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Brescia. L’occasione per intervistare Francesca Poretti, scrittrice e docente di Lettere Latine e Greche presso i licei classici di Taranto, realizzata da Rosa Guidetti presidente dell’Associazione Montessori di Brescia, è l’occasione della rassegna della Microeditoria.

Rosa Guidetti ha gentilmente concesso a Popolis l’intervista a Francesca Poretti per la presentazione sua ultima operaIfigenia l’innocente sfortunata”. Affrontando temi molto attuali come la condizione della donna nella società o come era considerato lo straniero.

Da dove nasce il desiderio di pubblicare quest’opera su Ifigenia, l’innocente sfortunata? Questa donna apparentemente fragile che poi si trasforma in una combattente astuta e determinata?

Premetto che sono sempre stata affascinata dalla tragedia greca e dai personaggi soprattutto femminili, dalle protagoniste di tanti drammi; avevo già analizzato figure come Antigone, Deianira, Alcesti, Medea, Andromaca, Ecuba, Elena. L’idea di una pubblicazione su Ifigenia si è presentata in occasione della  preparazione del viaggio a Siracusa che la Delegazione di Taranto dell’AICC – Associazione Italiana Cultura Classica, da me presieduta, avrebbe proposto nell’estate 2020 ai suoi associati per assistere alla tragedia Ifigenia in Tauride, di Euripide. Viaggio poi annullato a causa dell’emergenza sanitaria da Covid. Mi sono dedicata all’analisi della tragedia  e il personaggio di Ifigenia mi è subito apparso particolare, sicuramente meritevole di un approfondimento. Da qui, confortata anche dal giudizio dell’amico editore, prof. Piero Massafra, il pensiero di farne un volumetto per una pubblicazione contenente la tragedia di Euripide, che ho ri-tradotto, e altre versioni della stessa storia, in particolare il dramma omonimo di Goethe e il poemetto originalissimo, Il ritorno di ifigenia, di Ghiannis Ritsos.

Aristotele nella sua Poetica definisce “tragico” un personaggio che passa da una condizione di fortuna ad una di sventura non per sua malvagità ma per colpa. Ifigenia è un personaggio tragico. Perché? Qual è la sua colpa?

La definizione aristotelica di personaggio tragico è molto efficace: un personaggio è tragico se il suo destino comporta infelicità, ma non può, egli dice, essere davvero tragico, se non suscita negli spettatori sentimenti di “paura” (φόβος) e di “compassione, pietà”  (ἔλεος). E’ tragico un personaggio che, pur non essendo malvagio, va incontro alla sua rovina per una colpa non sua. Ifigenia è innocente, sia da un punto di vista oggettivo che soggettivo, in quanto non commette alcun misfatto, neanche involontariamente. La sua unica colpa è di discendere da una stirpe maledetta, che si è macchiata, questa sì, di colpe nefande (una assurda catena di delitti attraversa la stirpe cui ella appartiene). Ifigenia, dunque, è un personaggio tragico, cioè, suscita paura e compassione, proprio perché va incontro a un destino tremendo pur essendo innocente.

Questa pubblicazione si divide in 2 parti, una prima parte di analisi delle tre opere di Euripide, Ghoete e Ritsos  e una seconda parte contenete  la traduzione del dramma euripideo, non elaborata per una rappresentazione teatrale ma letterale e fedele al testo greco, con un comparto di note molto corposo e accurato e una ricca bibliografia.  Quali differenze ha riscontrato in queste tre versioni dell’Ifigenia?

Le differenze sono numerose. Mi limiterò ai tratti distintivi del personaggio di Ifigenia. L’Ifigenia di Euripide è una donna capace di sentimenti profondi (in particolare l’amore per il fratello), ma anche dotata di intelligenza, buon senso, astuzia (numerosi sono gli elogi all’agire femminile nel corso della tragedia). E’ lei a organizzare il piano della fuga dalla terra dei Tauri per il ritorno in Grecia.

L’Ifigenia di Goethe è invece una fanciulla di sentimenti puri, quasi una santa; ha nostalgia della sua patria, della sua famiglia (in questo somiglia all’Ifigenia di Euripide), ma è perennemente incerta, smarrita, combattuta tra la necessità di salvare sé stessa e il fratello e i valori morali che le impongono di non servirsi della menzogna e dell’inganno.

Del tutto diversa è l’Ifigenia di Ritsos, che descrive il suo ritorno ad Argo, nella sua casa di un tempo, in un lungo monologo: è una donna stanca, delusa, preda dello sconforto, desolata, che va e viene con i pensieri e i ricordi tra passato e presente (flusso di pensiero, tempo sincronico) in una dimensione surreale, onirica, che genera una sensazione di oppressione e di turbamento.  Dunque, rispetto alla visione ottimistica dell’Ifigenia euripidea (ma anche goethiana), questa di Ritsos manda un messaggio del tutto negativo: la vita è un camminare in mezzo alla morte, una desolazione in cui non c’è nulla da aspettarsi.

Attraverso il racconto della storia di Ifigenia si affrontano temi molto attuali come la condizione della donna nella società o come era considerato lo straniero (tema molto sentito anche oggi).

Ha sempre colpito gli studiosi che proprio Euripide, considerato il più misogino dei poeti del suo tempo, abbia portato sulla scena nobili figure di donne (si pensi a Deianira, Alcesti, Fedra, Medea, Andromaca, Elena, e Ifigenia appunto). Frequenti sono, anche in questa tragedia, le parole di ammirazione per l’agire femminile. Le sue convinzioni etiche e di grande modernità ci fanno pensare a un anticonformista, anche se non un rivoluzionario che voleva cambiare la realtà della società del suo tempo, che voleva la donna greca, ateniese in particolare, limitata e confinata al suo ruolo di moglie e madre. Almeno non abbiamo prove in questo senso, considerando non solo il fatto che siano “barbare” le portatrici di questo suo pensiero anticonformista, ma anche riflettendo che le situazioni portate sulla scena sono pur sempre situazioni tratte dal mito, non dalla storia.

Per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti dello straniero, Euripide sembra molto nazionalista, come tutti i Greci del suo tempo; anche se non parlerei qui di razzismo, ma di consapevolezza, frequente nel mondo antico, di superiorità delle usanze greche rispetto a quelle degli altri popoli non greci, considerati barbari. Razzismo è un’altra cosa, è considerare una razza superiore a un’altra per l’aspetto fisico (così la razza ariana veniva considerata nella Germania di Hitler), così come determinismo geografico, ovvero, considerare l’influenza di un clima determinante per la superiorità intellettuale di un popolo. Va aggiunto che Euripide non segue il relativismo etico di Erodoto, che, alla luce del fatto che ogni popolo considera i suoi costumi migliori di quelli degli altri, li considerava tutti legittimi e degni di approvazione.Cosa risponderebbe a chi considera la storia antica una disciplina per appassionati focalizzata su un passato ormai troppo lontano e poco istruttivo per le nuove generazioni, rispetto ad altre discipline? 

Risponderei che non sa quello che dice; potrei capire una critica del genere se rivolta allo studio delle lingue classiche (soprattutto uno studio normativo, sistematico, staccato dalla realtà storica, politica, economica, sociale, culturale che si esprimeva in quelle lingue, uno studio fatto di regole e eccezioni), ma non capisco e non condivido un rifiuto dello studio della storia antica greco-romana, che sicuramente riguarda un passato ormai lontano, ma che è fondamentale per la conoscenza di situazioni ancora attuali. Il confronto con gli antichi è utile a capire l’evoluzione di certi ordinamenti, di certe istituzioni, l’origine delle forme di governo, il progresso nelle arti, nella cultura, nella civiltà, ecc. ecc. Seppur faticoso, lo studio è fonte inesauribile di conoscenza e questa a sua volta porta alla vera e unica libertà che ci possiamo permettere e a cui dobbiamo aspirare, quella del pensiero, visto che nella vita non si è mai davvero liberi, prede come siamo di condizionamenti quotidiani e ossessivi.

Può secondo lei la mitologia classica, e più in generale il mondo classico, essere ancora terreno di riflessioni attuali per le nuove generazioni?

Nel caso di Euripide, va segnalata la grande attualità rispetto al tema della guerra, che egli vive (la guerra del Peloponneso) e che considera inutile, causata da futili motivi oltreché crudele (si pensi alle Troiane, all’Ecuba), alla sua riflessione sugli dèi, che considera spesso meschini, di cui demistifica i comportamenti e le azioni; una riflessione che mostra il suo razionalismo. E ancora… la condizione della donna, la considerazione dello straniero, il pacifismo, l’atteggiamento nei confronti della religione: che cosa non ci insegna Euripide?