Cremona – Un’erezione che dura da secoli. Tanto quella esibita sopra Via Ugolani Dati, quanto quella che è, invece, affacciata sulla strada laterale, rispetto alla medesima struttura, che, analogamente, all’altra, è a strapiombo da un’elevata altezza, ma situata su via Gabriele Faerno, in una sua, forse, più discosta misura. Un priapismo ostentato nell’ambito di un accostamento con l’altro genere, a sua volta, alla medesima stregua rappresentato.

Mezzo busto con le sembianze umane ed il resto, invece, ideato come le zampe caprine, pari a quell’animale in verticale. Questi mitologici e gaudenti simulacri classici, piuttosto bene marcati, nelle dimensioni attraverso le quali sono artisticamente proporzionati, si mostrano a chi passa con tutti gli “attributi” messi di fuori.

Satiri_Cremona_1Il palazzo di Cremona dove sono presenti questi rilievi statuari reca il nome “Affaitati” che si riconduce all’antico committente e proprietario del luogo, attraverso l’uso del cognome che solitamente circoscrive, di analoghi ambienti gentilizi, l’originaria individuazione, attraverso la specificazione del casato, mediante la pertinenza di una patronimica attribuzione.

Nel caso specifico, pare che la storia cremonese ascriva l’origine di tale vetusta architettura ad un tal Gian Carlo Affaitati di cui, si dice, che abbia fatto fortuna alla corte di Carlo V d’Asburgo (1500 – 1558), imperatore del Sacro Romano Impero, regnante su quei domini che si tramanda ispirassero, al medesimo monarca, la constatazione che su di essi non tramontasse mai il sole, dal momento che si estendevano in gran parte del mondo, divenuto, in un certo senso, ancor più esteso, ma al medesimo tempo, più piccolo, dietro i passi rapaci dei “conquistadores”.

Nel contributo di Laura Goi, pubblicato sul volume “Palazzo Affaitati a Cremona”, a cura di Antonio Piva, per la “Arnoldo Mondadori Editore”, si legge che “impresa leggendaria legata al personaggio di Giancarlo è il finanziamento della difesa della città di Anversa nel 1542, durante l’invasione francese dei Paesi Bassi, attuata da Francesco I. Quest’azione, unita agli ingenti prestiti stanziati a sostegno delle guerre di Carlo V in Europa e in Africa, procura a Gian Carlo Affaitati, personalmente, la baronia di Ghistelles nel 1545 e, come riconoscimento postumo, il titolo di principe di Hilts (castello di Cortemarcq in Fiandra occidentale) al figlio maggiore Gian Francesco nel 1563 e la patente dei conti di Ghistelles e Soresina (Cremona) ai figli minori Cosimo e Cesare”.

Nel dinamico riflesso dell’età rinascimentale, ammiccante, nel manierismo della propria ricerca espressiva, in un modo anche paganeggiante, all’epoca classica, pare si possa pure situare il ciclo dei satiri accennati, con i quali i bassorilievi decorativi dei diversi fregi perimetrici rispetto all’immobile in una trasgressiva sincronia, dettagliano alcune scene licenziose, fino a sembrare quasi di farsi le beffe del comune senso del pudore, soprattutto se rapportato ai tempi passati dell’imperante livella omologante dell’Inquisizione.

Satiri_Cremona_2Questi sboccati manufatti tridimensionali dalle pubende esplicite, hanno pure un cenno allusivo nel libro, a cura di Giovanni Coppadoro, dal titolo “Antonio Maria Viani e la facciata di Palazzo Gurrieri a Mantova” nello sviluppo di una diffusa trattazione che, nel citare gli architetti Giuseppe e Francesco Dattaro, menziona il “lascivo cornicione satiresco di palazzo “Affaitati – Dati” che i Dattaro edificano in Cremona tra il ’61 ed il ’70” del Cinquecento.

Queste rappresentazioni boccaccesche sembrano abbiano complessivamente resistito al loro stesso ostentato ed implicito esibizionismo, nel cui confronto tali opere di contorno si mostrano essere corrispondenti ad inequivocabili segni di un virile primitivismo, essendo, fra l’altro, sopravvissuti anche al tempo decorso in cui questo palazzo è stato, in seguito, sede, pure, di un ospedale, gestito dall’ordine religioso dei “Fatebenefratelli”.

Il piegarsi, allora, verso la sofferenza e lo sfatare ogni attenzione per porla, invece, a riguardo della cura ospedaliera, pare abbiano valso di più che il comporre l’eventualità di condizionanti imbarazzi d’insieme per il percepito assetto di una praticata dislocazione, dove, tuttavia, anche oggi, uno sguardo, anche distratto, capita si possa imbattere in quelle disinvolte nudità che indugiano, in una surreale sequenza panica, nei mitologici esseri antropomorfi tuttora fedeli alla loro consegna espressiva, tra i particolari dove dispiegano, in capo agli spazi oggi occupati dalle subentrate istituzioni culturali, gli orpelli sfatati di obliate suggestioni viscerali.