Bassa bresciana d’un pomeriggio d’inverno, fuori oltre le finestre dai doppi vetri c’è un cielo triste senza nuvole, senza nebbia solo un anonimo grigiore, sono le due del pomeriggio, ma potrebbe essere sera o mattina. Sul fianco della chiesa la meridiana è muta, unico bagliore il sorriso bianchissimo di Boubacar che risalta sulla sua pelle color ebano come il sole sulla terra d’una giornata d’estate. Abbiamo salito una stretta rampa di scale per accomodarci in un dignitoso appartamento, Boubacar si è rifugiato qua in queste stanze prese a prestito da un cuore buono, a prestito perché la condizione di rifugiato è ben diversa da quella del migrante, da colui che fugge per lasciarsi alle spalle orrori irraccontabili e cercare una nuova vita, il rifugiato vive lontano con il cuore e la mente nella sua terra. Boubacar si è rifugiato tra le nebbie della Bassa da quando con un IMG_2548rocambolesco viaggio è fuggito dalla Guinea, è fuggito dal morso crudele della dittatura, della violenza.

Oltre le finestre la nebbia cala con la sera e rende tutto opaco, persino i rumori della vita. Oltre le finestre non c’è l’Africa di Boubacar, i richiami della savana che salgono le pendici dei monti Nimba sino alle sorgenti del fiume Niger o le grandi onde dell’oceano che s’infrangono sulle spiagge, sputando umidità sulla foresta equatoriale degli altipiani. Sono infinitamente lontani quei rumori di casa per Boubacar e la nebbia non attutisce il lamento del suo cuore che cerca ininterrottamente il sorriso dei suoi bimbi e il dolce viso della sua “brava moglie”, come la chiama lui. Con se nella fuga si è portato solo la dignità di africano e della sua cultura e qui ha trovato il calore della terra contadina e degli amici che l’hanno accolto. In Guinea Boubacar era professore di matematica e fisica – ho partecipato alla pianificazione per una modernizzazione della scuola ed ero una persona importante nel dispositivo sindacale del mio paese, affiliato alla Confederazione Nazionale dei Lavoratori Guineani, curavo la comunicazione per l’insegnamento delle scuole elementari, medie e superiori – scrive Boubacar sul foglio che mi consegna dal titolo: “la mia historia”, unica sbavatura spagnola della pagina redatta in un italiano da dieci e lode, per essere in Italia da poco più d’un anno.

Per sapere dov’è la Guinea ho dovuto sfogliare l’atlante, perché di quel paese africano stretto tra i confini di Senegal, Mali, Sierra Leone e Liberia si conosce poco o nulla, scarsa informazione buca la censura della dittatura militare al potere dal 1984. Il resto è storia che affligge gran parte delle nazioni d’Africa scritta nei secoli scorsi; dalle spiagge si sono imbottite di schiavi le stive delle galee dirette ai campi di cotone del nuovo mondo, poi colonia francese che negli ultimi anni si è commutato in “protettorato” quando la parola colonia era andata fuori moda, ma non lo sfruttamento che è continuato passando in mano sovietica, ora invece ci pensa la giunta militare.Guinea_fisicopolitica

La Guinea è un paese ricco – asserisce Boubacar – miniere, legname e acqua abbondano e così anche la miseria inspiegabile, l’analfabetismo e in molte zone del paese la mancanza di un’assistenza sanitaria dignitosa – E’ la solita triste vicenda dei paesi del sud del mondo, più la terra è ricca più la pestilenza della povertà aumenta, pestilenza che in Guinea si chiama bauxite, dalle miniere se ne cava una grande quantità diretta negli USA e in Francia.

Parole come libertà, diritti umani, giustizia, sacrosante per noi, in Guinea sono un’opinione mal sopportata dai militari, per Boubacar quelle parole hanno il significato d’una fede a cui dedicare ogni attimo, ogni fatica anche a costo della stessa vita; perché senza giustizia e rispetto dei diritti umani non ci può essere futuro, in Guinea come nel resto del mondo. E’ in questo clima che Boubacar ha maturato una coscienza socio-politica che diviene concreta negli anni dell’università, quando assieme ad altri compagni fondano una sorta di gruppo di pensiero, è la consapevolezza che la Guinea, che l’Africa hanno bisogno di una nuova prospettiva futura fatta di istruzione, sanità, lavoro con lo sfruttamento delle proprie risorse materiali e umane, prospettive che si concretizzano in una giustizia uguale, per tutti.

Parole che divengono realtà concreta negli anni dell’insegnamento, Boubacar con impegno e costanza chiede e riesce a raddoppiare la scuola del suo villaggio, ma non basta, gran parte della popolazione non ha accesso a una vita dignitosa, così l’impegno aumenta e aumentano i guai. Nel frattempo si sposa e mette al mondo quattro splendidi bambini. Convinto che la situazione del suo paese possa cambiare da vita con gli amici dell’università a un movimento e la banda degli otto inizia la ricerca di un dialogo con le istituzioni militari e diffonde idee di cambiamento, una marcia pacifica verso un futuro migliore, chiedono cose semplici come cibo, lavoro, sanità, istruzione; usano il passaparola e i mezzi di informazione coraggiosi. Ricordano quel “we shall overcome“ con cui M. L. King accese il sogno degli afroamericani.guinea

I primi contrasti con le istituzioni iniziano dalla lotta pacifica, i dimostranti scendono in piazza sfidando il governo chiedono la riduzione del prezzo del riso e di altri beni di prima necessità. – La risposta arriva veloce, come il morso d’un serpente – proferisce quasi sottovoce Boubacar  – l’undici giugno del 2006 finisco il galera – segue un attimo di silenzio, Boubacar fa una smorfia di dolore e si sfrega il petto e la spalla, poi incalza gli occhiali e continua a raccontare. Lo stesso gesto, quasi un riflesso incondizionato lo ripeterà poi, quando nel video che vediamo appaiono militari con il berretto rosso, come se con la mano volesse cancellare dalla mente quello che rimane impresso a memoria nel suo corpo: “ la tortura”…

Il video che vediamo insieme lo ha ricevuto da poco, è l’epilogo della storia, risale al gennaio del 2007, nei giorni del grande sciopero, la lunga marcia alla capitale Conakry, è girato male e forse rende più l’idea del fervore. Migliaia di persone scese per le strade come non era mai accaduto, ragazze e ragazzi dai visi sorridenti che sventolano un rametto dalle foglie verdi, simbolo di pace, intonano un solo canto: libertà. Si intravedono alcuni militari che sembrano solo controllare il corteo che aumenta man mano si avvina al centro, i ragazzi ballano sorridono e sventolano i rametti della pace, poi quando il corteo si stringe nell’imbuto che porta nel cuore della città la rappresaglia veloce e violenta arriva spietata. Il video sobbalza, si intuisce la fuga, poi l’urlo crudele degli spari interrompe la marcia, tutto tace: i canti di libertà, lo sventolio dei rametti della pace, restano solo i morti portati a spalla. Rimarranno sul selciato 360 vittime innocenti.bobuca 1

Boubacar viene arrestato e finisce in prigione con gli altri sette, per i suoi compagni la vendetta arriva puntuale, soccomberanno sotto tortura, nessuno uscirà vivo da galera. Toglie gli occhiali nel silenzio che ci ha avvolto come una coperta fradicia e piange. – in quella galera ho subito violenze inenarrabili, non sono rimasto vivo, sono solo sopravvissuto, dovevo farlo per i miei bambini per la mia brava moglie ! –  non parla Boubacar, sospira – ma anche in prigione, tra i secondini, c’era il malcontento per la politica del governo e poi alcuni erano del mio villaggio, così anche se malridotto una notte mi fanno fuggire, mi dicono che devo andare via, lontano –

Il primo pensiero è per la famiglia, ma la sua casa e ridotta a un ammasso di cenere, rimane solo la disperazione, ma i suoi cari sono già oltre confine, in Senegal, salvi, anche se nella fuga la sua brava moglie incinta perderà il suo quinto figliolo, non si rivedranno più. Non rimane che dar retta ai parenti che l’hanno nascosto, in tre giorni supera il confine in un camion mescolato alla frutta. Dal Senegal a Roma dove un carabiniere lo porta alla Caritas e in ospedale, ci vorranno due mesi per curare le ferite inferte dalle torture.

ho dovuto lasciare la mia famiglia, la mia terra per salvare la mia vita, forse non è giusto, ma le mie idee, la mia militanza erano divenute letali. Ora vorrei iniziare a raccontare, riorganizzare una resistenza a distanza, lottare per la libertà del mio paese, ma prima devo mettere al sicuro la mia famiglia –  Alla mia affermazione: hai già fatto tanto, quanto ti è successo non ti è bastato ? Ha risposto: – Faccio parte di alcuni che credono che “IL MEGLIO FINISCE SEMPRE PER SUCCEDERE E IL FUTURO E’ MIGLIORE DI  QUALSIASI PASSATO” –

 

 

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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