Brescia – Il batacchio di una delle campane di Pontevico  si è staccato nella Pasqua del 1897 per andare ad ammazzare una giovane donna ed a ferirne seriamente un’altra. A documentare la tragica vicenda è il quotidiano dell’epoca, dalla caratteristica ed ora obliata testata, che si richiamava al territorio di sua diffusione nell’enunciarsi come “La sentinella di Brescia“.

La festività pasquale di quell’anno cadeva il 18 aprile e la prima utile edizione del giornale successiva si è trovata ad essere quella del martedì seguente, dopo il consueto giorno di riposo dell’inizio della settimana per l’astensione lavorativa in redazione legata alla domenica.

L’incidente, avvenuto in piena belle epoque nel bel mezzo della bassa bresciana per quel che attiene Pontevico, individuato nel centro storico a ridosso della chiesa dedicata a san Tommaso, è riferito tra le fitte pagine del quotidiano il 20 aprile 1897, secondo un resoconto di cronaca destinato a informare circa l’increscioso fatto ed, al tempo stesso, circoscriverlo esaurendolo nella notorietà raggiunta.

L’ammutolito silenzio delle edizioni poi succedutesi non dedicava più spazio a quello che ai giorni nostri avrebbe invece sicuramente un lungo strascico di aggiornamenti e di approfondimenti a tema nella corsa incalzante delle rispettive pagine quotidianamente lanciate all’interpretazione dell’attualità in svolgimento.

Con alle spalle la maggiore fra le solennità cristiane, rappresentata dalla Pasqua di Resurrezione e, nel tempo ormai sopravanzato oltre il lunedì dell’Angelo, il lettore de “La sentinella bresciana” leggeva a proposito della singolarità di quanto aveva insanguinato le liete note dell’annuncio pasquale con il sofferto contenuto dell’articolo pubblicato quel martedì di fine secolo: “… Pochi minuti prima di mezzogiorno, appena terminata la messa solenne, mentre le campane dall’alto della torre suonavano a distesa, le giovani contadine Olivetti Giuseppa fu Francesco d’anni 25 e Marini Caterina di Francesco uscivano dalla chiesa e s’incamminavano alla volta delle loro abitazioni passando rasente al campanile. Proprio in quel momento il batacchio della campana maggiore ebbe a spezzarsi e a precipitare nella via sottostante andando fatalmente a colpire le due disgraziate fanciulle. Mortalmente ferita alla testa, l’Olivetti veniva con ogni cura trasportata a quell’Ospitale, dove fra il pianto e la disperazione dè suoi cari che ne circondavano il letto cessava poche ore dopo di vivere. La Marini, gravemente ferita ad una spalla, venne pure ricoverata all’Ospitale“.

La dinamica dell’accaduto non lasciava dubbi circa la sua causa, ma metteva in dubbio l’eventuale coinvolgimento di responsabilità diverse rispetto al solito caso, vestito di destino, appaiato con la fatalità che può anche divenire tragica ed accanita sfortuna. Nelle misteriose traiettorie determinate dal movimento ondeggiante campanario e dal peso a caduta libera attraverso il vuoto, la legge di gravità non era naturalmente sufficiente a stendere un velo di pietoso rammarico sulla morte di una persona e sul grave ferimento di un’altra. Nel dare notizia del “gravissimo fatto di Pontevico” com’è appunto titolato l’articolo, il cronista, di cui non compare nella pagina del giornale né la sigla e nemmeno la firma per esteso, sviluppa il proprio scritto con la specificazione che “dopo le constatazioni di legge, seguite in breve tempo e senza alcun incidente, venne telegrafato alla nostra Procura del Re“. Il re, in quel periodo, era Umberto di Savoia che sarebbe stato destinato di lì a pochi giorni a subire a Roma un attentato nel primo pomeriggio di giovedì 22 aprile 1897 che non gli sarebbe però risultato fatale, come quello che la storia subentrata a quel giorno può tuttora registrare alla data del 29 luglio 1900 per il regicidio avvenuto Monza a seguito di quei colpi d’arma da fuoco che tre anni prima erano stati funestamente anticipati dalla minaccia esplicita di un fendente di pugnale andato a vuoto e vibrato dal ventiquattrenne Pietro Acciarito.

La notizia dell’attentato al monarca aveva avuto una vasta eco anche sui giornali locali come “La sentinella bresciana” in modo da catturare la più vasta risonanza rispetto al resto della cronaca raccolta che, nel caso di Pontevico, rimaneva ascritta al solo articolo citato in cui l’autore riferiva pure sia del funerale celebrato già il giorno dopo la morte della giovane uccisa che della caritatevole sottoscrizione avviata a favore della sua madre vedova per la quale si auspicava una forte raccolta in modo che “la corda della carità vibri sempre generosa, gentile e piena di slancio quando si tratta di venire in aiuto a chi soffre“. Se ne sarebbe riparlato tra meno di un anno. Il tempo di qualche mese e la macchina della giustizia messa in moto a seguito del fatto della trascorsa Pasqua di sangue avrebbe dimostrato di provare a sbrogliare la matassa delle indagini e delle perizie intercorse che, proprio nel periodo appena dopo il Natale seguente, rivelavano i propri sviluppi in fase processuale, tanto da assurgere a quella notorietà della quale anche il giornale “La sentinella bresciana” riteneva di doverne fare puntuale opera di informazione.

Sullo sfondo del batacchio omicida, fulmineo e cruento nel bersagliare una sprovveduta passante e ad infortunarne un’altra, si collocavano all’attenzione dei giudici del Tribunale penale da un lato l’impianto campanario realizzato fin dal 1895 con otto campane, dall’altro Mons. Bassano Cremonesini, abate di Pontevico, Giuseppe Pagani, “inceppatore di campane” ed anche Giuseppe ed Enrico Calvi “magliai“, tutti imputati per la nota vicenda. Le responsabilità da appurare erano in ordine alla natura del materiale, alla qualità del lavoro, alla manutenzione ed alle scelte gestionali relative ai bronzi in relazione ai quali si erano raccolte in paese alcune perplessità e riserve in disaccordo a quanto messo in atto dall’autorità parrocchiale, rappresentata, non a caso, dal suo titolare che, nonostante il dramma dell’immane vicenda fatale, risulta essere una figura di spicco nel panorama del clero bresciano di quel tempo (Enciclopedia Bresciana, volume terzo) ed a cui, tra l’altro, Pontevico deve la ristrutturazione della chiesa abbaziale di san Tommaso nel 1886, la suddivisione delle proprietà terriere della parrocchia in piccoli poderi per la maggior autosufficienza degli affittuari, ed il riuscito avvio tanto della latteria sociale che della società operaia di San Giuseppe.

Secondo il Comune di Pontevico e la Prefettura otto campane erano troppe per il campanile locale che, invece secondo i tecnici e gli ingegneri consultati dall’abate poteva reggerne il peso nell’ambito di una valutazione che aveva portato all’esecuzione dei lavori per la messa in posa opportunamente munite dei batacchi costruiti da Giuseppe ed Enrico Calvi con “ferro vecchio dolce“. Quello della campana più grande, fra le otto installate, comunemente chiamata “campanone” aveva però dato modo di evidenziare un punto di battuta “un centimetro più alto del punto voluto” per cui il tecnico “inceppatore di campane” Giuseppe Pagani lo aveva fatto allungare a probabile discapito della grossezza dell’asta del batacchio stesso e quindi della sua tenuta in sicurezza, secondo quanto si evince dall’articolo dal titolo “La disgrazia di Pontevico” pubblicato “sabbato” 8 gennaio 1898 su “La sentinella bresciana”. Stesso giornale che, nel seguire il decorso giudiziario fattosi cronaca dentro la medesima cronaca che lo aveva generato negli accenti estremi del fatto pasquale occorso, interveniva tra le notizie desunte dal Tribunale penale con la pubblicazione di un altro articolo dallo stesso titolo di quello precedentemente accennato, riproponendosi nell’edizione di domenica 9 gennaio 1898 con lo sviluppo di notorietà a margine di altri particolari, senza che gli elementi sopraggiunti avessero consistenza di un qualche colpo di scena.

Di pari passo la sentenza si era avvicinata a maturazione sulle pagine del quotidiano citato nella sua uscita in stampa di martedì 11 gennaio 1898 relativa all’udienza del giorno prima, avvenuta cominciando dalla mattinata di lunedì, quando il tribunale, constatata la perizia delle “fucine Franchi” dalla quale a proposito del batacchio risultava che il “ferro è di discreta qualità, per quanto non adatto a tale fabbricazione” tanto che, ad opinione dei periti, “la rottura poteva darsi anche senza l’assottigliamento” e che se fosse stato ferro di qualità buona l’arnese avrebbe invece resistito, rimandava l’udienza all’indomani mattina, mentre i difensori degli imputati altro non accampavano a favore dei loro assistiti che “il fatto fosse avvenuto per disgrazia accidentale“. Ai lettori de “La sentinella bresciana” di mercoledì 12 gennaio 1898 l’epilogo della vicenda è stato sintetizzato nella cronaca degli estremi della sentenza nella quale il Presidente del Tribunale “in un sepolcrale silenzio” aveva ritenuto colpevoli l’artigiano Giuseppe Calvi e l’abate Cremonesini che venivano condannati a dieci mesi di detenzione, ad una multa di 1666 lire ed “alle spese processuali in solidum“.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.