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I Samaritani rappresentano la più antica e piccola comunità religiosa nel mondo: a causa dell’acquisizione di terra palestinese da parte degli israeliani e delle conversioni all’islamismo, se ne contano oggi solo 772, divisi tra la città palestinese di Nablus, dove sorge il Monte Gerizim, e quella israeliana di Holon.

In occasione della missione in Palestina di Marzo 2015, grazie all’invito di Anan Al Samiri, funzionario dell’Autorità Monetaria Palestinese e membro della comunità, ne abbiamo potuto scoprire gli usi e le tradizioni.

I samaritani conoscono la loro genealogia a partire da Adamo tanto che Anan può affermare di provenire dal ceppo del governatore egiziano Giuseppe, figlio di Giacobbe. Unita da una profonda fede, questa antico ceppo ebreo, che noi ricordiamo grazie alla famosa parabola del Vangelo, arrivò in Palestina 3.600 anni fa per vivere sul Monte Gerizim e per proteggerlo, proprio come Mosè ordinò di fare.

Ancora oggi i Samaritani seguono e praticano pedissequamente i precetti della loro religione, contenuti nei 5 libri della Torah (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio). Credere nei precetti, ma non praticarli non sarebbe possibile perché questo implicherebbe l’uscita dalla comunità. Il samaritanesimo di oggi aderisce perfettamente a quello delle origini ed è osservabile anche dal fatto che, oltre alla lingua ebraica e araba, la comunità studia e parla ancora l’ebraico antico, le cui lettere ricordano, come degli ideogrammi, delle parti del corpo umano.

I samaritani, come i giudei, rispettano lo shabbat, ma la Torah giudaica diverge da quella samaritana in oltre 7.000 punti: ecco perché alcuni rituali cadono in giorni diversi e i samaritani si coprono il capo solo per pregare mentre nella quotidianità non indossano la kippah.

Per garantire la prosecuzione nel tempo della comunità, i samaritani, prima di sposarsi tra di loro (e solo tra di loro), si accertano di essere geneticamente compatibili. Una identità che, per essere conservata, ha bisogno di pace: ecco perché i samaritani palestinesi, unici a godere di ben 3 passaporti (quello giordano, israeliano e palestinese), hanno l’ambizione di essere un ponte nel conflitto israelo – palestinese. Senza pace sono a rischio Samaritani, Palestinesi e Israeliani.

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