Brescia – Chi in prigione ci andava e chi da essa riusciva ad evadere. Tanto l’uno, quanto l’altro avevano rispettivamente contraddistinto, in altrettanti casi, le cronache giudiziarie bresciane dell’autunno del 1910, quando il bigamo di Bagnolo Mella era arrestato in Francia, il detenuto Lelio Lisarelli, detto “el rat”, riusciva a fuggire dalla propria cella verso quella sospirata libertà nella quale lo si sarebbe ricercato a Brescia, setacciando l’area urbana, tanto in Castello, quanto “in una casa da the in via Beveratore” e nella zona di corso Magenta e di corso Cavour, mentre altre segnalazioni ne avrebbero poi dirottato le ricerche lungo la via dei Ronchi, accavallandosi con presunti avvistamenti a ridosso di Porta Venezia ed altri, infine, in una diversa città.

Spacciatosi per cittadino statunitense, entrato nella sedicente identità di una non meglio accertata personalità, rasente ruoli sfuggenti di avocate opportunità, Luigi Facchi si era sposato, mentre agli atti risultava ancora coniugato con un’altra donna, alla quale si era ufficialmente unito in nozze, prima che la sua vicenda personale lo portasse a quelle avventurose prestigiazioni di mentite spoglie, legate a strenue finzioni ed a strategiche menzogne.

Di lui la stampa in edicola nel lontano 1910 ne pubblicava la svolta draconiana partorita da quei giorni ad epilogo della sua trasferta, nella camuffata giravolta fra luoghi, persone, dimensioni ed infrazioni che dalle leggi lo avevano invece ricondotto a più veritiere relazioni, assestate su composizioni famigliari di ben distinte attribuzioni.

Del bigamo, l’edizione de “La sentinella bresciana” di giovedì 13 ottobre 1910, ne descriveva, in una sintetica rappresentazione, la maldestra impostura, giunta alla resa dei conti, dopo il consumarsi di una parte strenuamente condotta a priori: “Quattro anni or sono giungeva a Mentone certo Luigi Facchi, quarantaduenne, il quale prendeva alloggio presso la vedova italiana Giulia Bianchieri, alla quale dichiarava di essere molto ricco e di essere suddito americano. La Bianchieri, madre di tre figli, fu presto conquisa dalle belle maniere e dalla prodigalità dell’americano e acconsentì volentieri a sposarlo. Dopo varie difficoltà sollevate dallo Stato Civile il matrimonio potè essere celebrato a Sanremo nel giugno 1907. Gli sposi tornarono a Mentone, ma qualche tempo dopo, non regnando più la pace in famiglia, la moglie chiese ed ottenne al Tribunale di Nizza che fosse pronunziata la separazione legale. Il Facchi si allontanò allora da Mentone facendovi ogni tanto qualche rara apparizione. (…..) Se non che la polizia mentonese era riuscita, dopo pazienti ed accurate indagini, a stabilire che il Facchi, nativo di Bagnolo in provincia di Brescia, è bigamo essendo sposato in Italia a certa Grossali Emilia. Il Facchi è stato arrestato stamane”.

Lo smascheramento aveva indirizzato un non meglio identificato cronista del quotidiano “La Provincia di Brescia” a sviluppare i contorni della notizia, recandosi nel paese d’origine del personaggio, per ripercorrerne le tracce, attraverso un’indagine giornalistica dalla quale era scaturito l’incontro con colei che si svelava alla realtà setacciata come “la fruttivendola Maria Facchi, maritata Paolo Ferrari, è una donna sulla cinquantina, tipo classico di massaia bonaria ed ingenua”.

La donna, sorella del bigamo che non vedeva da vent’anni e da cui non riceveva notizie da ormai un lustro, rilasciava al giornalista i termini coloriti di una spontanea battuta, per la folcloristica sostanza dell’improvvisata intervista, pubblicata su “La Provincia di Brescia” di giovedì 13 ottobre 1910: ”La buona donna rispose alla prima domanda con aria di sorpresa, come se l’accenno al fratello le risvegliasse un ricordo troppo lontano. La notizia circa l’accusa di bigamia, anziché turbarla, le suscitò uno scoppio di buon umore. Alla breve conversazione assistevano anche il marito ed il figliolo, altre due figure bonarie e sia l’uno che l’altro, non mostrarono di rimanerne più impressionati di lei. Pareva che avessimo recato la notizia che il “Bigio” aveva vinto un terno secco. “Ma sal che chesta l’è bela!” – ripeteva la donna tra una risatina e l’altra. “Madona che boia d’un scèt. Do moer en dè n’à olta sula. Niel mia asè de ona….?” E’ quello che ci siamo chiesti anche noi. E quasi, quasi, sia detto in tutta confidenza, ci vien voglia di osservare se, dopo la pena che gli infliggerà il Tribunale di Nizza, per reato di bigamia, non sia il caso di conferirgli una modesta onorificenza per il coraggio civile dimostrato con l’affrontare due mogli – e forse anche due suocere! – in una volta sola. Via, coi tempi che corrono, ci vuole del coraggio!. Ha ragione la sorella: ne bastava una”.

Tempi, questi, nei quali, fra l’altro, al Teatro Sociale di Brescia andava in scena la commedia in tre atti di Ettore Moschino dal titolo la “Reginetta di Saba”, il tenore Caruso si infortunava a Monaco rientrando dietro le quinte durante la “Bohème” e l’oste Pappini Pio di Campo Fiera, alla periferia del capoluogo bresciano, smarriva un cane Setter, bianco con macchie nere, a favore del ritrovamento del quale si prospettava “una mancia competente a chi lo riconsegnerà”, dandone annuncio attraverso le notizie di vario genere, messe nella stessa pagina dove pure trovava ampio spazio quanto invece si rapportava a quella notorietà che dal sedicente cittadino americano, spacciatosi per nativo di Chicago, si spostava su un altro bresciano che riusciva, sotto le paventate vesti di un muratore, a fuggire dalla sua prigione.

Nel centro storico di Brescia, negli ambienti di certe strutture del palazzo del Broletto, allora adibite a carcere, un giovane detenuto imbrogliava un sorpreso addetto del Tribunale, attiguo alle stanze di detezione, ottenendo di fatto il varco aperto per la propria fuga a gambe levate.

Dell’evasione, la stampa locale era intervenuta per ragguagliare d’informazione quanto di essa faceva parlare, dalla città fino all’indefinito altrove, ciò che era in capo al detenuto Lelio Lisarelli, già noto all’opinione pubblica “per il famoso furto in castello del medagliere del Cav. Pasini” e su cui gravava una pena detentiva di circa tre anni, da dovere ancora scontare, anche per avere rubato numerose biciclette, ricorrendo a quell’impudente audacia che gli aveva fatto acquisire il nomignolo di “el ràt”.

Questo lesto manovale, dal fare molesto e disonesto, era ritornato alla visibilità delle pagine dei giornali per quanto, riguardo alla sua avventurosa evasione, era anche riferito da “La Provincia di Brescia” di venerdì 14 ottobre1910, contestualizzando il singolare evento che spezzava l’ordinaria quotidianità entro quell’antica sede delle istituzioni cittadine dalle quali, se ne cava oggi, rispetto ad allora, tutt’altra destinazione e prospettiva che si pone, quindi, verso il passato ad un possibile confronto, per un’immedesimazione di curiosa retrospettiva: “Al secondo piano, che sovrasta le carceri di Broletto, si trovava soltanto il custode Savoldi Giovanni, un vecchio vicino alla settantina, un po’ sordo e di vista debole che gironzolava dalla latrina alla sala delle udienze a lenti passi e curvo, assorto nelle sue meditazioni. Ad un tratto giunse all’orecchio del buon vecchio un rumore che proveniva dalla sala delle udienze; entrò in fretta per verificarne la causa e rimase attonito nel vedere un giovane, ritto dalla cintola in su…..sul pavimento, novello Farinata, che lo guardava con due occhi nerissimi e minacciosi. Al momento il Savoldi non seppe rendersi ragione della presenza nella sala della giustizia di quell’uomo dalla sguardo antipatico, in quello strano atteggiamento, e avvicinatosi gli chiese candidamente cosa fosse venuto a fare. L’altro che probabilmente era un furbo matricolato, rispose con voce ferma e chiara, ostentando tranquillità: “Mi ha mandato il mio capomastro per riparare la malconcia cella n.4”.

Dalla posizione di mezzo busto, tagliato dalla linea del pavimento, che al cronista aveva suscitato allusioni dantesche relative al personaggio di Farinata Manente degli Uberti incontrato da Dante all’Inferno, mentre si ergeva a metà figura dalla tomba infuocata, l’evaso fuoriusciva invece al conquistato spazio dell’ambiente ormai raggiunto, proporzionando la propria interezza nel superare del tutto il varco ricavato dal soffitto della prigione e nel prontamente togliersi i calzoni della sua divisa a righe di detenzione, già indossando, sotto gli indumenti da galeotto, quelli da borghese per mimetizzare le proprie azioni ormai di fatto intraprese.

Da lì, scalzo e senza giacca, la corsa fuori dalla profanata cornice giudiziaria, aggirandosi nell’atrio degli uffici, estranei al sottostante piano carcerario, superando poi d’un soffio i gradini dello scalone e, d’un tratto poi all’esterno dell’edificio, “con la rapidità di un folletto”, dileguarsi in “piazza della Posta e di là per via Mazzini, in via Portauova dove scomparve improvvisamente”.

L’evasione, resasi possibile anche grazie alla collaborazione della decina dei detenuti presenti nella cella, aveva preso la strada verso l’alto, manomettendo l’impalcatura a rivestimento del soffitto, segando una trave di legno, bruciacchiando un secondo rivestimento d’appoggio al pavimento, fino a rompere lo strato di mattonelle della sala delle udienze di una fra le sedi delle prigioni di Brescia che, prospiciente al Duomo, conteneva complessivamente un’ottantina di carcerati, attraverso un’ardita operazione alla quale, nel citato articolo, si legava pure la constatazione che “in due anni si registrarono quattro tentativi di evasione e che i detenuti hanno sempre trovato una via comodissima per la fuga attraverso il sottile soffitto delle celle”.

La sortita del giovane evaso non risultava ancora finita, quando ne alimentava lo strascico di ricerca che si appressava alle sue tracce, la notizia che si fosse rifugiato a Cremona, insieme all’esclamativo, esplicitato da “La Provincia di Brescia” di sabato 15 ottobre 1910, nell’interrogarsi “Chissà quale corsa ha preso!”, mentre, sul dinamico sipario di un’impresa rocambolesca, la storia personale di un’avocata libertà faceva imbastire la propria curiosa narrativa in un’intrepida matrice ladresca e furtiva.