Appena arrivato, aveva fatto esplicitamente appello ad unintelletto d’amore che faccia superare gli attriti e le beghe per tendere soltanto al pubblico bene”. Qualche settimana dopo, sanciva un importante accordo, utile per i datori di lavoro e per i lavoratori, in cui il suo ruolo si prestava a fiduciario, quale garante delle istituzioni.

Il prefetto di Brescia, nella persona del siciliano Francesco Saverio Arìa, era arrivato a Brescia l’11 settembre 1947, subentrando al suo omologo, nella persona del calabrese Guglielmo Froggio, collocato a riposo, dopo aver svolto tale incarico, durato, nel bresciano, per circa un anno e mezzo, dal 1946 al 1947.

In quegli anni, immediatamente dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, sul tavolo della Prefettura bresciana gravavano alcune questioni che risultavano connesse pure al settore occupazionale, in stretta aderenza ad una riorganizzazione delle attività produttive, nell’ambito di un generale clima di ripresa istituzionale, entro il sopraggiunto riassetto di una partecipazione democratica, anche sancito dai confronti, allora in atto, per la definizione della carta costituzionale.

L’intesa, raggiunta in un apposito comitato tecnico della Prefettura, aveva riguardato, in quel primo autunno, alcune vertenze, a riguardo della nota “Officine Meccaniche”, meglio conosciuta con il breve acronimo di “O.M.”, fabbrica all’occhiello per una serie di robusti mezzi a motore, ma anche per la qualità di carrelli elevatori, giunti ad imporsi, in seguito, nella variegata storia di quest’azienda, presente da ben lungi sul territorio, dopo l’esordio automobilistico e successivamente all’aver occupato una fetta di mercato con trattori agricoli, automotrici ferroviarie, camionette militari ed autocarri, quest’ultimi, per altro, dai nomi caratteristici di felini, come “Leoncino”, “Tigrotto” e “Tigre”, quali produzioni, rispettivamente, entrate nel vivo, proprio negli anni Cinquanta, a ridosso di questa significativa cronaca di mediazione.

Mediazione effettiva, documentata dal “Giornale di Brescia” del 15 ottobre 1947, trovandosi espressa nei diffusi termini di una promettente notizia, secondo la quale “(…) il Prefetto ha riassunto i risultati dell’interessante riunione, e cioè: 1° la Società soprassiederà alla affissione del cartello circa la sospensione dell’attività e anche all’attuare immediatamente il licenziamento di tremila unità che era ritenuto necessario, almeno per sanare in qualche modo la pericolante situazione dell’azienda. 2° la Società stessa studierà un programma per portare la sua attività su un piano economico redditizio. 3° la Commissione, nominata nella precedente riunione, tenuta dal Prefetto, circa lo sblocco dei licenziamenti, e cioè, direttore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro, rappresentante dell’associazione degli Industriali e rappresentante della Camera del Lavoro, procederà al previsto esame, caso per caso, della situazione degli operai, affinchè si possa addivenire, ai licenziamenti, nella misura minima indispensabile e con i criteri fissati in tale riunione, escludendo dal licenziamento gli operai che costituiscono unico sostegno di famiglia. 4° gli onorevoli deputati faranno azione, presso il Governo, per il finanziamento necessario coi fondi del F.I.M., salve le debite garanzie, affiancando l’azione già intrapresa, al riguardo, dal Prefetto che ha interessato il Governo con un suo rapporto dei primi del mese corrente. (…)”.

L’indomani, giovedì 16 ottobre, un comunicato stampa della “Camera del Lavoro” occupava parte della prima pagina dell’allora unico quotidiano bresciano, con il confermare una certa qual concordanza con il tenore dell’accordo, sancito in sede prefettizia, nel farvi, cioè, visibilmente coincidere un rispettivo pronunciamento, specificando che “(…) La Camera del Lavoro precisa che, fino ad ora, non ha dichiarato di riconoscere lo sblocco dei licenziamenti, ma soltanto di attenersi agli impegni assunti dalla Confederazione Generale del Lavoro. Per quanto riguarda la Commissione da costituirsi, per il vaglio di alcuni licenziamenti, si riferisce ad una decisione presa durante una precedente riunione ed applicabile a particolari situazioni. Non ha quindi un particolare riferimento alla O.M.. A conclusione della sopradescritta riunione, la Camera del Lavoro e la direzione della O.M. hanno riconosciuto che l’azienda non può risanarsi con tale provvedimento”.

Un respiro di sollievo per i numerosi dipendenti di tale importante fabbrica che, nel ravvisato consuntivo di un contesto lavorativo, radicato nella parcellizzata economia di ingaggio di altri lavoratori, rimandava, attraverso un’immagine assonante, al nesso intercorrente con un analogo motivo di attenzione, per quanto riguardava la natura di un ulteriore ambito bresciano di produzione, visitato, in quegli stessi giorni, dal prefetto Francesco Saverio Arìa che aveva inaugurato nel territorio, mediante un suo impegno capillare, una serie di mirate trasferte istituzionali, per incontrare la popolazione.

Restando in quell’ultimo scampolo del 1947, era notizia del 19 ottobre il resoconto dell’aver provveduto a pubblicare, a Brescia, che “Il prefetto dott. Arìa, accompagnato dal Capo di Gabinetto dott. D’Agostino ha visitato il Comune di Manerbio. Ricevuto dal sindaco e dalle altre autorità locali, egli si è vivamente interessato dei vari problemi prospettatigli. Ha compiuto anche una visita al grandioso opificio della ditta Marzotto dove si è intrattenuto a colloquio con i dirigenti e con le maestranze. Ha, altresì, presenziato alla suggestiva cerimonia dell’inaugurazione delle nuove campane che sostituiscono quelle venute a mancare a causa degli eventi bellici”.

Particolare, insieme ad altri, riscontrabile tra le tracce istituzionali di questo prefetto, reduce dalla prefettura di Caserta, nel suo incarico immediatamente precedente a quello bresciano, che è, in vari aspetti, documentato dalla cronaca divulgata dal “Giornale di Brescia”, quale organo di informazione verso cui era stata cura dello stesso alto funzionario, rappresentante territoriale del Governo, di conoscerne, in prima persona, la realtà, nello specifico di una sua visita, dedicata alla redazione di questa testata giornalistica, nel modo che, era, poi, trapelato dall’edizione di stampa del primo d’ottobre, andando, questa, fra l’altro, a testimoniare un altro, ma simile, interesse verso tale specificità occupazionale, interpretata da vari professionisti del settore.

Allo stesso modo, risulta, contraddistinguente questa sollecita azione prefettizia, l’incalzare dei rispettivi contatti instaurati in loco, fra prefettura e territorio, per il tramite delle molteplici visite effettuate dal prefetto Arìa nelle più disparate località dell’estesa provincia bresciana, sia nella Bassa, come a Castenedolo ed a Montichiari, menzionate in stampa il 14 ottobre, che nelle zone montane, come a Pontedilegno, a Ceto Valsaviore e ad Edolo, rispettivamente apparse in un interessante e puntuale seguito, tra le pagine del “Giornale di Brescia”, rispettivamente, del 16 e del 26 ottobre.

Mese durante il quale, al vertice della Prefettura non era sfuggita l’opportunità di vagliare, nell’interesse della popolazione, alcune problematiche, affrontate a riscontro di un’utilità essenziale di organizzazione, come, fra tutte, appaiono significative quelle peculiarità che risultano attestate, in una esplicita informazione, il 22 ottobre 1947, quando, a tale periodo, si riconduceva tutto ciò che era parimenti divulgato nei termini di un effettivo “interessamento del Prefetto per gli operai della pasta”.

Il pratica, si trattava del fatto cheil Prefetto dott. Arìa si è vivamente interessato presso l’Alto Commissariato dell’alimentazione, affinchè sia evitato quanto è avvenuto in passato in cui venne assegnata, per la distribuzione in provincia di Brescia, pasta prodotta da industrie di altre province, e sia, invece, assegnato, ai pastifici della nostra provincia, il grano occorrente per la pastificazione, onde sia garantito il lavoro alle maestranze dell’arte bianca. L’interessamento del Prefetto ha avuto felice esito e l’Alto Commissariato dell’alimentazione ha comunicato, ufficialmente, al dott. Arìa, che con gli arrivi di grano e farinati dall’estero, sarà seguito il criterio da lui caldeggiato, assegnando a preferenza grano e, intanto, per il fabbisogno di ottobre è stato assegnato alla nostra provincia, per la pastificazione, il grano dei piroscafi in arrivo a Genova e a Venezia l’11 e 15 corrente”.

Ancora, in questo ambito, connesso, sia alla sussistenza, entro una sufficiente dote alimentare, che all’economia di produzione, nel suo iter imprenditoriale, questa edizione del quotidiano riferiva nel merito di un altro significativo intervento prefettizio, rivolto al contesto agricolo locale, nel modo in cui questo insieme primario appariva vagliato da una valida attenzione, nella portata derivante da un comparto di notevole spessore, accennando, telegraficamente, ad un tema risolto, nel testuale riportare il “Decreto del Prefetto per l’ammasso del granoturco”.

In tale formale provvedimento si prevedeva, fra l’altro, che “la sgranatura di granoturco, sia di primo che di secondo raccolto, dovrà essere ultimata entro il 30 novembre 1947. Tutti i produttori di granoturco, sia maggengo che quarantino, hanno l’obbligo di presentare denuncia di produzione all’U.C.S.E.A (Ufficio Comunale Statistico Economico dell’Agricoltura) competente per territorio, entro dieci giorni dall’ultimazione della sgranatura e, comunque, non oltre il 10 dicembre 1947. Il termine ultimo di versamento al Granaio del Popolo, per i quantitativi soggetti ad obbligo di conferimento, scade 15 giorni dopo l’avvenuta sgranatura e, comunque, non oltre il 15 dicembre 1947 (…)”.

Il particolareggiato documento, entrava nel merito della monitorata quota parte cerealicola da potersi riservare, in un preventivato e contingentato ammasso di utilizzo, specificandovi anche che “(…) sono consentite le seguenti trattenute di granoturco; per uso familiare: in sostituzione totale e parziale di grano possono essere tenute dai produttori quintali 1,50 di granoturco, per ogni quintale di grano regolarmente spettante, quale trattenuta alimentare; per uso seme: da granella, quintali 0,60 di granoturco per estero; tale trattenuta ha la precedenza assoluta su tutte le altre; da erbaio, quintali 2 per ettaro; per uso zootecnico: quintali 3 di granoturco per ogni suino adulto; quintali 5 di granoturco per ogni scrofa, compreso il fabbisogno dei lattonzoli. La trattenuta per uso zootecnico è limitata agli allevamenti familiari ed aziendali semprechè i suini risultino in carico all’azienda agricola e non al caseificio (…)”.

Su altro versante, quello stesso mese terminava con l’embrionale emergere di quanto costituirà, nel tempo a venire, una perdurante realtà di aggregazione fideistica, strutturatasi a crocevia caratteristica, nel territorio bresciano, di una mistica manifestazione devozionale, percepibile a tracciatura di quei giorni dove si cercava di elevare, a forza comune, una coraggiosa speranza generale, oltre i problemi contingenti, derivanti dalla ricostruzione, come, in questa frazione del Secondo Dopoguerra, il 28 ottobre 1947 si andava a testimoniare, nel medesimo tenore della stampa locale, alla base di ciò che diventerà l’assodata pertinenza mariana delle “Fontanelle”, intesa come santuario, assurto, nel frattempo, a rilevanza cristiana addirittura internazionale: “Nella scorsa settimana, molte centinaia di persone della zona di Montichiari, facevano meta di pellegrinaggio la cappella dell’ospedale locale, attratte da voci di un fatto prodigioso verificatosi nella chiesetta. La trentaseienne Pierina Gilli, fu Pancrazio, di Calvisano, ricoverata nell’ospedale ove esplica anche funzioni di infermiera ha dichiarato d’aver visto comparire verso le 18 di mercoledì scorso, la Beata Maria di Rosa. Trovandosi nella cappella, mentre era immersa in preghiere, dinnanzi ad una piccola statua della Beata, tre grosse gocce di sangue caddero su un purificatoio (che il sacerdote usa durante il sacrificio della messa) tenuto disteso fra le mani della donna. Il fatto sarebbe accaduto alla presenza di un’ammalata, Maria Assini, tuttora degente in ospedale e della Madre Superiora. Il purificatoio, con le macchie di sangue, esposto nella cappella dell’ospedale, richiamava, come si è detto, numerosa folla sino a sabato sera, allorchè esso veniva ritirato. L’autorità ecclesiastica, che è solita procedere con estrema cautela in simili casi (basta rammentare anche la recentissima diffida di Roma per i fatti miracolosi delle Tre Fontane), manteneva sull’episodio un comprensibile riserbo (…)”.

A differenza del soprannaturale, gli auspici che si erano profilati, invece, sul comune orizzonte istituzionale, pare che avessero materializzato la figura ideale del ruolo prefettizio come si era inteso ravvisarne gli aspetti, mediante un suo dato ritratto globale, assimilato a quei giorni, dove un avvicendamento al vertice della Prefettura di Brescia aveva costituito un motivo ispiratore per salutarvi il corrispondente titolare, confidando di poterlo andare ad identificare come: “(…) autorità vigile, comprensiva ed energica, assisa all’altezza della legge, cioè al di sopra di ogni parte, mediatrice tra legittimi interessi, moderatrice di passioni, tutrice serena ed inflessibile di ogni giustizia”.