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Brescia – Tanti brevi racconti, usciti dalla fantasia di un medesimo autore, senza che, per il momento, si sia riusciti a sapere il perchè siano stati, rispettivamente, pubblicati proprio su “Il Giornale di Brescia”, tra il 1949 ed il 1978.

La prof.ssa Carla Boroni propone una accurata raccolta rappresentativa di questa feconda carrellata narrativa nel libro denominato “I racconti per il Giornale di Brescia”, per le edizioni della “Compagnia della Stampa”, dopo essere già autorevolmente intervenuta sullo specifico argomento, attraverso un paio di analoghe pubblicazioni, dal titolo “Parole legate al dito”, realizzate per la “De Ferrari Editore” che, nella loro perdurante e monografica attestazione argomentativa, risultano potenzialmente collegate a quest’ulteriore volume aggiornato, appositamente approntato in un’accresciuta mole divulgativa.

In pratica, l’avvalorato spessore di uno scrittore, tale e quale da potere essere pure, fra l’altro, riconosciuto ad indice finalista del “Premio Strega” nel 1991, aveva valorizzato la “terza pagina” della locale testata giornalistica, mediante la sistematica inserzione di quelle personali trame narranti che, allo spazio editoriale, allora tradizionalmente vocato alla cultura, concorrevano alla proposta umanistica di una piacevole evasione novellistica, entro la quale l’invito alla lettura sperimentava una baluginante e cristallina modalità sintattica, nell’orma di una colloquiale mediazione linguistica, propria di una lieve speditezza espositiva stilistica.

morovich_copertinaTuttora non sono note le ragioni che abbiano favorito tale enucleata collaborazione, utilmente ingeneratasi fra la stampa bresciana e questo scrittore, all’apparenza, avulso da tale contesto territoriale dove, invece, riceveva l’evidente corrispondenza di una correlata assimilazione e di cui restano, per ora, oscure le aderenze chiarificatrici del perchè, fra i vari organi di stampa di provincia, proprio in quelle puntualmente compendiate nella cadenza capitolare di questo libro, per il tramite delle sue opere, vi si trovi l’esplicita e reiterata canalizzazione di spazi importanti.

Oggi, probabilmente, lo chiameremmo croato. All’epoca era un esule fiumano che, per non finire iugoslavo, aveva scelto, in coscienza, di essere italiano. Enrico Morovich (1906–1994) era nato in un sobborgo di Fiume, città dell’attuale Croazia, “suo padre era figlio un dalmata e di una veneta figlia di un austriaco; la madre discendeva da un piemontese e da una savoiarda. Il nonno materno era capitato a Fiume al seguito d’un’impresa francese che aveva vinto un appalto per opere meccaniche”: come scrive il suo biografo Bruno Rombi nel libro “Morovich oltre i confini” (“Editrice Liguria”, 1997), nell’ambito di un’interessante citazione, partecipata al lettore fra le circa quattrocento pagine di questa sopraggiunta pubblicazione che, nel merito, è stata realizzata per la cura della prof.ssa Carla Boroni, secondo una funzionale ed istruttiva raccolta, conseguita entro la cornice di una tematica esposizione capillarmente esperita, dove sono custoditi, in bell’ordine, i centoquarantadue racconti dell’autore in questione.

Di lui, il prof. Francesco De Nicola dell’Università degli Studi di Genova, quale città d’elezione del medesimo scrittore, spiega, fra l’altro, nella presentazione al libro, a margine degli alterni periodi di una pubblica considerazione, che “Dopo la sua scomparsa però (avvenuta nel 1994), il nome di Morovich tornò nell’ombra, fino a che Carla Boroni non indirizzò le sue ricerche a riscoprire il versante bresciano delle sue collaborazioni giornalistiche e ora, con gratitudine per il lavoro meritorio di questa studiosa, possiamo tornare a leggere con grande piacere in questo nuovo volume i deliziosi e (un po’) inquietanti e comunque unici e irripetibili, racconti brevi di Enrico Morovich”.

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Prof.ssa Carla Boroni

In quest’opera, importante per la letteratura italiana che, nell’ambito di un laborioso studio analitico su uno scrittore, noto a livello nazionale, ne esplora la feconda esperienza stemperata sul filo del nesso eloquente di un riscontro, a suo tempo, intercorrente con un territorio ad esso afferente, si può, fra l’altro, fare esperienza, insieme all’attestazione di altri racconti, nel frattempo rinvenuti nel periodo della sua collaborazione bresciana, di una scrittura pulita, per l’essenzialità, disinvolta e leggiadra, dell’immediato piglio scorrevole instillatovi che appare, a volte, quasi diaristico nel proprio incedere, prefigurando, in chi legge, l’aspettativa del subentro contenutistico di una maggior messa a fuoco d’insieme.

Uno svelamento, cioè, auspicato a discapito dello stile in cui lo stesso è veicolato, nell’ambito della scelta e della dinamica di affabulazione del contenuto trattato che è, variabilmente, immerso in un rispettivo scibile, per lo più evanescente, come lo scritto in cui la sua eco aleggia in una connotazione espressiva che lo rende, in capo a questo scrittore, tipicamente riconoscibile.

Si legge, fra l’altro, nelle pagine anticipatrici dei contributi di lettura, recuperati dalla prof.ssa Carla Boroni: “La natura è, assieme agli uomini, la grande protagonista nei racconti di Morovich. E’ una natura in cui domina il mare. C’è il chiaro riferimento alla sua città d’origine, Fiume, e alla sua terra d’adozione, Genova, entrambe profondamente amate”, come pure, in altra precisazione, si appura che “Tali caratteristiche tematiche che possono essere riscontrate nei racconti di Morovich sono le seguenti: l’autobiografia, la commedia umana, la metafora, la fantasia e il sogno, la descrizione psicologica e sociale”.

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Enrico Morovich

Il libro, la cui pubblicazione “ha ricevuto nel 2014 il contributo finanziario dell’Università Cattolica sulla base di una valutazione dei risultati della ricerca in essa espressa”, reca, fra l’altro la firma di Claudio Baroni, già vicedirettore del “Giornale di Brescia”, in calce ad una interessante premessa dove, fra alcune possibili e presunte motivazioni, recanti uno spiraglio di delucidazioni circa la presenza letteraria dello scrittore fiumano nell’allora panorama editoriale locale esaminato, si risolve con la suggestiva indicazione di una poetica evocazione, rispetto a quanto è argomentato in una praticata ricostruzione, affermando a proposito di “Sintonie nei cieli della Bassa. Sarà un’ipotesi surreale, ma forse l’unica che Morovich, schivo com’era sulle sue cose, sottoscriverebbe”.

Per certi versi, i racconti, sotto alcuni punti di vista, “riesumati” in presa diretta, mediante la provvidenziale messa a punto cumulativa di una analitica pubblicazione che, cronologicamente, li rispetta, si esplicano in quel rispettivo respiro corto in cui si sviluppano, assestandosi nell’equilibro di una conclusione dove si fonda l’intero senso e sapore della loro stessa narrazione, riguardo la quale la lettura non può che restare sospesa nell’attesa di un raggiunto epilogo chiarificatore che ne sostanzia l’ideazione.

In questo senso, nei testi, appaiono i paradigmi intuivi e misteriosi del “non detto” a recare, fra le righe, la progressiva focalizzazione di una serie di salienti connotazioni metafisiche, ispirate a quelle coinvolgenti percezioni immaginifiche che l’autore aveva saputo includere fra il proprio stile e la realtà, per così dire, invisibile.

Nel merito di questo fertile carisma espressivo, interagente fra più piani d’emozione, il prof. Francesco De Nicola, scrive, nel suo accennato contributo anticipatore del lavoro dedicato a questo apprezzato autore, pure ricordato, nelle pagine seguenti, come abile disegnatore, che, nei suoi confronti, “la ragione di tanto successo è da ricercarsi nella sua assoluta originalità rispetto alla massima parte degli scrittori italiani, in equilibrio tra la prosa d’arte di gusto rondista, un verismo attardato sul modello verghiano per non parlare degli estetizzanti postdannunziani o degli autori (e autrici) fabbricanti di modesti libri di evasione”.