per avere i sacri Testi in detta lingua et anco varij SS.ti Padri, non stante, da qualche pratica appresa, si facevano equamente intendere anche nella nostra favella italiana”. 

Nel breve resoconto accennato, la fugace esperienza narrata aveva ispirato uno spiraglio d’attenzione attraverso il quale volutamente indulgere lo spazio utile su uno dei registri parrocchiali in uso, fra gli abituali tempi comunitari vissuti sacramentalmente a margine di un implicito monitoraggio anche anagrafico dei fedeli, per, invece, precisare di quel giorno, apertosi ai vagheggiati orizzonti prossimi alle sospirate “Terre Sante”, riguardo i due monaci, che “in loro compagnia avevano un chierico prete sottodiacono fratello del detto Definitore Adar, il quale aiutò a cantare la Santa Messa, il detto suo fratello, con mirabile canto che rendeva singolare divozione a tutt’il popolo, per la dolcezza e per li esemplari riti della Liturgia de Cattolici maroniti, che occupano varie parti delle Provincie de vasti monti del Libano, quali dissero, aver l’estensione di settecento miglia e compongono il regno antico della Sijria, ora però soggetti tutti al Gran Bassà (Pascià) di Damasco al quale devono li ordinari tributi”.