I nomi sono dalla nascita quei contrassegni rivelatori di alcuni aspetti specifici, corrispondenti alle loro stesse caratterizzazioni che, oltre alla semplice natura dell’appellativo, sanciscono, di un’esistenza, l’individuazione di un’identità, nell’ambito di elementi culturali, pure correlati a vari fattori.

Quei fattori che sono, a volte, sintomatici di connotazioni famigliari, assurte ad emblematiche definizioni nominali, in certi casi rappresentative di tradizioni, elaborate in un certo invalso folclore, che appare ricorrente, a seconda del genere di un rispettivo retaggio ispiratore.

Pare anche questo il contesto di alcune sfumature sociali che, nella ramificazione di genealogie famigliari, tendono ad essere fra loro similari per la ricercatezza delle modalità con le quali si manifesta quanto è riscontrabile nella pratica generalmente adottata dalle tendenze di un asseverato ruolo ricoperto dai ceti altolocati.

Principe De Curtis“Noblesse oblige” che non vuole dire “la nobiltà è obbligatoria”, come ironicamente affermava, divertendosi e divertendo, il principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, ovvero Antonio De Curtis, in arte Totò, nei panni del barone Antonio Peletti nel film “47 morto che parla”, ma, al contrario, indicare, con tale motto latino, che la nobiltà stessa esiga alcuni “obblighi”, per potervi appartenere, nella somma di una serie di qualificanti manifestazioni, interpretate nello stile di quel genere che, di una blasonata e di una elitaria consorteria, sembra potervi fare riscontrare quella ricorrente impronta che è emulata mediante determinate espressioni di “casta”, pervase da un’implicita partigianeria.

Alla sequela di un certo stile, paiono essere anche i nomi propri di persona, ancor prima del cognome della casata, spesso combinato in più di un patronimico, che ricreano il ricorso ad una serie di vezzeggiativi, resistenti anche nell’ufficialità formale, praticata nell’interrelazione sociale di svelate contestualizzazioni aperte ad una disarmante matrice personale.

Nomi sostanziali alla certezza identitaria, avvalorata da altrui e da proprie esternazioni che li utilizzano nella rispettiva esclusività di mirate attribuzioni, confidenzialmente protese a coniugare una tal persona al carisma di un appellativo che lascia spazio ad una sequenza di disinvolte differenziazioni.

Vale per i maschi, con i nomi Lallo, Leonetto, Luchino, Bobo, Chicco, Uggero, Peppe, Mimmo, Lito, Procolo, ma anche per la varietà femminile in capo a Yvonne, Fanny, Titti, Cosetta, Leontine, Bianca, Iole, Marita, Ughetta, Camilla, Betta, Clotilde, Elenella, Ivetta, Mimmi, Leontina, Kathinka, Patty, Emerziana.

Si tratta, ad esempio, della casistica di un certo accentramento nominale di tali nomi e nomignoli sul piano pure esplicativo di un orizzonte sociale dove tale tendenza pare la si possa maggiormente riscontrare, insieme ad un cognome importante, grazie al quale una comune denominazione evita, con tale individuazione famigliare, di essere confusa in un’omonimia infinitesimale.

La si riscontra a margine di alcuni frequentati ricevimenti, sviluppati nell’ambito di quegli avvenimenti dove, nella natura di quei frangenti, si possano appurare i nomi dei personaggi che ne costituiscono gli interpreti e gli esponenti, come pure, in tutt’altre circostanze, quando gli stessi estremi si riuniscono in compartecipazione a luttuosi eventi, come ad esempio, è comparso sull’edizione dell’allora “Il Secolo – Gazzetta di Milano”, nel numero 13974 stampato per il lunedì ed il martedì del 20 e del 21 marzo 1905: “Ieri repentinamente moriva in Roma munito dei conforti religiosi il Conte Lodovico Ceriana Mayneri – Deputato al Parlamento – La consorte Contessa Giulia Ceriana Mayneri – Jacini, i figli Carlo, Stefano, Teresa, Elena, Maria, il fratello Cav. Michele Ceriana Mayneri e consorte, le sorelle Contessa Elena Ceppi e consorte, Nobile Pina Marenco e consorte, Donna Maria Ceriana e consorte, Contessa Giana Albertoni di Val di Scalve e consorte, il Conte Gino Jacini e consorte, le cognate Donna Maria Prinetti – Jacini e consorte, Donna Erminia Vittadini – Jacini, Contessa Antonia Ceriana Mayneri di Pollone e i congiunti tutti addoloratissimi ne danno il triste annunzio. Torino, 19 marzo 1905. Si chiede venia se per le particolari luttuose circostanze non si mandano partecipazioni personali. La salma verrà tumulata a Valenza nel sepolcreto di famiglia martedì 21, alle ore 10”.

In un’analoga espressione formale, dalla pagine di un altro giornale, appare l’annuncio che travalica la notizia di un evento fatale per dettagliare, tra la cronaca ferale de “La Provincia di Brescia” dell’11 ottobre 1923 che “Martedì alle ore 22,30 lo spirito della Nobil Donna Lucia Longhena vedova Romei tra le grazie dei Sacramenti ricevuti con vigile desiderio, saliva, tranquillo, dal giorno mortale verso i premi eterni meritati nella sua lunga purissima vita. I figli Francesco, Giovanni Generale di Divisione Aiutante di Campo Generale On. Di Sua Maestà il Re con la moglie Ferade Selim Pachà, Marietta, Chiara, col marito avv. Luigi Bazoli e i nipoti Romei e Bazoli ne danno in lagrime, l’annunzio. I funerali si faranno venerdì mattina alle dieci dalla casa in Brescia, Piazza Carducci 1, alla Cattedrale: indi la cara salma sarà trasportata a Castenedolo per essere seppellita nella tomba di famiglia. Non si mandano partecipazioni personali. Si dispensa dalle visite e si prega in omaggio al desiderio della defunta, di non mandare fiori”.

Insieme al frequente doppio o triplo cognome, come “Crassi Marliani” e “Pecchio Ghiringhelli Rota”, anche in auge nella versione composta, come “Gualla de Bicchieri”, dell’insieme delle persone in questione, si percepisce l’appartenenza al comune legame di un’implicita condivisione, vissuta nella caratteristica interpretazione di una correlata venatura d’apparentamento dinastico, tracimata sull’uso dei nomi che, alla loro emblematica tipologia, ne perpetuano l’appartenenza secondo la rispettiva genealogia.

Un’esemplificazione, in tal senso, si profila da quanto è dedicato alle esponenti di quella documentata filantropia che è stata evidenziata dall’edizione de “La Sentinella Bresciana” del 2 giugno 1911: “Atti di carità per l’infanzia. Offerte pervenute a questi Asili di Carità per l’Infanzia dalle signore Visitatrici nel mese di maggio p.p.. Signora Emma Bensaglio Lagorio L. 10 – Elisa Tunesi L. 5 – Fanny Carrara L 10 – Calini Rota contessa Teresa L 10 – Maria Rota Calzoni L. 5 – Luigia Del Pozzo Feroldi l. 5 – Zina Magrassi Prinetti L. 10 – Irene Facchi Zappa L. 10 – Monaco Maffeis Cesira L. 5 – Alberini Bresciani Emma L. 5. Totale L. 85. In occasione della Messa di suffragio pei benefattori defunti, la famiglia Coppi offerse dolci a tutti i bambini ed il Presidente cavalier Ufficiale Angelo Passerini li regalò dell’ottimo suo vino. La Commissione Amministratrice riconoscente porge pubbliche, vivissime grazie ai generosi benefattori”.

Il motivo per cui, di questi nomi, coloro i quali ne erano fruitori paiono rientrare in certi consorzi umani che si delineano nell’ambito di nicchie di storiche estrinsecazioni, sembra dispiegarsi nell’assodata e conclamata codifica di un rango sociale stratificato da più generazioni.

Se ancor oggi, in questo campo, l’eredità di una perseverante tradizione è data anche dai nomi di esponenti pubblici come, ad esempio, nel caso dei politici Beatrice Di Maria Di Alleri e Di Mastimatucco, Ilaria Carla Anna Borletti dell’Acqua Buitoni ed Emanuele Baciocchi Adorno Rossetti del Turco, era questo il tempo in cui le prime pagine della stampa riferivano, rispettivamente, su “La Sentinella Bresciana” di lunedì 29 maggio e di martedì 25 luglio 1911 che in occasione e della “Sesta gara generale di tiro a segno in Roma, inaugurata dai sovrani”, “Il re spara il primo colpo di fucile. Il concerto degli allievi carabinieri suona il nuovo inno dei tiratori. I sovrani si recano poi sotto la tettoia del tiro: spara il cannone: si alza il bersaglio. Il Re spara il primo colpo a braccio sciolto: spara il secondo colpo di cannone e gli ufficiali inscritti sparano contemporaneamente colpi a volontà. I Sovrani assistono con compiacenza manifesta alla fucileria, poi ossequiati dalle autorità lasciano la Farnesina acclamati dalla immensa folla. Al terzo colpo di cannone cominciano a svolgersi regolarmente le gare”, mentre, in quegli stessi giorni, dall’estero si assicurava all’opinione pubblica la notizia condensata nel fatto appurato e ritenuto meritevole di essere evidenziato, mediante il succinto appunto, posto nel medaglione giornalistico in cui era divulgato che “Il principe ereditario muto. Parigi 24. E’ confermata la notizia che il principe ereditario di Spagna è in cura nella clinica del dott. Reymond a Friburgo. Il dottore spera con una cura energica di poterlo guarire dal suo mutismo. E’ questa la prima volta che la notizia di un principe ereditario di Spagna è muto, è data ufficialmente”.