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Leno (Brescia) – “Il nostro corpo può combattere il cancro” . E’ una dichiarazione. Molto più di una speranza. Il nostro corpo potrà arrivare a vincere la guerra. Con il giusto stimolo. Con l’utilizzo di nuovi farmaci immunoterapici che attivano le difese del paziente in modo molto efficace.

“Personalmente considero l’immunoterapia una rivoluzione totale in oncologia. E’ la rivoluzione del secolo” – spiega l’oncologo Michele Maio, che dirige il Centro di immunoterapia oncologica al Policlinico Santa Maria alle Scotte a Siena e che nei giorni scorsi è stato ospite a Leno di un convegno che ha fatto il punto proprio su questa terapia.

Il dottor Michele Maio al convegno di Leno sul melanoma e l'immunoterapia
Il dottor Michele Maio al convegno di Leno sul melanoma e l’immunoterapia

“Una rivoluzione”, aggiunge Maio, “che non solo nel 2018 si è guadagnata il premio Nobel per la medicina, ma  che ci sta permettendo di ottenere dei risultati stupefacenti in questi ultimi anni”.

I risultati raccolti fino a oggi, infatti, “ci danno la bella notizia che ad avere paura dell’immunoterapia è indubbiamente il melanoma, tumore particolarmente aggressivo che è il primo in assoluto sul quale abbiamo ottenuto il maggior numero di successi con questo tipo di cura. Ma anche per il cancro al polmone si stanno facendo grandi progressi. Con tutta probabilità, questi successi derivano dal fatto che si è iniziato a studiare questi due tipi di tumore molto prima di altri, quindi in linea teorica i tumori che dovrebbero avere paura dell’immunoterapia potrebbero paradossalmente essere tutti”.

Professore, l’Immunoterapia cancella il tumore o, per così dire, lo tiene a bada?Indubbiamente lo tiene a bada, ma in alcuni casi arriva anche a distruggerlo. Oggi abbiamo a disposizione nuovi farmaci che hanno la capacità di attivare le nostre difese immunitarie e far sì che sia il nostro stesso organismo a riuscire a tenere sotto controllo e distruggere le cellule tumorali.

Il dottor Michele Maio con i colleghi di Popolis, Silvano e Roberta
Il dottor Michele Maio con i colleghi di Popolis, Silvano e Roberta

Quale è la differenza fra chemioterapia, radioterapia e immunoterapia?
La vera differenza fra l’utilizzo dell’immunoterapia e dei farmaci chemioterapici è, se volete, semplice. Quando noi utilizziamo la chemioterapia, usiamo dei farmaci di sintesi chimica che vengono iniettati per via endovenosa al paziente, che hanno una capacità di agire direttamente sulle cellule tumorali ma in parte anche sulle cellule sane. Alcune delle cellule dentro al tumore sono comunque resistenti a questi farmaci.

Possiamo sì ottenere un controllo della malattia, anche molto veloce, ma in genere non riusciamo a ottenere la cura. Perché poi la malattia ritorna, e anche abbastanza velocemente. Quando noi invece utilizziamo l’immunoterapia, è un po’ come le vaccinazioni.

Tutti quanti noi, in età adolescenziale , siamo siamo stati vaccinati contro una serie di agenti e sappiamo che questo genera una memoria. Se ci vacciniamo contro un determinato agente infettivo, questo verosimilmente non sarà più in grado di farci sviluppare la malattia quando ne entreremo nuovamente in contatto.

Con l’immunoterapia, se ci pensate, è esattamente la stessa cosa: noi attiviamo il sistema immunitario, che riconosce il tumore, che è in grado di distruggerlo ma che mantiene la memoria di quel tumore. Riesce sostanzialmente a tenerlo sotto controllo. In alcuni casi riesce a cronicizzare la malattia e in altri a distruggerla correttamente, facendo sì che il paziente continui a vivere una vita normale.

Vi è una storia di particolare successo ottenuta utilizzando l’immunoterapia?
Di storie di particolare successo ottenute con l’Immunoterapia, fortunatamente, ce ne sono tante. Noi alcune le abbiamo raccontate nel libro che ho scritto recentemente con Giovanni Minoli (Il cancro ha già perso, 2018) , altre le abbiamo raccontate in un libro precedente.

Ma ci sono molte storie di pazienti che non vogliono raccontarle, che non vogliono fare come si suol dire “outing”, però che sono molto vicini agli altri, che danno una mano, facendo tante cose per gli altri pazienti, pur non volendo apparire. Fortunatamente queste storie di successo aumentano sempre di più.

… vanno quindi a costituire un background molto utile per gli altri pazienti?Moltissimo! Se la storia la racconto io è una cosa, ma se la racconta il paziente che l’ha vissuta sulla propria pelle è una cosa completamente diversa. Fortunatamente anche in Italia si sta acquisendo un concetto un po’ anglosassone per il quale i pazienti tendono a voler raccontare la propria storia perché sanno che questo potrebbe essere importante per altri pazienti, facendolo in maniera assolutamente disinteressata.

Appunto parlando di Italia, abbiamo come l’impressione che se ne parli poco. E’ così?
Se ne parla poco sì, però se ne parla sempre di più. Se ne comincia a discutere sempre più spesso attraverso le radio, le televisioni e i giornali, ma c’è in generale una maggiore diffidenza a parlare di cancro da parte dei giornalisti rispetto alla gente normale.

Di questo ne abbiamo discusso con tanti suoi colleghi: ci sono dei giornalisti che non vogliono sentir parlare di cancro, perché temono che non faccia audience. E’ assolutamente un argomento sul quale noi dobbiamo fare informazione corretta, smitizzare in qualche maniera questa parola, perché più se ne parla più c’è la possibilità da parte dei pazienti di trovare supporto ma soprattutto anche strade adeguate.

Al momento, quanti pazienti avete in cura presso il vostro Centro?
Abbiamo più di 3mila nuovi pazienti all’anno che vengono da tutta Italia.

Abbiamo visto che nel suo ultimo libro che ha citato il Progetto TESLA, lanciato nel 2016. Ad oggi, 2019, ci sono sviluppi, aggiornamenti?
Noi stiamo lavorando ancora oggi al Progetto TESLA. Il progetto è partito dal PICI di San Francisco, il Parker Institute for Cancer Immunotherapy creato da Sean Parker che ha deciso di stanziare 250 milioni di dollari per creare questo Istituto che inizialmente metteva in collaborazione le 6 migliori istituzioni americane che si occupano di immunoterapia.

Noi siamo stati i primi al di fuori dagli Stati Uniti a lavorare in collaborazione con questo progetto, ed è una cosa che ci ha dato grande soddisfazione. Stiamo facendo moltissime cose con il Parker ma anche in collaborazione con un’altra ottantina di centri in giro per il mondo, con i quali lavoriamo a strettissimo contatto. Solo così, unendo le forze, si potrà realmente ottenere e velocizzare il raggiungimento del successo.

E invece a livello italiano, arrivano dei finanziamenti? E un sostegno da parte del Governo?
Sì ci sono dei finanziamenti, anche se è risaputo che in Italia storicamente i finanziamenti pubblici non sono particolarmente importanti. Noi abbiamo avuto recentemente un importante finanziamento da AIRC, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, che durerà 7 anni con un importo di 15 milioni di euro.

Questo aiuto è estremamente importante in questa fase di coinvolgimento di molti altri istituti con il nostro. Comunque, penso che bisogna anche saperli un po’ anche trovare i soldi. E bisogna poi avere soprattutto i gruppi giusti e mettere insieme le energie giuste per essere credibili sia nei confronti di un mondo, che va velocissimo, sia nei confronti di chi poi ha il compito di valutare i progetti.

Il video dell’incontro.

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Roberta Mobini
Nata e cresciuta a Leno. Entro a far parte di Popolis dal primo agosto 2016. Studio Scienze matematiche all'Università Cattolica di Brescia. Estremamente curiosa, le mie passioni sono la lettura, l'attività fisica e soprattutto gli animali.

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