Urla e schiamazzi. Sembra che l’uomo non possa farne a meno. In tempi recenti, viene da pensare che il fare rumore sia divenuto indicativo dello svolgere o meno la propria libertà, anche confondendo il chiasso con il divertimento, senza alcun condizionamento e senza nessun tipo di costrizione, alla quale dovere, in un qualche modo, rendere ragione del proprio comportamento.

Il risultato, pure non intendendo con questo il volere qui fare di tutta un’erba un fascio, è un’esplosione diversificata di rumore, in aggiunta al fisiologico andazzo tecnologico di contorno, oggi, in ogni caso, sempre più sofisticato, ma, non di meno, non ancor deprivato dall’impatto delle turbolenze implicite al proprio manifestarsi pervadente.

Il problema, se come tale lo si volesse intendere, era già noto da prima, ovvero da quando, su una questione del genere, si era presa, in debita sede istituzionale, una data posizione, fattibile di essere poi espressa editorialmente in una pubblicazione, come, nel caso del settimanale diocesano “La Voce del Popolo” che, in tempi, per così dire, ancora non sospetti, rispetto alla situazione odierna intesa nei suoi contingenti aspetti, aveva, al tema dei rumori emergenti dalla convivenza sociale per antonomasia, dedicato un’inchiesta, come la stessa risulta messa in pagina nel numero del giornale datato 26 luglio 1958.

Tale mirato contributo di stampa prendeva parte della propria forma divulgativa per il tramite di un’intervista all’allora vice-comandante della Polizia Locale di Brescia, Sergio Balini, in posizione di seconda al vertice di tale forza dell’ordine, al tempo, occupato, invece, da Ferdinando Bordiga.

Verso la fine degli anni Cinquanta, già si aveva contezza dell’impatto dei rumori nel vivere civile, al punto da fare anche un passo ulteriormente in avanti, rispetto al contemplarne le conseguenze, fino al già stabilire, fra di esse, elementi più deleteri compromessi con il tema, nell’intitolare questa proposta di lettura con lo scrivere “I rumori che ci fanno ammalare”.

Più chiaro di così, non sembra possibile che il medesimo concetto si potesse esprimere, trovando una maggiore enfasi, secondo un’allusione altrettanto diretta a quella problematicità che era individuata a danno di un’integrità salutistica per le implicanze rovinose del fenomeno esaminato.

In questo modo, entravano in campo i fonometri. Strumenti per la misurazione della rumorosità di ciò che attraversava, a vario titolo, la linea di una condivisione forzata, sui punti di contatto e di frizione, nella società, per quanto, pure, la stessa realtà fosse diluita in un tempo dove non era certamente paragonabile la saturazione odierna, corrispondente a quella di giorni nei quali, ad esempio, le quattro ruote non erano tante quanto quelle presenti nei nuclei familiari di oggi.

Un azzeccato preambolo di gran lunga eloquente, anche in relazione ad un accenno dedicato ad un prima e, al tempo stesso, ad un pensiero rivolto ad una situazione seguente che è di massima condivisibile pure nel nostro presente, era esplicitato nello scrivere che “(…) Un tempo quando l’uomo lasciava il lavoro, poteva riposare il corpo e distendere i nervi tra le pareti domestiche. D’altra parte anche i rumori che colpivano il suo orecchio non erano eccessivi. Oggi, invece, l’esistenza è caratterizzata dal rumore. Ci si riposa o ci si illude di riposare soltanto cambiando rumore. Cioè dal frastuono di una fabbrica o da quello che penetra negli uffici, al rumore di un’abitazione aggredita da ogni lato, giorno e notte, da mille sorgenti di disturbo. (…)”.

Nel frattempo, anche se, forse, senza suscitare l’impressione di quei notevoli sforzi che sarebbero stati potenzialmente letti, invece, come se l’avvento di una risposta fonoassorbente fosse richiesta a più non posso, una certa produzione, sviluppatasi a supporto dell’edilizia, ha sviscerato prodotti sempre più elaborati, per la ricerca del confort abitativo, in riferimento agli isolamenti acustici, comunque, sempre onerosi rispetto ad un semplice investimento in economia, attraverso una crescente sensibilità che pare, comunque, abbia dimenticato quanto si scriveva nel periodico bresciano accennato, a metà degli anni Cinquanta, precisando bellamente che“(…) la massa si va convincendo, dopo sorrisi ed incredulità, che il rumore è causa di malattie. (…)”.

Fonte di questo pronunciamento era un esperto in materia, personalità testimoniata in fonti della scienza medica, come figura preposta a poter sottoscrivere un’affermazione del genere, sulla quale anche oggi potersi, magari, interrogare, dal momento che, fatte le debite distinzioni, il rumore rimane un aspetto da poter tuttora densamente rilevare, a vari livelli, in un organizzato assetto sociale, fatto di opifici produttivi e di locali pubblici e privati, a margine di case e di strade, ma ancor più costituito dalle variabili connesse ad ogni singola e non sempre illuminata responsabilità personale: “(…) Il prof. Guido Guassardo, direttore della clinica pediatrica dell’Università di Torino, parlando dei danni dei rumori al fisico, nel “V Congresso Nazionale per la lotta contro il fumo ed i rumori” che si svolge, in questi giorni, a Nervi, ha detto “I rumori abituali quelli ripetuti come i rumori dei mezzi di trasporto in città, come la voce di una radio a volume eccessivo, possono causare l’ulcera e preparare un individuo all’infarto cardiaco. I danni più gravi, però, sono quelli del sistema nervoso centrale, con conseguenze permanenti specialmente sui bambini che diventano dei nevrotici, essendo i primi a subire i danni all’organismo. Siamo, per il cinquanta per cento, malati di nervi, in misura più o meno grave, a causa della tensione necessaria per produrre quotidianamente uno sforzo mentale, in ufficio, in studio, in casa, lottando contro rumori, voci, altoparlanti. (…)”.

Innocente bontà del tempo, pure intuibile nel seguito dell’articolo in questione, l’enucleare la lotta, contro il rumore, ravvisandola principalmente sulle strade, confrontandosi con gli interventi a contenimento ed a contrasto, messi in atto a Brescia dalla Polizia Locale, anche perché i mezzi a motore, allora in circolazione, risultavano strutturalmente dalle turbolenze fonometriche maggiori di quelle attuali, sebbene, anche al traffico stradale incombente, non manchino ulteriori spiragli utili per un ulteriore miglioramento in tale senso.

Una diversificata fonte del rumore riportava, allora come pure oggi, anche ad altri intrecci estemporanei ed altrettanto molesti, come, durante lo schiudersi del trepidante ed inebriante cielo estivo, appare sistematicamente, in ordine agli effetti percepibili fra la gente, in aderenza alle tendenze della vita sociale del momento, secondo i canoni mediante i quali la stessa appare in una intensità vociante più appariscente e, per certi particolari, anche indifferente, quasi che, il ritrovarsi ed il manifestarsi, avvenga sempre in una piazza d’armi, ovvero in una dimensione assoluta di propria esclusiva prerogativa riservata, entro uno spazio immenso, del tipo di quelli dove i generali fanno schierare battaglioni interi di soldati.