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Collio Val Trompia (Brescia) – Attribuiti tanto a luoghi, quanto a persone, certi nomignoli di vario genere, come pure una serie di curiosi epiteti e di soprannomi, funzionali nelle loro identitarie e consone espressioni a manifestare tipiche denominazioni, paiono essere rimbalzati a ridosso delle cronache del tempo dove hanno rispettivamente svelato l’implicita attinenza di quegli appellativi che sono pure risultati connessi al corso di particolari avvenimenti.

Quel rimbalzo che, a mero titolo esemplificativo, sembra essersi profilato, attraverso la dinamica di quanto accaduto in prossimità del luogo che, della Valsabbia, ne approssima la natura verso la contigua Valtrompia, dal momento che Bagolino è terra di confine, come, in una omologa ubicazione, Collio è località che, alle vicinanze di questa, ne riscontra territorialmente i termini della sua aderente dislocazione.

In un succinto contributo giornalistico, tributato all’informazione di quanto il quotidiano “La Provincia di Brescia” del 30 giugno 1910 assicurava alla propria puntuale edizione, un concomitante abbinamento di soprannomi esemplificava, sia della località interessata che del personaggio coinvolto, quel correlato assortimento che, in uno stampo vernacolare di allusivo dispiegamento, ai soprannomi citati, si dimostrava essere raccolto in riferimento ad un tale detto “Bergamina” che “trovandosi in località “Paradis” (località assai pericolosa per il perpendicolo sul tortuoso fiume Caffaro) per attendere all’accensione di una carbonaia a cui è addetto, veniva, da un masso che improvvisamente si staccava dal monte soprastante, travolto e trascinato per circa un centinaio di metri e giacque sul limite del fiume per tutta l’intera notte, senza soccorso alcuno. Stamane, venne rinvenuto privo di sensi da un suo fratello che indarno lo ricercò durante la notte. Venne chiamato con urgenza il sig. medico il quale constatò diverse contusioni e si riservò il suo giudizio in merito alle contusioni interne”.

Se all’inizio del Novecento tracce di appellativi, interpretati anche nella famigliarità di contesti modellati lungo le conche e tra le vallate strette dalle vette alpestri, s’imponevano pertinenti alla definizione degli estremi utili a tratteggiarne le espressioni identitarie situate al centro di alcuni descritti avvenimenti, è da un passato, rispetto a quel periodo, ancora più remoto, che paiono, fra l’altro, tramandarsi i soprannomi intrecciati alle antiche contrade di Collio ed ai mestieri delle diverse generazioni che nel suo territorio ne contrassegnavano le significative attestazioni, non estrenee, anche, ad un caratteristico contesto minerario sviluppato in un laborioso cimento.

“Nota dell’Anime della parrocchia dei santi Nazaro e Celso di Collio, l’anno 1757”: in questo modo le antiche pagine manoscritte di un registro del locale archivio parrocchiale introducono una sommaria panoramica, aperta sugli abitanti di Collio della seconda metà del Diciottesimo secolo.

Ciò che affiora dal passato pare porsi nell’ampia scelta descrittiva, realizzata per il tramite di una omogenea elencazione complessiva delle “anime”, quindi di tutte le persone residenti nel territorio della parrocchia, ordinate per zone dell’abitazione occupata, nella scacchiera delle località costitutive le diverse componenti geografiche della comunità, e secondo il particolare ricondursi originario delle famiglie d’appartenenza.

Scorrendo la lettura dei_saperi_della_montagna_pastorello scritto settecentesco incontriamo Collio diviso nella contrada della Piazza, nella contrada di Tizio e nella contrada di Memmo, con i rispettivi nuclei famigliari accanto ai quali, oltre al cognome, si specificava il soprannome, a volte significativo del lavoro registrato in capo alla professione svolta dalla persona in questione, di fatto censita, grazie ad una corrispondente annotazione.

Durante quel periodo che, alla Repubblica di Venezia, aggiogava il tempo, ormai proteso verso la fine di questa plurisecolare istituzione marinara, nella cosidetta “terraferma” dello stato veneto, ramificato fin dentro i più reconditi spazi montani anche della Valtrompia, nella “contrada della Piazza di Collio” pare abitassero 320 “anime” delle quali 235, come specificava l’estensore del manoscritto ad uso ecclesiastico, erano in età idonea ad accostarsi al sacramento dell’Eucarestia: tra le famiglie residenti, quelle dei Tonini, rappresentate dai Tonini detti “Pedrolini”, dai Tonini detti “Gos” e dai Tonini detti “Pasinini”; quella degli Zanardelli divisi nei vari rami familiari con i rispettivi soprannomi di “Barelino”, “Recchia”, “Gozine”, “Cuco”, “Tonghi” e “Batterone”; la famiglia dei Bianchji detti “Blanch”; dei Fracassi individuati con il termine di “Chiucona”; dei Paterlini detti “Pezza”; dei Tabladini soprannominati “Ros”.

In questa contrada, centrale al paese, pare risiedessero anche lo “speciale” Francesco Piccinelli, della cui pratica professionale se ne attestava il ruolo di farmacista ed il “molinaro” Giacomo Ramacini, il cui mestiere famigliarizzava, mediante la diretta allusione dell’operatività della professione, con il sostentamento del paese, tra le farine e le granaglie a proposito delle quali il suo opificio offriva, anche alla dinamica del commercio, le lavorazioni attese.

In un simile contesto anagrafico la minuta grafia, dell’autore del registro parrocchiale, andava ad aprire anche l’ampio ventaglio delle famiglie abitanti, invece, la contrada di Tizio dove avevano casa le famiglie dei Tonazzi, sia “Bisagol” che “Gibino”; quelle dei Lazari detti “Basseghina”, ma, anche, in altri casi, di ciò che si prestava ad essere attinente altri nuclei familiari,“Calcagnoni” e “Repipino”; quelle dei Paterlini, anch’esse suddivise nelle diverse individuazioni dei “Falargo”, dei “Turco”, dei “Chiapino”, dei “Colega” e dei “Rasseghino”; quella dei Biena detti “Torset”; quella dei Calsoni, chiamati o “Mercant” oppure, in un altro ramo di probabile parentela, “Tentor”; quella dei Venturi detti “Cornel” e quella dei Fracassi chiamati “Svanino”.

Famiglie che a Tizio sembra enumerassero, all’epoca, 311 persone, 216 delle quali erano testualmente individuate “già in età da Comunione”.

Altrove, ma comunque, ancora, in riferimento alla medesima località valtrumpina, suddivisa negli accennati agglomerati toponomastici di disgiunte ubicazioni, gli Zanardelli di Memmo venivano chiamati “Marteneghino”; avevano inoltre dimora, in quella parte di abitato, gli Zanardini, detti “Tonegrand”, ma anche, in un’altra risma, “Ministrina”, come pure “Lovatino Pelat”, nella variante anche di “Peto Baulì” e di “Zampiro”; le famiglie Mensi condividevano il medesimo cognome nell’ambito dei soprannomi “Capitanio” e “Barbel”; quella degli Egini chiamati “Buttafora”; quella dei Tavelli soprannominati “Guaret polpeta”, mentre, “al Castello”, pare risiedessero sia la famiglia Fracassi, menzionata con l’appellativo di “Chiucone” che quella dei “Mensi” conosciuta con il soprannome di “Magolino”. A Memmo, secondo la stima di questo documento, si contavano 247 persone, 64 delle quali, l’allora strutturata statistica realizzata, parametrata ad una specifica misura generazionale sulla quale la stessa sembrava fosse imperniata, non erano ancora in “età da comunione”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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