Per Brescia, una settimana lunga dieci giorni, ma senza la Valcamonica. Un calendario suddiviso in varie sequenze di dieci giorni ciascuna che era in uso anche nel territorio bresciano, amministrativamente privo della terra camuna.

Con l’avvento di Napoleone Bonaparte, si adottava il calendario giacobino, partorito dalla rivoluzione francese, e ci si prodigava per la messa in atto di un riassetto amministrativo, per cui, era stato istituito, accanto ad altri, il “Dipartimento del Mella” che, secondo il frasario dell’epoca, era presentato in questo modo: “Il Confine del Dipartimento del Mella sarà tutta la riva orientale del Lago d’Iseo, sino all’emissario del fiume Olio, il fiume Olio sino al confluente del Chiese nel fiume Olio, e rimontando il fiume Chiese sino alla strada da Brescia a Desenzano, piegherà lungo detta strada comprendendo Lonato e Desenzano, Calcinato e Montechiaro, indi seguirà la sponda occidentale del Lago di Garda fino alla frontiera Cisalpina, indi questa frontiera sino al confine della Valtrompia colla Valcamonica ed, in ultimo, questo confine sino a Pisogne”.

Definizione, data insieme a quella di altri dipartimenti, che si era trovata ad essere parimenti divulgata nel testualmente detto “Decadario francese unitamente al lunario ecclesiastico per l’anno VII repubblicano”, pubblicato a Brescia, in riferimento a quell’annata che, con la tipica versione transalpina del considerare, in un dato modo subentrato, l’andare del tempo, si calava nello spazio, allora aperto ad un futuro, da lì a poco a venire, compreso dal settembre del 1798, fino allo stesso mese, ma del 1799.

Già qui, saltava il rapporto, pure imposto alla realtà locale bresciana, dell’intendere diversamente, ogni annata, nella formulazione mediante la quale, fino ad allora, la stessa sostanza di tempo era stata interpretata, ovvero nella pregressa modalità che Napoleone stesso, una volta divenuto imperatore, ripristinerà nel 1805, ristabilendo, in veste ufficiale, la nomenclatura precedente che evitava, nella sua diffusa articolazione tradizionale, non facili accostamenti di individuazione, per sapere in che giorno si fosse, secondo quale mese, ed addirittura, se in un anno, oppure in un altro, a differenza del calendario gregoriano, invalso nel medesimo mondo civilizzato dove, per pochi anni, l’inebriarsi di un nuovo corso aveva imposto le suggestioni ispirate ai propri dettami, finiti per essere impenetrabili e forse anche malintesi.

Tutto ciò valeva anche per le varie stagioni, passate dal detenere un nome, al riproporne, invece, un altro, tornando, in seguito, al modo di prima, ma, intanto, conservando la nuova versione durante tutto il tempo della durata della Repubblica Cisalpina alla quale anche l’accennata organizzazione per dipartimenti si riconduceva, manifestandosi fra ulteriori suddivisioni, nell’appellativo di cantoni, e denotando l’inserimento di ulteriori mutamenti amministrativi, fra drastiche soppressioni e l’impronta governativa di altre soluzioni, nell’apparato complessivo delle istituzioni.

Moltiplicate a dodici, da una sola come per abituale investitura che ovviamente attiene a ciascuna di esse, queste stagioni, risultano motivatamente specificate, anche fra le pagine di questa pubblicazione dell’epoca, prodotta ad uso del comparto bresciano, con alcuni riferimenti locali espressi in una determinata attribuzione che, invece, di un univoco autunno, ne triplicano la portata in “vendemmiatore, annebbiatore, agghiacciatore”, al posto dell’inverno, sfoggiano la tripartizione in “nevoso, piovoso, ventoso”, per la primavera la diversificano, invece, in “germile, fiorile, pratile”, mentre, per l’estate, su tale periodo del solleone, vi è la tripletta espressa in “messidoro, termidoro, fruttidoro”.

Senza tanti complimenti, il taglio della ghigliottina rivoluzionaria, rispetto alla cultura espressa in precedenza riguardo la lettura del tempo, andava ad interessare anche le singole giornate, del tutto prive del loro “santo protettore”, come, appunto avveniva “more solito” da martirologio romano, sostituendo a queste esemplari figure di testimonianza della fede cristiana, elementi “profani”, sui quali poter riflettere razionalmente, secondo una ricercata pseudosfida educativa, secondo la quale, procedendo l’utente del calendario a leggervi in un dato giorno, ad esempio, “pioppo”, piuttosto che “elleboro”, oppure “broccoli”, in alternativa ad “oleandro”, ma anche a “senapa”, come pure, in altra data, “ambrosia”, passando pure per “sughero”, “ulivo”, “miele”, “cavolo”, “cipresso”, “cedro”, “abete” e via discorrendo, fedelmente in corrispondenza delle singole giornate del calendario, avesse avuto davvero materiale da poter cogliere come un possibile spunto tematico su cui definire concetti ed elevarsi intellettualmente, su ciò che tali indicazioni potevano suscitare conseguentemente.

In questa edizione bresciana, del menzionato calendario francese, sopravviveva, comunque, una versione editoriale appaiata, per la quale, accanto a quella rivoluzionaria, sussisteva anche quella consegnata dalla storia ad una realtà che ancora l’aspettava, per convogliarvi i tempi, non solo delle ricorrenze religiose, ma anche del semplice progredire di un mese con un altro, quando erano ancora le settimane di sette giorni, a riferire dei santi del calendario.

Questo volumetto, unitamente all’edizione di pochi altri, prodotti per gli altrettanti circoscritti anni da andare a descrivere secondo la monopolizzante visione di un estro prevaricatore, dimostra l’avvenuta proiezione di un’avventura bresciana vissuta entro questa ubriacatura culturale, dando al calendario una rivoluzionante forma da cambiamento totalizzante, destinata, però, a durare quanto il volgersi dell’ombra fugace di un limitato insieme di avvenimenti, maturati i quali, dal medesimo pulpito francese, era, a sua volta, stato imposto di ritornare ai precedenti termini, contraddistinguenti l’esplicitazione dei praticati nessi temporali, tuttora vigenti.

Questo era quanto, edito dalla “Stamperia Nazionale”, Brescia diffondeva in un agevole volumetto, ancora sopravvivente negli archivi della locale biblioteca “Queriniana”, nell’accogliere la corsa dei giorni, nell’ambito di un significativo stravolgimento, rispetto al solito “lunario”, che era, fra l’altro, introdotto, dalla indicazione che “La riconoscenza, infine, verso l’Ente Supremo, la memoria delle virtù sociali che conducono l’uomo alla moralità, la ricordanza dè difensori della patria, i prodotti della natura, sono gli oggetti del presente Decadario che animeranno il cittadino lettore a risvegliare in sé quel senso di gratitudine che all’Autore della natura stessa è dovuto”.